Sabato 14 Dicembre 2019
Interviste

Intervistare un Grammy (e giocarci a pallone)

 

Lo scorso giugno arrivava in edicola DJ Mag n.61. In copertina c’era Flume che ci aveva concesso una lunga intervista, e che avrei poi incontrato il 21 giugno al Magnolia, a Milano, prima del suo concerto, in un caldissimo pomeriggio in cui avremmo scambiato chiacchiere e qualche tiro a pallone nel parco dell’Idroscalo dietro l’aeroporto di Linate (io che gioco a calcio una volta ogni quattro anni, con la stessa frequenza dei Mondiali), tra un’ospitata nel mio programma web radio Cassa Bertallot, il soundcheck e l’attesa del suo show. Per noi era già un fenomeno, l’altra notte anche l’Accademia dei Grammy deve aver pensato la stessa cosa, visto che gli ha consegnato il premio per il miglior album di musica elettronica dell’anno. Ottima ragione per riproporvi quella lunga e gustosa intervista. Mettetevi comodi.

 

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Chissà com’è essere teenager in Australia. Si dice che la qualità della vita sia molto alta, laggiù, che ci sia parecchia attenzione all’arte, alla cultura e alla musica. E probabilmente è vero, perché negli ultimi anni sono davvero tanti i fenomeni – non solo musicali – che arrivano dal continente più isolato del pianeta. Ma nel campo della musica elettronica, quello che ci interessa e ci appassiona di più, il nome che ha sicuramente catalizzato maggiore attenzione negli ultimi anni è quello di Harley Edward Streten, che tutti conosciamo meglio come Flume. Uno che a tredici anni iniziava a fare musica sul suo computer, a diciannove anni debuttava con un EP di musica house (a nome Heds) e a venti, con l’EP ‘Sleepless’, ha iniziato a fare sul serio. Ancora nei suoi anni da teenager. Ecco il senso della mia domanda iniziale. Chissà com’è. Chissà cosa porta un ragazzino di Sydney a produrre musica, cosa lo porta a creare una sintesi così perfetta di tutto ciò che ha il gusto del contemporaneo, della novità e allo stesso tempo un misterioso ingrediente che rende familiare la sua musica fin dal primo ascolto. Probabilmente da quelle parti si fanno meno problemi, meno condizionamenti a seguire ciò che “funziona” altrove. Così nascono i piccoli miracoli come quello che Flume è riuscito a compiere con il suo omonimo album di debutto, a fine 2012.
Flume è riuscito a cogliere il mood degli anni ’10, a scolpire il suo nome sul nostro tempo e dargli una colonna sonora. È una delle figure più rappresentative di ciò che è la musica oggi, un mix perfetto di elettronica e canzone, di dance e di hip hop, di beat e di melodia. Così funzionano le cose, oggi. Un ragazzo di Sydney può uscire dalla sua cameretta e diventare un supereroe grazie a qualche produzione azzeccata, a un gusto unico e a uno stile esplosivo. Ma Flume è un personaggio piuttosto misterioso, non ama stare troppo a lungo sotto i riflettori, non è uno di quei presenzialisti del web che non aspettano altro che lanciare flame o dichiarazioni corrosive. “I’ve got you under my skin”, cantava Frank Sinatra. Ecco, Flume ci entra sotto pelle, in un’epoca in tutto resta sulla superficie come un tatuaggio. Non è stato semplicissimo intervistarlo, non è stato sempre facile stuzzicare la sua curiosità e avere risposte esaustive. E forse proprio per questi suoi modi enigmatici è ancora più intrigante scoprire cosa c’è sotto la superficie…

 

 

La prima cosa che ti chiedo riguarda ovviamente il nuovo album: il tuo disco di debutto è stato un successo fulminante, immagino che questo abbia creato delle grandi aspettative anche da parte tua durante la lavorazione di ‘Skin’. Come ti sentivi mentre l’album prendeva forma?
È stato abbastanza stressante. Sentivo una certa pressione addosso e anche una tensione intorno a me, non è stato facile. Volevo andare oltre quanto avevo fatto con il primo album e questo implicava una certa ricerca, non era così immediato. Poi ho trovato la via: sono andato nella direzione delle canzoni, ho dato maggiore struttura ai brani. Non solo beats e campioni ma anche archi, melodia, voci. Più musica. Più idee, ecco. Ci sono più idee.

Come ti sei ritrovato ad “essere Flume” dopo l’uscita dell’altro disco e tutto quello che è successo?
Come hai detto tu, mi ci sono ritrovato. Non era un successo calcolato. Ovviamente speravo di avere successo e immaginavo di avere in mano un buon lavoro, ma non era prevedibile un tale rumore intorno a quello che avevo fatto. Ora cerco di non smentirmi, per questo sto cercando di evolvere il mio stile, per dimostrare che sono davvero bravo. In questo senso l’idea di fare “più canzoni” e meno beat è proprio figlia di questa voglia di dimostrare chi sono.

Immagino che tu abbia avuto la possibilità di collaborare con artisti di una certa fama, pensi che questo possa contribuire a quell’evoluzione che dici?
Sì, ho avuto la possibilità di realizzare dei sogni, come lavorare con Yukimi Nagano, voce di Little Dragon. La ammiro da sempre e averla nell’album è una grande soddisfazione. Poi ci sono altri nomi importanti, c’è Vince Staples, c’è Alunageorge, c’è Beck… in generale credo che da un lato possa contribuire a migliorare la mia musica, dall’altro però credo sia più una conseguenza di ciò che è successo prima.

