Martedì 18 Giugno 2019
Clubbing

Fat Freddy’s Drop, un vero live elettronico

Spesso si dibatte sull’effettivo significato della parola “live” in un momento storico in cui tutti abusano del termine, dal semplice “schiacciatore di tasto play” (vedi i famosi flame di Deadmau5) a chi invece allestisce il più complesso dei set up. In questo marasma di interpretazioni, ieri sono andati in scena i Fat Freddy’s Drop all’Alcatraz di Milano. Non esattamente una band elettronica, o meglio, non strettamente tale. I FFD arrivano dalla Nuova Zelanda, e se ne parlo in questa sede è perchè il loro sound è un curioso e riuscitissimo clash di reggae, dub, elettronica di vario tipo (che flirta spesso e felicemente con la house), jazz; il tutto portato in giro da una big band di sette elementi: tre fiati, voce, chitarra, tastiere/synth, dj. Badate bene, niente basso e batteria. La sezione ritmica è tutta affidata ai beat di Dj Fitchie. Più i campionatori, le drum machine e le varie macchinette pazze che si intersecano in modo assolutamente perfetto con il suono caldo dei fiati live e degli altri strumenti. Il tutto amalgamato dalla voce spettacolare, unica, di Joe Dukie.

 

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Partiti nei primi anni 2000 dalla Nuova Zelanda, i ragazzi sono diventati un fenomeno globale, pur non avendo hit radiofoniche mondiali (i loro pezzi hanno in genere durate “importanti”, si arriva allegramente ai sette/otto minuti, delle piccole suite). Perchè? Sicuramente il web accorcia le distanze, altrettanto certamente i Fat Freddy’s Drop sono un esempio bellissimo della parola globalizzazione nella sua accezione più positiva. Una somma di elementi che dà origine a qualcosa di inedito,  a un tempo famigliare (la radice jamaicana in levare fa sempre colpo, lo stesso il beat in quattro della house) e innovativo, avanguardista e pop, tradizionale e outsider, in ogni caso accattivante.

Non era la prima volta che i FFD passavano dalle nostre parti, e ogni concerto è un evento sorprendente per quantità e varietà del pubblico (un locale come l’Alcatraz non lo riempiono tutti). Puntualissimi sul palco alle 21, i magnifici sette spingono sound per oltre due ore senza tregua, snocciolando classici del loro repertorio (“Roady” fa esplodere la sala) e i pezzi del nuovo album “Bays” (il singolo “Razor” si muove in un territorio di confine tra house e techno detroitiana della prima ora, solo con una bella canzone sopra). Degno di nota il bis: i Freddy’s tornano sul palco costruendo un beat con le macchine, su cui si apre un lungo assolo di armonica, e poi via via entrano in scena gli altri strumenti a stratificare l’arrangiamento. Tutto bellissimo, tutti contenti.

 

 

Ecco, a me piace quando il mondo del club collide in questo modo con altri generi, abbattendo barriere nel migliore dei modi possibili: senza troppe speculazioni di sorta ma con tanto sano divertimento per chi viene a ballare e divertirsi. E mi piace avere la possibilità di parlare di realtà così borderline per la nostra rivista – che si occupa principalmente di dancefloor – ma enormemente interessanti e importanti per la musica, per la sua bellezza e per le emozioni che sa dare.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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