Mercoledì 19 Dicembre 2018
Interviste

Giorgio Moroder ci racconta il tour del 2019, il primo della sua vita

Il pioniere dell'elettronica torna nel 2019 con il suo primo tour live. In attesa di un musical e tantissimo altro ancora

Foto di Studio Brammer

L’entusiasmo di un ragazzino e l’umiltà dell’ultimo della classe. E massicce dosi di autoironia. Così Giorgio Moroder (classe 1940) arriva al press day organizzato nella natia Ortisei per presentare il suo primo tour live: The Celebration of the 80’s, che a maggio arriverà anche in Italia con tre date: Teatro Ciak di Milano (venerdì 17), Mandela Forum di Firenze (sabato 18) e Auditorium Parco della Musica di Roma (domenica 19). Moroder si presenta all’intervista quasi danzando sulle punte, camicia tirolese ma non troppo e i mitici baffi sempre ben affilati. Saluta i giornalisti dando a tutti il pugno invece che la mano. Nessuna stravaganza da rapper, soltanto un fastidio alla mano, quindi meglio non stringerne troppe.

“Nella vita ho ancora qualche sogno da realizzare” – spiega Moroder  – “Cantare dal vivo e un musical; non mi spiacerebbe fare anche il regista di un film, ma forse quest’ultima idea è un po’ troppo complicata da portare avanti”.

I live saranno realtà da aprile.

Ho iniziato a pensarci quando ho visto i concerti di Hans Florian Zimmer e Morricone, soprattutto questi ultimi. Se li fa lui che ha 90 anni posso farli anch’io, sono un ragazzino al confronto. Anche se non posso paragonarmi a chi ha scritto credo 200 colonne sonore, io al massimo dieci! Nel live canto i miei pezzi, con l’ausilio delle nuove tecnologie che aiutano tantissimo, utilizzerò il vocoder, e racconterò qualche aneddoto tra una canzone e l’altra, diciotto in tutto, senza stancare troppo la gente. Musicisti, coristi, luci e video a completare il tutto. Per ora iniziamo con un tour europeo, poi si vedrà dove andare, abbiamo già richieste per le Americhe e l’Australia.

È la prima volta che canterà in pubblico?

Ho smesso nel 1970 con il Cantagiro (festival itinerante italiano nato negli sessanta, con tanto di diretta Rai per la serata conclusiva). Non ero molto capace, non ricordavo le parole… Con gli stessi pezzi del mio live faremo anche un musical: debuttiamo nel 2020 a Bolzano, un po’ sulla falsariga di ‘Mamma Mia’.

Fare il dj è stata la premessa…

Vero. Ho iniziato a fare il dj nel 2013 e mi è piaciuto. Il 5 gennaio sarò al Palasport di Rimini (insieme ad Ilario Alicante – ndr) poi penso di fermarmi. Troppo faticoso viaggiare. Domani parto il Messico, poi vado a Miami, suonerò in una crociera, devo tornare in Italia… Molto impegnativo. Se si vuole essere dj ai massimi livelli serve disciplina totale, è una vita molto stressante. Io non ho mai fatto nulla, mai usato droghe né altro. E quando faccio il dj non tocco nemmeno l’alcool. Al massimo un bicchiere a fine set. È difficilissimo un dj set, non si creda il contrario. Ci sono tantissimi tasti, servono tecnica e creatività: una volta ho schiacciato il tasto sbagliato e si è spento tutto. Per fortuna il pubblico pensava fosse un effetto! Un dj deve capire quando suonare una traccia e comprendere al volo le reazioni del pubblico, non è per niente semplice. Anche se non avrei mai pensato che i dj sarebbero diventati le nuove rockstar. Io stesso guardavo in modo strano le persone che mi chiedevano di farlo… Poi ho provato e mi è piaciuto, anche perché mi hanno fatto buone offerte per andare in console, non lo nego.

 

E se non ci fossero stati i Daft Punk…

Mi hanno resuscitato! Scherzi a parte sono stati loro a farmi ritrovare la voglia di tornare sul palco. Io ho fatto il mio primo dj set a febbraio 2013, il loro album è uscito pochi mesi dopo. Mi hanno aiutato moltissimo.

Le piace la definizione di pioniere, padre, padrino della musica elettronica? Quale preferisce?

Basta non mi definiscano il nonno! Cercavo qualcosa che non c’era, all’inizio degli anni settanta con Kraftwerk e Tangerine Dream stava nascendo qualcosa; così ho provato con il synth, ho affittato sia il moog che un tecnico… Sono stato fortunato. Anche con le colonne sonore: trent’anni fa tutti gli autori provenivano dalla classica; Alan Parker per ‘Fuga di Mezzanotte’ mi chiese qualcosa simile a ‘I Feel Love’, sono stato il primo ad entrare ad Hollywood provenendo dal pop.

È vero che andava in discoteca a sentire che effetto facevano i suoi pezzi?

Assolutamente vero. Mi piaceva l’atmosfera e ho sempre amato i pezzi veloci, i pezzi disco. Portavo la mia audiocassetta ai dj – all’epoca ero a New York – aspettavo il momento in cui lo suonavano e così capivo la reazione del pubblico.

I social network le piacciono?

Fa tutto mia moglie, io non li guardo neanche. Possono diventare un’ossessione. Comunque servono, sia chiaro!

Adesso è più facile fare musica o più difficile?

Più facile. Negli anni settanta servivano uno studio, musicisti, tecnici e almeno 300/400 marchi, bei soldi all’epoca. Adesso con un computer si può fare tutto. E internet consente ad un brano di essere ovunque in pochi attimi. Certo, c’è molta più concorrenza. Si deve essere bravi sia a produrre sia a farsi conoscere. Se c’è il talento, però, prima o poi emerge. Un figlio di un mio amico ha 13 anni ed è già bravissimo a mixare; basta però non pensare che il proprio disco sia sempre il più bello di tutti. Ce ne sono sempre di migliori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dal 1996 segue, racconta e divulga eventi dance e djset in ogni angolo del globo terracqueo: da Hong Kong a San Paolo, da Miami ad Ibiza, per lui non esistono consolle che abbiano segreti. Sempre teso a capire quale sia la magia che rende i deejays ed il clubbing la nuova frontiera del divertimento musicale, si dichiara in missione costante in nome e per conto della dance; dà forfeit soltanto se si materializzano altri notti magiche, quelle della Juventus.

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