Giovedì 23 Maggio 2019
Interviste

Goldie è semplicemente “timeless”

Le battaglie perse dai giovani, i graffiti, un nuovo album insieme a collaboratori eccellenti. Goldie si racconta

La decima edizione di Jazz:Re:Found passa agli archivi e con essa i ricordi di alcune grandiose performance tra cui spicca indubbiamente quella di “Mr. Metalheadz” Goldie. L’artista britannico ha infatti chiuso la giornata di venerdì in cui si sono susseguiti sul palco Jameszoo, Lefto e niente meno che Roni Size. Ma noi nel pomeriggio ci siamo recati allo spazio del Comodo 64 per avere occasione di intervistare l’uomo che per primo seppe portare la drum’n’bass da fenomeno underground in Inghilterra alle classifiche di tutta Europa.

Partiamo parlando del tuo passato e di chi eri prima che Goldie diventasse il tuo alter ego in modo più pervasivo. Nella prima metà degli anni ’80 ti trasferisci negli Stati Uniti per seguire la tua passione per la graffiti art ed il tuo business di “grills” (protesi con gioielli per denti n.d.r). Ricordi il tuo rapporto con la musica in quel periodo?
All’epoca mi ero trasferito in America per via di questa attività e ritenevo che economicamente fosse la scelta più giusta. Questo business si muoveva principalmente su New York e Miami e mi consentiva di avere tempo libero per i progetti di graffiti art. Sono stati anni spensierati in cui ho conosciuto la musica prima come componente di una crew di breakdance e poi come fan della breakbeat.

Nel 1988 decidi improvvisamente di tornare nel Regno Unito. Qual è stato lo stimolo dietro questa improvvisa decisione?
Non avevo una famiglia e quindi ero responsabile solo di me stesso. Amavo quello che facevo con i graffiti e vedevo che il pubblico si entusiasmava e mi dava un grande affetto. Ho sempre amato la scena ed esserne parte insieme a persone che ricambiavano questa energia era bellissimo. Non ti saprei dare una risposta, probabilmente ho seguito l’istinto e ho voluto contribuire il più possibile.

Scommetto che ancora oggi, dopo tanti anni di carriera, stai cercando quella risposta.
Sì è vero. Però il fatto che stessi vivendo gli ultimi anni della “pre-internet era” in uno dei contesti più autentici, quello della strada, sicuramente è stato un privilegio.

“I giovani d’oggi ascoltano la musica del passato pensando di essere cool, non combattono nessuna battaglia e investono le loro energie su cazzate come le password del wi-fi o Spotify, dove qualcuno seleziona la musica al posto loro”.

Oggi questa autenticità dove la cerchi?
Semplicemente non la trovo. I giovani d’oggi ascoltano la musica del passato pensando di essere cool, non combattono nessuna battaglia e investono le loro energie su cazzate come le password del wi-fi o su Spotify, dove qualcuno seleziona la musica al posto loro. Questa ti sembra autenticità o libertà? Il sistema ha vinto e ottenuto quello che voleva e la cosa bella è che quando lo dicevamo noi vent’anni fa ci prendevano per pazzi, però noi ci ribellavamo alle imposizioni, avevamo i club, la club culture e ci difendevamo ferocemente se necessario. Dimmi in Italia ci sono ancora club underground?

Ce ne sono pochi, i più stanno diventando contenitori dove organizzare eventi ad uso e consumo dei promoter.
E non pensi che tutto questo sia pazzesco? Che sia un segnale di declino e una buona ragione per combattere?

E tu come hai intenzione di combattere questa “battaglia”?
Come ho sempre fatto, spiazzando tutto e tutti, prendendo i dogmi di genere e dimostrando che sono sbagliati. In questo senso a ottobre ho terminato un lavoro molto importante che si trasformerà in un album assieme a Brian Eno, Ryūichi Sakamoto e i Sigur Ros. Con ‘The Journey Man’ ho dato luce ad un progetto molto complesso, adesso voglio spogliarlo di tutti i suoi elementi, proporre delle strutture minimali e dare vita a qualcosa che vi faccia letteralmente impazzire. Mi sentirete a 127 BPM e anche se la drum’n’bass è “la mia cosa” sono sicuro che vi stupirò perché mi diverto ancora tanto a fare quello che faccio!

Potremmo dire che sei davvero “Timeless”.
Sì, lo sono!

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