• MARTEDì 04 OTTOBRE 2022
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Gué Pequeno, più “Vero” del vero

Il nuovo disco solista di Gué Pequeno è uscito il 23 giugno, si intitola “Vero”, è uscito per Universal/Def Jam e porta con sé diverse considerazioni sull’artista, sull’universo Dogo e sulla noiosa scena del rap italiano.

Parto proprio da qui. Dalla scena rap che sta vivendo una fase davvero gloriosa dal punto di vista commerciale e di diffusione: il rap oggi, in Italia, è la musica dei ragazzi, degli adolescenti, com’è giusto che sia. E’ quella che by-passa le radio e le TV (ma poi non è tanto vero: MTV Spit, One-Two One-Two, Hip Hop TV sono lì a dire il contrario) e fa i milioni di click sul web. E poi i rapper, come si diceva una volta, “fanno tendenza”, sono i testimonial più appetibili per i marchi di abbigliamento e per tutto ciò che gravita attorno al mondo giovanile. Come è giusto che sia, come accade in America da un bel po’ di anni ormai.

Dal mio punto di vista, a tanta popolarità non è seguito, negli anni, un incremento della qualità. I beatmaker, sì, sono parecchi e sempre più talentuosi e prolifici. Tra gli mc, invece, mi pare di notare un notevole appiattimento lirico, stilistico, c’è poca ricerca di personalità e tanta voglia di essere personaggi. Un mio amico musicista ha fatto un paragone centratissimo con il wrestling, dove gli atleti sono sempre accompagnati da un character ben definito, quasi da fumetto, da cartoon. Non è necessariamente un male in sé (certo, alla mia veneranda età si fa fatica a digerire “devo cavalcare queste vacche pazze”, “vieni qui ci sta cioccolata”, ma se avessi 16 anni forse – forse – mi potrebbe pure piacere). Ma non c’è un contraltare, manca tutta quella componente di rap un po’ più stiloso, ragionato, profondo, che nel nostro Paese troviamo solo in rari casi. La conseguenza è che il pubblico del rap si è abituato alle sparate sessiste, alle punchline da social, ai calembour, a un confine sempre più labile tra la cazzata LOL e la serietà. Chi prova a fare un disco come “Status” deve faticare il doppio a farsi recepire, pur avendo in mano un album nettamente superiore a tutto il resto in giro, pur vendendo bene. E se fatica Marracash, che ha comunque un certo status (perdonate il gioco di parole), abbiamo detto tutto… Quello che proprio non amo della nuova generazione dei rapper è il cinismo con cui approcciano il mestiere, vivendolo come un business da cui spremere ogni goccia, e fanculo alla credibilità: si lanciano in improbabili dj set, eventi promozionali di ogni tipo, featuring in cui basta incassare il bonifico. L’altra faccia della medaglia sono i nostalgici della stagione delle posse, che per me sono pure peggio: duri e puri, incazzati con il mondo, incazzati con la nuova generazione di rapper cinici di cui sopra, e fermi a un’irrimediabile amarcord dei centri sociali, degli zero compromessi, a sparate socio-politiche che sembrano prese di peso da certe aree politiche di perenne contestazione.

guè-pequeno

In questo scenario, Gué Pequeno è l’artista che ha capito tutto, che sa interpretare il feeling nell’aria e sa esattamente come porsi. Infatti, “Vero” è il disco più solido e appetibile che potesse uscire ora. Gué ha un flow eccezionale, su questo non ci piove; è un gigante del rap da più di dieci anni; ha il retroterra e la fiducia della discografia per potersi permettere un budget alto e collaborazioni importanti. E soprattutto, punta a rilanciare e non a galleggiare sul proprio successo. Dalla cover, che vuole già dirci tutto, alla produzione e alla varietà stilistica. Gué esce con “Squalo”, esca perfetta per le polemiche da web (“ma come rappa male”); e poi “Le bimbe piangono”, altra provocazione nel video, e tutti a cascarci. Il fatto è che tutto questo è fatto bene, con consaplevolezza, senza menate e senza ansia, e realizzato con mezzi importanti e utilizzati bene. Proprio a partire dalla foto di copertina.

“Voodoo”, “Equilibrio”, “Fuori orario”, il divertissement di “Nouveau rich” con Crookers, sono tutti pezzoni. Poi possiamo stare qui a romperci la testa con i testi, con la cafonaggine, ma dov’è la differenza con gli altri artisti del genere? Dov’è la differenza con gli americani, che recitano aria fritta in ogni rima (con le dovute eccezioni, naturalmente)? A me molti topics del rap annoiano da morire: gli ego trip, il machismo, l’ostentazione. Ma questo è. Se non mi piace posso non ascoltare il rap, che ci possiamo fare. La differenza tra Gué Pequeno e gli altri, è che lui questa onda la sa surfare nettamente meglio di tutti.

Alla presentazione del disco è apparso tranquillo, rilassato, molto contento e sicuro di sè. “Non mi va di essere messo nel calderone dei dissing, delle sparate, dei confronti, non me ne frega più niente, mi sembra di aver dimostrato abbastanza da non dover stare a spiegare ancora queste cose”, dice. Sulla produzione, invece, spiega di come “ho voluto cercare un respiro europeo, e questo a partire dalle frequentazioni con artisti e luoghi che non fossero i soliti. La Francia e gli USA sono i miei riferimenti, e sono molto soddisfatto di aver concretizzato le collaborazioni con Joke e con un peso massimo come Akon”. Chi si aspettava rassicurazioni su una carriera solista vissuta come side-project, invece, deve fare i conti con un’altra realtà: “i Club Dogo non si scioglieranno mai, ma in questo momento sono molto più a mio agio nella mia veste solista, voglio puntare molto su di me e sviluppare il brand di me stesso, ci sto investendo tanto”.

Riguardo alla stagione delle posse dice: “è stato un errore storico, solo in Italia l’hip hop si è ghettizzato in quel contesto, altrove è subito uscito dai circoli ristretti per conquistare popolarità e mercato”.

Mi ha fatto molto ridere la risposta alla domanda, ormai classica e scontata, sulle richieste di talent e reality show televisivi: “grazie al cielo credo di essere in un momento della mia carriera abbastanza alto da non dover farmi riprendere mentre piscio dietro un cespuglio. O almeno datemi 500mila euro, se proprio devo farlo!”.

Quest’ultima nota “leggera” racchiude in sé un’osservazione più amara su come viene percepito il rap, ancora nel 2015, dal mondo generalista: un fenomeno ancora difficile da comprendere appieno, visto sempre da distante da una generazione di giornalisti che non sanno bene come rapportarvisi, e lo riducono, loro malgrado, a qual cliché che si alimenta delle solite stronzate.

Per questo mi sento di dire che Gué Pequeno è indubbiamente il più forte, in questo momento: perché invece di farsi schiacciare da fan cresciuti a pane e punchline, e da un sistema incapace di fotografare il rap in modo degno, sa come surfare (un verbo che non uso a caso) sulle due onde, divertendosi e allo stesso tempo sapendo giostrarsi nel modo giusto rispetto a tutto il can can mediatico. E poi, se ai tempi di “Mi fist” era credibile raccontare la voglia di farcela e la strada, a questo punto non lo sarebbe più, ed è anzi molto più credibile raccontare i night club e la vita da star.
Insomma, se queste sono le regole dell’acquario, allora Gué è senza dubbio uno squalo in mezzo a troppi pesci rossi.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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