 

 

Immagino anche che in molti ti abbiano chiesto di produrre loro brani o album in questi ultimi due anni…
Certo. Ad esempio sono stato in studio con George Maple e con Alunageorge. Per Aluna ho prodotto anche ‘I remember’ che dà il titolo al suo nuovo album.

Però mi pare che limiti molto le collaborazioni, considerando quanti contatti tu possa ricevere.
Le limito perché non mi piace esserci per forza, preferisco capire quando c’è un feeling e quando no. Tirarmi indietro a volte è la scelta migliore. E poi volevo concentrarmi sulla mia musica. Di sicuro, in futuro ci saranno più dischi prodotti da me per altri artisti. Prima volevo finire e pubblicare ‘Skin’.

Anche dischi importanti?
Anche dischi importanti.

Raccontami di ‘Skin’: è un album che secondo me accentua alcune tue caratteristiche molto forti, come i “vuoti” nella metrica, che suonano a loro volta, diventano parte ritmica, un’assenza presente, per usare un ossimoro. E poi c’è questo tuo stile in equilibrio tra elettronica, dance, hip hop ma con la bussola puntata verso il pop.
È quello che ho sempre cercato di fare; se prima convogliavo questi elementi in modo naturale, più istintivo, verso uno stile che poi è diventato il mio tipico suono, adesso cerco di ragionarci maggiormente su, di arrivare con brani più definiti e strutturati alla fine delle sessioni. E qui ritorna ancora quello che ti dicevo prima sulla volontà di fare canzoni: la scrittura, la presenza di arrangiamenti più sofisticati, la scelta di voci che possano dare risalto ai pezzi.

 

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Come riesci ad essere crossover in modo così naturale?
Non è affatto naturale e non è affatto semplice. Non è facile “fare le hit”, per me è molto difficile “configurare” una canzone. Strofa-bridge-ritornello, per me è una sfida. Cerco di fare la musica che mi piace, il resto è una conseguenza ma non deve essere lasciato al caso.

Pensi di essere un artista che sta rinnovando i generi?
Mi piacerebbe essere percepito in questa maniera. Non so se davvero sto portando del rinnovamento, non so neanche bene cosa significhi portare un vero rinnovamento ai generi musicali. Forse per come suonano le mie produzioni, chissà. Di sicuro, cerco di portare il mio gusto, che è molto diverso da ciò che consideriamo canonico, a più persone possibili. Ecco, voglio portare il mio personale flavour nel mainstream, questa potrebbe essere una buona definizione di “rinnovamento”.

In questo scenario ho apprezzato il fatto che, al di là di alcuni featuring di sicuro richiamo – li abbiamo nominati prima – ti sia scelto anche diversi cantanti più legati a un mondo underground, sicuramente meno famosi.
Questo perché se voglio che un pezzo esca bene devo dare precedenza a cosa funziona, non a cosa può essere appetibile per il marketing. I nomi a cui ti riferisci sono fenomenali: MNDR, Kucka, Allan Kingdom, Kai, sono tutti personaggi destinati ad avere il successo che meritano. Kai nell’ultimo anno ha prestato la voce a successi mondiali.

C’è una traccia che preferisci tra quelli di ‘Skin’?
Quella che mi emoziona di più è ‘Numb and getting colder’ con Kucka. Probabilmente non sarà una hit, ma mi piace davvero tanto.

Qual è invece, guardandoti indietro, la traccia che ti ha fatto svoltare? Quella a cui ripensi e dici “da lì è stato tutto diverso”?
Non c’è una traccia in particolare, è una domanda difficile. Il primo EP credo sia stato nel complesso il lavoro che mi ha dato una spinta diversa, una marcia in più.

Sembra che dall’Australia arrivi costantemente musica bella, intendo ricercata, innovativa e allo stesso tempo capace di essere fruibile da molti. Mi spieghi che succede laggiù? Avete scoperto una pozione magica?
Beh, innanzitutto è molto difficile emergere a livello internazionale partendo da un Paese così isolato. Dall’altro lato, proprio questo isolamento rende più stimolante la ricerca di musica diversa da quella che sentiamo arrivare dalla discografia americana, inglese, o internazionale. Si sviluppa un modo di scrivere e produrre musica totalmente aussie, anche nell’epoca globalizzata che viviamo. Un fattore positivo è il grande supporto dei media: altrove sento lamentele su un sistema che funziona poco, posso dire che da noi non è così. Parlando di me, sono felice di aver ricevuto una spinta straordinaria da una radio come Triple J, una realtà molto importante, paragonabile alla BBC in Gran Bretagna e fortemente improntata alle novità.

Come si fa ad emergere a livello globale arrivando da un posto così remoto?
È tutto più lungo e laborioso. Anche andare a suonare fuori dal Paese è un viaggio impegnativo, come puoi immaginare. Spendo parecchio tempo in volo. Ultimamente soggiorno spesso negli Stati Uniti, ho uno studio e posso appoggiarmi a diverse strutture per il tempo che mi serve. Almeno ho la possibilità di lavorare con calma.

È molto stressante viaggiare così tanto?
Ma no, non mi pesa. Per il momento va bene così.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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