Domenica 26 Maggio 2019
Esclusiva

The future sounds of Italy: Enrico Sangiuliano

"The future sounds of Italy" racconta i talenti italiani che si stanno facendo strada sulla scena internazionale. Enrico Sangiuliano è una grande promessa della techno mondiale

Enrico Sangiuliano non è ciò che ti aspetti. O perlomeno, durante la nostra intervista mi ha spiazzato. Cosa che già mi piace, di solito è un buon segno. A sentire i suoi pezzi, pensavo di trovarmi di fronte a un personaggio serioso, a tratti cupo, poco incline alle chiacchiere e sicuramente schivo. Anche perché viviamo piuttosto vicini, abbiamo amici in comune, ma per realizzare questa intervista ho dovuto aspettare un bel po’, con un tour di mezzo e altri impegni prioritari. Invece, ecco che mi ritrovo su Skype con un ragazzo molto espansivo, estroverso, dalla battuta pronta, molto simpatico e gioviale. Ricollego tutto questo all’idea che mi ero fatto. Touché. 1-0 per Enrico. The future sounds of Italyè una rubrica che vuole occuparsi di talenti che sono già emersi ma che stanno facendo un bel salto di qualità. Definizione perfetta per un dj che è partito dalle serate a Reggio Emilia e sta suonando in tutto il mondo (se siete suoi fan, questo weekend vi dice bene: stasera è al Molo di Trieste, domani al party Drumcode al Mind di Empoli, e domenica al Mind The Gap a Messina) con release su label come Drumcode e grande considerazione di molti pezzi grossi della techno mondiale.

Mi hanno raccontato che la tua storia da dj parte da un trasferimento a Milano. Com’è andata?
Proprio così! Taaanto tempo fa mi sono trasferito a Milano da Reggio Emilia per studiare, era il 2008, già allora suonavo in tutta Italia nella scena rave, un genere tutto mio che era una commistione di techno, progressive e psychedelic trance, roba da mattino diciamo. Sai quei pezzi a 155 bpm, perfetti dalle 8 alle 11 di mattina… Tempi tosti!

Come è cominciato tutto?
Da ragazzino suonavo la batteria, poi ho scoperto la musica elettronica e mi ha entusiasmato subito, perché potevo produrre suoni che non esistono in natura. Un mio amico ha sentito le mie tracce e mi ha presentato a una crew che organizzava feste, rave, situazoni del genere. Per dirti, questi avevano un soundsystem in salotto. Avevo sedici anni. Da lì sono entrato in questi giri, fino alle prime date importanti, come la Street Parade di Bologna. A quel punto però sentivo che era una scena circoscritta, così ho pensato di venire a Milano per studiare sound design allo IED. Finita la scuola ho cominciato a lavorare come fonico in studio, e nel tempo libero mi dedicavo ai miei pezzi. Contemporaneamente mi stavo allontanando dalla scena dei rave e cresceva il numero delle mie date nei club, in Italia e in Europa, club a cui poi si sono aggiunt i festival. Stavo proprio cambiando pelle.

In tutto questo la transizione tra il suono psy-trance e quello più strettamente techno quando è avvenuto?
È stata una transizione molto naturale, ci sono sempre state influenze reciproche tra quello che suonavo ai tempi e ciò che sono e suono adesso. Anche nelle mie tracce puoi sentire alcuni riferimenti e rimandi a una certo tipo di trance psichedelica, alla lontana.


Come si emerge in una scena così affollata senza omologarsi a tutti gli altri? Qual è il tuo grande punto a favore?

