Giovedì 22 Ottobre 2020
Interviste

Groove Armada, il risveglio della house più underground

Dopo dieci anni di silenzio Tom Findlay e Andy Cato presentano il nuovo album. Un crogiolo di stili in contrasto netto con gli ultimi lavori. E raccontano di un momento di crisi affrontabile solo con coraggio e distrazioni in studio

Undici brani e tutti con un sapore retrò: 50 al contenuto, 50 al movimento, come diceva Jovanotti. Anzi, i Groove Armada vanno oltre e mettono nel blender di ‘Edge Of The Horizon’ un goccio di electro, una dose di pop e una spruzzata leggera di Italo disco. Così, ci si trova davanti a un mix speciale, qualcosa che sembra un po’ Hall & Oates e un po’ Prince, un po’ La Bionda e un po’ Roxy Music ma… allisciato, arrangiato e considerato in modo contemporaneo attraverso la supervisione di BMG.

Fuori venerdì 2 ottobre, il lavoro presenta un’intera vastità di talenti vocali, a cominciare dal padrino della UK garage Todd Edwards con ‘Lover 4 Now’, per arrivare a Nick Littlemore (Empire Of The Sun e Pnau) per ‘Get Out on the Dancefloor’ e ‘Tripwire’, sino a Paris Brightledge, stella della house made in Chicago fattasi valere con iniziative per Sterling Void e Chip E. Andy Cato, con noi, parla anche a nome del socio Tom Findlay.

 

Come state tu e Tom? Come affrontate e organizzate la promo di ‘Edge Of The Horizon’?
Mah, si va avanti. Io abito in Francia. Tom in Inghilterra. Sapete bene come possano andare le cose in queste due nazioni. Durante i giorni di prima quarantena abbiamo lavorato tanto da casa e poi siamo andati in studio da Tom, mentre il resto del mondo cercava di riprendersi. E fare musica così non è facile, lo sappiamo. Abbiamo notato nel contempo un’intensità diversa negli occhi delle persone. Siamo alla follia. Sono sensazioni che entrano in gioco soprattutto quando siamo completamente persi tra gli strumenti, i sintetizzatori e le registrazioni giorno e notte. Ma quella sensazione condivisa e inespressa arriva quando sappiamo entrambi di aver capito bene la strada da percorrere a livello creativo, personale, umano.

 

Con che stato d’animo, quindi, entravate in studio?
Un umore particolare, strano. Avevamo già del materiale su cui lavorare. In agenda avevamo l’idea di questo album. A Londra intanto stava succedendo qualcosa che non ci spiegavamo. Ma noi siamo andati avanti come sempre, ci siamo intestarditi sulla tecnica dell’uso dei sintetizzatori, al modo accurato di tirare fuori suoni da un Juno.

Sembra quasi di parlare di nuovi Groove Armada.
Pensiamo solo che questo sia uno stile che rispecchia la nostra odierna faccia, il nostro gusto. Certo è che ci sono delle cose che nascono perché abbiamo usato molti strumenti vintage. Vintage è anche il nostro approccio: usiamo ancora i sample per lo sviluppo dei brani, ma oggi lo facciamo in modo lieve e creativo, non ci basiamo più interamente su una grande porzione di suono altrui come si faceva tanti anni fa.

 

Nell’album avete usato anche strumenti tradizionali?
Sì. Lavoriamo in uno studio casalingo, lo spazio è quello che è, ma è ben attrezzato, lo abbiamo parecchio sfruttato per la pre e post produzione dell’album stesso. Questo processo di creazione è stato per noi come una terapia. Quando Tom tornava con me al lavoro, spegnevamo i telefoni, ignoravamo le notifiche sugli schermi e procedevamo in un’atmosfera irreale, assurda.

E fuori dall’home studio, il mondo. Soprattutto i fan.
Arrivare a chi ti ama e ti supporta è complicato se non usi i soliti mezzi. Ci siamo resi conto che ‘Black Light’ è stata una parentesi, un album compreso dai nostri fan ma che ormai appartiene al passato. Così abbiamo deciso di pubblicare cose nuove, singoli e appunto ‘Edge Of The Horizon’. Ci sono tanti giovani, tra chi ci segue, per i quali siamo una novità. Ce ne rendiamo conto quando ci contattano via social e quando ci aspettavano alla fine dei nostri show.

 

E ora, senza la possibilità di portare in giro l’album dal vivo, che farete?
Non suonare ai festival ovviamente è frustrante, avvilente, e noi ci interfacciamo quotidianamente con il nostro promoter per trovare idee nuove da sviluppare. Vedremo. Dobbiamo solo mantenere vivo il nostro corso, il nostro modo di intendere la qualità. Fare le cose che ci piacciono e con i tempi da noi prescelti e non dettati dall’industria. Oggi per noi percorrere nuove strade è naturale, perché lo abbiamo sempre fatto. La musica elettronica ultimamente è diventata un po’ ripetitiva e quindi ci siamo resi conto semplicemente di voler restare solo noi stessi, coerenti con quello che è sempre stato il nostro stile. Certo, a volte puoi trovare della vera sperimentazione anche dove meno te lo aspetti, anche in un semplice suono di piano.

Intanto la tecnologia e la società corrono. Dove, non si sa. Ma corrono. Come vi preparate a grandi cambiamenti e ritmi dettati dall’uomo?
Ci sono dei software che sfruttando tecnologie rivoluzionarie, sono molto avanzati e, certo, la tecnologia corre ma non sappiamo realmente come e dove cambierà gli scenari. Penso che il fattore umano resterà comunque una componente fondamentale per l’atto creativo.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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