Martedì 20 Agosto 2019
Interviste

Fritz Kalkbrenner, a Berlino (tutto) va bene

Fritz Kalkbrenner ha un background musicale invidiabile. Spazia dal soul alla house passando dall’hip-hop. A forgiarlo saranno state forse le amicizie di suo fratello Paul negli anni Novanta o gli innamoramenti continui per il movimento popolato da gente come Eric B. & Rakim, KRS One e Wu-Tang Clan. Resta il fatto che quando iniziò a suonare in alcuni locali Berlino, come il WMF, Tresor e Suicide Circus, Fritz ha pensato bene anche di mettere a frutto tanto amore per la musica da iniziare a produrre brani propri.

Da metà settembre Fritz è in piena promozione con il singolo “Back Home” e l’album “Ways Over Water”, su Suol, uscito a metà ottobre. Mentre la sua pagina Facebook conta su 350 mila like, di cui oltre 30mila italiani, il dj e produttore tedesco si racconta.

Fritz, come è nato “Ways Over Water”? A tavolino? Da un progetto? O da una raccolta di singoli, passo dopo passo?

Considero “Ways Over Water” una vera e propria collezione di lavori, che sfocia appunto in un album. Il tempo passa e questo è il mio risultato.

 

 

Quando si dice Kalkbrenner si pensa subito a tuo fratello Paul e al film che lo ha reso noto, “Berlin Calling”. Come scrollarsi di dosso questa etichetta?

Il nome di mio fratello non mi è mai pesato, né prima e né dopo il suo film. La gente in fondo sa quello che faccio.

Molti tuttavia sognerebbero di vederti al suo fianco in qualche iniziativa.

Suonare con Paul? Siamo impegnati entrambi su più fronti ed è difficile lavorare insieme. Ma non escludo niente nella vita. Sarebbe curioso, anche se abbiamo fatto comunque “Sky and Sand”.

Ami molto il suono che contamina, non è così?

Sì, soprattutto quello Motown ma anche indie dance e jungle.

E mentre si analizza lo stato dell’EDM, spopola la deep house.

La deep di oggi è piacevole ma non so se sia buona per i festival e per un certo tipo di target giovanile. Guarderei a Ibiza, allora, e prenderei spunto dall’isola, che insegna spesso che ci si può divertire con differenti ritmi. Se si hanno dubbi, si pensi a Ibiza.

 

 

 

Cosa fai durante la giornata?

Ho uno studio di registrazione a Berlino e un paio di giorni intensi a settimana mi bastano per lavorare in esso. Per il resto sono sempre in giro a suonare.

C’è una canzone electro pop italiana anni Ottanta di Garbo che si intitola “A Berlino Va Bene”. È vero che nella Capitale tedesca tutto fila sempre liscio?

Io a Berlino sto bene. Non ho mai pensato di fare le valigie. È il luogo dove sono nato e dove ho intenzione di rimanere. C’è sempre un bel fermento nella mia città.

Se dovessi spiegare che genere fai, cosa diresti?

Il mio suono ha delle radici techno e house, arricchito da strumentazione elettronica e reale, tradizionale. Ecco, mi piacerebbe lavorare con una band, proprio per creare commistioni. Mi piace pensare poi che la tecnica odierna permetta ai dj producer di dedicarsi ancor più alla creatività, ai trick, sia live che in studio. Grazie alla tecnologia si possono fare cose incredibili.

Intanto l’underground non muore mai.

Solo che negli ultimi anni si parla molto di festival e l’interesse è tutto lì. O i festival o i piccoli club: le vie di mezzo stanno scomparendo.

Segui anche il corso delle produzioni musicali italiane?

Posso dire che mi piace molto Ralf. Non so se stia producendo, ora, ma in quello che fa ci trovo sempre buon gusto. Stesso dicasi per i Tale Of Us. Comunque, mi piace il vostro movimento.

Un newcomer da segnalare?

Meggy, sicuramente.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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