Il mio punto a favore probabilmente è stato proprio la techno, perché è un genere in cui c’è modo di spaziare tanto, anche se da fuori può sembrare tutta uguale, in realtà è possibile proporre una propria declinazione e interpretazione personale. E poi la techno ha un pubblico ampio e quindi non si fossilizza su certe micro-scene che sono destinate a scomparire in pochi anni o addirittura mesi, semplicemente cambia e si evolve ma c’è molto pubblico, grandi eventi, esistono i numeri per emergere. Un altro fattore, sarò banale, è la passione. La perseverenza. Ho mandato i miei demo, ho bussato a tante porte, a volte mi hanno detto di no, a volte di sì, come tutti. Stessa cosa per i club, in alcuni casi ho trovato gente disposta a darmi fiducia e altre volte le porte mi si sono chiuse in faccia. Tutto normale, credo. Non ho mai cercato scorciatoie, le serate sono sempre andate bene e allora mi richiamavano; mando una demo, Adam Beyer decide di stamparla, beh, non sarà stata brutta quella traccia.

Detta così sembra facile.
No, no, non è facile. Piano piano acquisisci credibilità e fiducia in te stesso con questi traguardi. Quando metti il tuo primo disco all’Awakenings acquisti credibilità; quando esci su Drumcode il tuo profilo cambia. Questo non significa che io non sia il cazzone di sempre, però sono un cazzone credibile quando fa musica. L’altro lato della medaglia è che non si può evitare una certa pressione che deriva dal fatto di essere ormai un professionista che non può deludere le aspettative di se stesso e delle persone con cui a che fare. Il gioco cambia quando hai un calendario fitto, delle release programmate e dei contratti firmati, gli haters che ti bersagliano e le persone che invece ti dicono sempre di sì.

Sui social vai bene? Hai un buon rapporto con loro?
Cerco di dosarli, di usarli col contagocce. Non mi capita quasi mai di spendere tempo a scrollare la bacheca, li uso come contenitore per veicolare al meglio i miei contenuti, più che sui social mi piace informarmi sui blog o sui siti spcializzati rispetto alle cose che mi interessano. Se invece volevi sapere degli haters, beh, io credo che siano sintomo che qualcosa stia succedendo. Chi non fa nulla non ha haters, se combini qualcosa ce n’è sempre inevitabilmente qualcuno. Le pressioni vere non arrivano da quella direzione, sono invece reali ed emotive. Dopo ‘Moon Rocks’ la mia carriera è esplosa, lì ho sentito che molti occhi erano su di me e ho passato un anno davvero difficile. Il nostro è un lavoro ma non è un lavoro, si mischia molto con la nostra sfera privata, umana, emotiva. Non è sempre facilissimo da gestire.


È vero che in Itala non si fa sistema e che all’estero sono più ricettivi?

A me è successo esattamente così. Le cose importanti mi sono successe sempre e solo all’estero, in Italia l’unico caso clamoroso che mi è capitato è stato vincere un contest con Mauro Picotto e la sua Alchemy, però è finita lì. Tutto il resto per me è estero: dalle release alle persone con cui lavoro alle agenzie, tutto mi è arrivato da fuori. Sarà un caso, non lo so. La mia esperienza è questa.

E in Italia?
In Italia sta succedendo questo: visto che ho un profilo rispettato fuori, ora ricevo parecchie richieste, si fanno vivi in tanti, spesso anche quelli che invece non mi consideravano prima o che non volevano lavorare con me. Sono contento, per carità. Però la constatazione spiacevole che devo fare è che se prima non erano ricettivi, ora si aspettano un trattamento di favore, si aspettano di fare le cose “in amicizia”.

Non ti fa rabbia questo meccanismo?
Diamo sempre importanza alla star straniera e non coltiviamo i talenti italiani, i dj resident, che sono il vivaio e l’allenamento di chi un giorno potrà diventare un super dj di livello internazionale. Pensa ai tedeschi, ai dj che sono diventati superstar perché erano i resident del Berghain, o cresciuti nella squadra Cocoon. La figura del resident, oltre ad affascinarmi, mi piace proprio, perché quando suono in apertura ai festival o in situazioni da orari particolari posso sviluppare un percorso sonoro diverso da quello di uno slot da centro serata, da guest. Paradossalmente sono diventato uno dei resident dei party di Drumcode, adesso ci sono otto party Drumcode da qui ad agosto e io sono in sei di questi. Mi piacerebbe avere una residenza in Italia, prima o poi, fare i set lunghi, non solo peak time.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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