Giovedì 23 Maggio 2019
Clubbing

Si stava meglio quando si stava peggio

 

Elena era molto carina. Alta, castana chiara, sfuggente quanto basta per far perdere la testa ad un ragazzino di 16 anni, puntuale solo quando si tratta di guardare l’anticipo del sabato sera della Liga spagnola, trasmesso da Telemontecarlo il sabato sera dopo cena. Mi chiudevo in camera e la chiamavo a casa, sul telefono fisso. WhatsApp e Facebook non erano ancora stati inventati. Nel 1999 ci volevano ancora le palle. Rispondeva quasi sempre sua mamma. Le gridava che era per lei, ma poi non riattaccava, rimanendo in linea sull’altro telefono, finché Elena non le urlava di attaccare. Così finalmente potevo sapere se sarebbe andata in discoteca domenica pomeriggio.

C’era un locale sul lungomare di Viareggio, all’altezza del molo che si chiamava Evìta. Il format della domenica pomeriggio era semplice e funzionale: dalle 3 alle 5 musica commerciale, dalle 5 alle 7 musica house. Il manuale del fighetto prevedeva che noi maschietti un po’ più grandi entrassimo verso un quarto alle cinque, in modo da essere schierati per l’inizio del programma house che solitamente il dj iniziava con “Disco Down” di House Of Glass. Era un disco del 2000, ma siccome i produttori del brano Gianni Bini e Giorgio Giordano sono di Viareggio (Paolo Martini è del Nord ma lavora in studio con Bini), avevamo il lusso di ascoltarlo già da mesi, senza ovviamente riuscire ad ottenerne una copia. Oltre a mancare WhatsApp e Facebook, non c’erano neppure Shazam, Youtube, Soundcloud, Mixcloud, Spotify e neppure tutti i programmi di download legale o illegale. Capitava che il più sgamato della scuola avesse una cassettina e che durante la ricreazione lo suonasse a ripetizione con noi piccioni tutti intorno a beccare il mangime. Spesso l’ultimo disco del segmento commerciale era “La Passion” di Gigi D’Agostino. Io, ancora con il cappotto addosso perché mi sembrava bellissimo anche se a pensarci adesso era imbarazzante (così come del resto tutto l’outfit), prendevo posizione insieme ai miei amici nel solito punto e cioè sul lato destro del locale, vicino alla porta di sicurezza, dove Elena e la sua amica del cuore appoggiavano la giacca. Gigi D’Agostino era una certezza. La certezza di trovare Elena lì, al solito posto, ogni domenica pomeriggio. La certezza che non mi avrebbe mai degnato di nessun tipo di attenzione, come effettivamente è stato. Sono passati 18 anni. Elena vive in Pittsburgh, negli Stati Uniti, dove lavora in campo medico ed è sposata con il suo fidanzato storico. Sicuramente le manderò questo articolo perché la nostalgia è un sentimento al quale noi italiani non sappiamo resistere.

 

Assistere ad un dj set di Gigi d’Agostino è come guardare in TV una puntata di “Techetechete’”, solo un po’ più colorata. Ma talmente brutta in alcuni momenti da sembrare meravigliosa, così sfacciatamente kitsch da diventare irresistibile. Gigidag prende possesso della consolle alle 11 di sera per andare avanti fino alle 3 e 30 del mattino. Fa tutto da solo, come si faceva quando non c’erano WhatsApp e Facebook. L’impianto del Fabrique è stato potenziato in modo esponenziale per l’occasione, con 24 subwoofer in più del normale. Una volta mi interessavano le ragazze, adesso i watt. Come cambiano tempi (colpa di WhatsApp e Facebook ovviamente). Per me Gigi ha già vinto qui. Il suono è potentissimo, i bassi spettinano e fanno vibrare cute e petto. Dovrebbe essere sempre così, a tutte le feste. E invece, per sentire la musica come si deve dopo anni in Italia mi è toccato andare ad un party di Gigidag. Guarda che siete strani voi promoter eh… Vabbè dai, nessuna polemica. Siamo nella dimensione della nostalgia, dove non c’era Facebook e le puttanate rimanevano confinate tra le quattro mura di un bar. Magari quello di Pavia dove Max Pezzali si annoiava a morte. Gigi se lo ricorda eccome l’effetto che faceva, quindi ci mette sotto una cassa terzinata e il pubblico impazzisce. Il Fabrique è pienissimo. Ci sono gli affezionati che indossano le sue magliette, coppie nostalgiche, gruppetti di curiosi e giovani che lo hanno scoperto grazie a Tïesto. Un po’ di tutto insomma. Non ci sono modelle e calciatori, ecco, e questo rende il clima nobile e credibile. Gigidag sembra aver fermato il tempo. All’impianto da festival si contrappone una scelta luci e video che già nel 1999 sarebbe stata vecchia. Il suo nome appare alle sue spalle in Copperplate Gothic Bold, con una grafica che sembra preparata con WordArt. Di fronte a lui, per terra terra, ci sono sette teste mobili, ognuna della quali contiene una lettera del suo nickname: G-I-G-I-D-A-G.

 

Suona quattro ore e mezzo. “Doveva farne cinque, ma Gigi è così, un grande”, mi dicono i suoi fan accaniti. “Quando non ha più voglia, se ne va”, aggiungono. Gli perdonano tutto. È un idolo, un eroe proletario. Per quasi due ore propone un lento violento che supera a fatica i 110 bpm. È il suo marchio di fabbrica, unico nel suo genere, senza dubbio ipnotico. Poco dopo la mezzanotte la pista è al completo. Vengono distribuite luci e palloncini bianchi. La festa come se fossimo nel 1999 può cominciare. Arrivano le hit. Ovviamente “L’Amour Toujours” scatena l’adrenalina a tal punto che viene proposta due volte. Sono convinto che potrebbe fare un’ora solo con questa canzone. Il resto è una leggenda fatta di bla bla bla e altre storie, tipo i remix di Martin Garrix, The Chainsmokers, Joan Osborne (“One Of Us”!), Coldplay, talmente improbabili, da diventare istant classic. Se Gigidag dipingesse quadri sarebbe specializzato in “cori da stadio su tastiera”. E funziona ragazzi, eccome se funziona!

 

Gigidag ha creato un immaginario preciso che custodisce gelosamente. Non ho mai avuto modo di incontrarlo e intervistarlo personalmente quindi non sono in grado di capire il livello di consapevolezza, quale sia il limite tra razionalità e istinto, dove inizia e finisce il gusto. Sarei molto curioso a riguardo. Nel frattempo appoggio il bomber del 1999 su una ringhiera, come facevo nel 1999. Mi volto indietro verso destra. Elena non c’è. Continuo a ballare. Tanto ci sono WhatsApp e Facebook per farglielo sapere.

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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