Martedì 16 Luglio 2019
Costume e Società

Non possiamo perdere la guerra dei decibel

Permessi e restrizioni sul volume della musica in Italia creano grandi limitazioni a eventi che spesso servono anche a fare cultura

La scorsa settimana sono stato invitato a due eventi molto diversi tra loro. Uno era l’ascolto dei nuovi master degli album storici di Lucio Battisti, in un piccolo lussuoso spazio nascosto nel centro di Milano, con un impianto ad alta fedeltà dalla resa del suono davvero cristallina. L’altro era un grande party all’aperto, sempre a Milano, organizzato da un colosso della tecnologia all’Arena Civica, dove un sontuoso palco a ledwall condito da luci e ologrammi avvolgeva il dj set di Sebastian Ingrosso, di fronte a qualche migliaio di persone. Un grande evento. Il paradosso è che il volume qui era basso, poco incisivo, sicuramente inadeguato a un dj del calibro di Seb, a una produzione di quel livello e a una situazione di quel tipo. Intendiamoci, la colpa non è assolutamente degli organizzatori, che non hanno lesinato su palco, luci, effetti speciali e tutto il resto. Anzi. Milano – come tanti altri posti in Italia – soffre di leggi restrittive che obbligano gli eventi all’aperto a volumi bassi, troppo bassi, semplicemente ridicoli perché si possa pensare di mantenere uno standard di qualità “giusto” per far sì che la musica ci avvolga e sia il centro della performance. Dagli innumerevoli concerti a San Siro alle indimenticate serata di deadmau5 e Skrillex al Market Sound, dagli eventi open-air al Parco Sempione o alla Palazzina Liberty fino alle estati del Circolo Magnolia (Flume, per citarne un concerto a caso), la città e gli organizzatori di eventi devono andare con il freno tirato. E questo inevitabilmente inquina la qualità di feste belle, di line up e cartelloni preparati con entusiasmo, competenza, abilità e notevoli oneri economici, con nomi importanti e intenti che non sono semplicemente di intrattenimento ma anche culturali. Ho parlato di Milano perché è la realtà che conosco meglio, ma potrei citare i fatti recenti di Torino, con i “concerti dal balcone” sospesi a causa di vicini non proprio inclini alla musica, o i tanti festival che invece di ricevere politiche di assistenza e di permessi, sono talvolta vessati da regolamenti che appaiono sempre più assurdi, specie se confrontati con quanto avviene in molti altri Paesi del mondo. Lo scorso maggio, a Londra, siamo stati a Steel Yard, evento firmato Creamfields che ha portato migliaia di persone e un maxi stage a Victoria Park, con un volume decisamente alto e senza che questo pacifico raduno di clubbers abbia guastato la serata ad alcun cittadino. Idem per i tanti concerti che si svolgono, esempio, in Central Park a New York, nelle location all’aperto di Berlino o in luoghi che di solito consideriamo anche meno “lungimiranti”, in termini di permissivismo sociale, come la Romania (durante l’estate vi abbiamo parlato in termini entusiastici di Untold Festival, se ricordate). E proprio “lungimiranza” è la parola chiave di questo discorso. All’età di 35 anni, non sono esattamente il raver scalmanato intransigente che non pone alternative al divertimento senza freni. Mi rendo conto che l’inquinamento acustico e urbano sono un problema di cui tenere conto, e che chi vive in una zona residenziale ha il diritto – sacrosanto – di starsene tranquillo e sereno. Ma sull’altro piatto della bilancia va messa in conto la prospettiva culturale che molti concerti o eventi live (non solo di musica) portano con sè. Un accrescimento e una ricchezza non solo materiale. E con le giuste misure, e con la giusta tutela della qualità, sono convinto che si possa portare il volume a un livello decente. Perchè gli impianti di qualità permettono di raggiungere volumi importanti senza che le orecchie ci “friggano” e senza problemi acustici esagerati e particolarmente fastidiosi. Se le autorità e le istituzioni non riescono a entrare in questo ordine di idee, rischiamo di restare in serie B nella diffusione di contenuti che, ripeto, appartengono anche alla sfera artisrica e culturale di una società. Chiaro, senza eccessi e senza pretese assurde da rave nei centri abitati. Mi permetto di portare acqua al nostro mulino citando, sempre per fare l’esempio di Milano, la totale incuria che permette invece ai tantissimi locali delle zone più frequentate la notte di non rispettare alcun regolamento (che pure esiste) in termini di orari, di somministrazione di bevande, di distribuzione di bicchieri e bottiglie di vetro, di volumi alti oltre l’orario consentito. I club, i concerti e i festival sono invece monitorati al millesimo con gli strumenti tecnici per la misurazione dei decibel. Ok, se prima sembravo un pericoloso rivoluzionario ora sembro un vecchio trombone che si lamenta. Non sono l’uno né l’altro. Sono un cittadino che ama la musica e la ritiene una grande risorsa culturale. E che soprattutto gode nel vedere una società sana in cui si rispettano le regole. Laddove le regole non sono però gabbie restrittive, ma piuttosto confini armoniosi di una convivenza serena. La guerra dei decibel è una definizione stupida. Perchè non dovrebbe essere una guerra, ma una manifestazione di libertà e buonsenso. Se perdiamo questa guerra, perdiamo anche questa libertà.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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