Martedì 18 Giugno 2019
Festival

Dalla provincia al grande impero: Home Festival

 

 

Come sentirsi a casa. Come far sentire tutti a casa, giocando in casa. Dai ravers della prima generazione ai giovanissimi amanti della nuova dance da stadio o della techno da club, dai rockettari a chi non è mai uscito dalla provincia di Treviso e vede l’intrattenimento e la festa nel luna park e nella band gloria locale. Home Festival non si chiama così per caso. D’altronde una line up eterogenea che passa da The Prodigy a Vinicio Capossela, da Martin Garrix ai 2 Cellos, esprime l’esplicito intento di essere trasversale nella proposta e nel pubblico. E meno male.

 

 

 

 

Uno sguardo all’Europa
Home Festival è diventato in pochi anni il festival italiano con la maggiore affluenza di pubblico. Il comunicato ufficiale a fine manifestazione dice 88mila ingressi. Fosse pure qualcuno in meno, è comunque una cifra notevole, soprattutto se si considera l’ubicazione non proprio centrale: non Roma o a Milano, non la riviera romagnola o il Salento; siamo nel profondo nord est, in un weekend post-vacanze che potrebbe significare portafogli sgonfio e voglia di ricaricare le pile dopo le ferie. Invece il festival cresce di anno in anno e lo fa con quella mentalità che manca alla maggior parte dei festival del nostro Paese, pure a quelli di una certa dimensione, pure a quelli di un certo prestigio, pure a quelli di una certa qualità. Lo fa guardando al modello dei festival europei (e americani), dove il rap è sullo stesso palco di un dj o del folk. Il modello di riferimento più vicino è lo Sziget ungherese, ma se vogliamo nel DNA di Home c’è Glastonbury, c’è Primavera Sound, c’è Coachella.
Con delle differenze, ci mancherebbe. Non siamo ciechi e non abbiamo il paraocchi. Ci sono dei limiti e dei difetti. I primi sono la distanza tra i ghiottissimi nomi degli headliner e il provincialismo di buona parte della fascia pomeridiana: da un lato The Prodigy, Martin Garrix, Ilario Alicante, Salmo, Pendulum, e aperture eccellenti come Dub FX, Fabri Fibra, I Cani, Max Gazzè. Dall’altro realtà locali e/o piccole come Rumatera, Unknwn, Francesco Bonora. I difetti sono in un’area che crea qualche problemuccio al traffico, con le arterie della città congestionate, e una location ampia e vivibilissima, ma che tuttavia toglie un po’ del piacere di stare al festival a causa di terra, polveroni, cemento. Nulla di grave o impossibile, ma se le cose andranno nel verso giusto, sarebbe bello pensare a una bonifica che renda più piacevoli anche questi aspetti. Il resto dell’ospitalità di Home è più che buona: aree cibo ben dislocate e varie nell’offerta, servizi con code ragionevoli anche in orari di grande afflusso, palchi disposti bene e timetable studiate con intelligenza per concentrare il pubblico sul MainStage durante gli show principali e distribuirlo invece sugli altri palchi quando il main è fermo.

 

 

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Promossi e bocciati
Tornando al lato strettamente musicale, Home ha fatto un notevole salto in avanti anche rispetto all’anno scorso, con nomi internazionali e italiani di livello. Prodigy e Salmo sono stati indubbiamente i migliori. I primi erano il motivo per cui molti sono venuti al festival, e il loro live è un carrarmato che ti sfonda il salotto mentre stai cenando sereno davanti al TG con la famiglia. Una band che può permettersi di iniziare con ‘Breathe’ sicuramente “ha i pezzi”, come si dice, e l’energia che Liam, Keith e Maxim portano sul palco dopo 25 anni insieme (grazie anche a una band molto affiatata) è esplosiva. Tra successi recenti (‘Nasty’) e pezzi leggendari (‘Firestarter’, ‘Smack my bitch up’ ma soprattutto ‘No Good’) il concerto è irresistibile, e tocca andare a pogare là in mezzo (fatto!). Salmo dal canto suo è il miglior live italiano in giro in questo periodo. Una botta di adrenalina dall’inizio alla fine. Ormai definirlo rapper è limitante e quasi svilente. Intelligente nel portare in giro una produzione con quattro elementi (dj, chitarra, basso, batteria), dei propri visual, pedane personalizzate. Non è la scenografia degli U2, ma cambia la percezione del palco, e vuol dire molto. Altro promosso è Dub FX, il suo live al Circus Stage è davvero gradevole, bassi e costruzioni ritmiche spigolose trovano equilibrio nelle melodie dolci e nella voce. Un piccolo gioiello, che ci ha sorpresi. Da segnalare anche i Selton con la loro allegria elegante capace di trascinare tutti; musicisti raffinati ma mai snob, sanno creano un contatto profondo e spensierato con il pubblico. I Cani hanno scatenato un bell’entusiasmo, personalmente non sono un fan dei loro dischi ma dal vivo hanno tutto un altro passo. Fabri Fibra è una roccia, Alborosie torna in Italia da re della Jamaica e si capisce perché.
Paradossalmente, le due cose più deludenti sono stati i dj set di Garrix e Alicante. Non è una boutade ad effetto, ma una constatazione di quanto la musica da club possa essere forte e popolare ma talvolta poco originale. Martin Garrix ha snocciolato un set di successi facili, edit e remix di cose troppo note. Daft Punk, The Weeknd, Chemical Brothers, Fedez (in persona con un cameo veloce al microfono), tutto passa nel frullatore del ventenne olandese, ma tutto è prevedibile e già sentito. Il pubblico è numeroso e i giovanissimi saltano e ballano, ci mancherebbe, ma la sensazione diffusa è quella di aver assistito a un set che chiunque tra il pubblico avrebbe potuto suonare. Non proprio ciò che ci si aspetta da un top player, che pure sapevamo avrebbe suonato facile. Ma così è troppo. Ilario Alicante va meglio ma sembra la nemesi di Garrix: scurissimo e duro fin dall’inizio, un set cupo e un pubblico altrettanto cupo, le incursioni del vocalist del Muretto con gli annunci non giovano al set. Il suo nome è una garanzia, la sensazione è di averlo sentito un filo sottotono. I migliori dj del festival sono Ackeejuice Rockers, che giocano in casa e sanno essere, loro sì, facili ma stilosi; e i 2 Many DJs, quelli che sui social leggi “ancora loro?!”, “sono bolliti”, “sono finiti”. E invece sanno sempre sorprendere, e soprattutto suonare con classe eccezionale. Spesso la realtà del network non coincide con il paese reale.

 

 

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Dalla provincia al grande impero
Home si pone prepotentemente come uno dei pochi festival italiani di respiro e attitudine davvero internazionali. E sicuramente quello più grande in termini di pubblico e più completo per la experience globale che offre. Tanti stage, tanta musica diversa, aree relax, cibo e drink, giostre e bancarelle. Quello che applaudiamo all’estero e ci lamentiamo se in Italia non c’è. Le critiche – le ho messe in luce io stesso – alla parte di line up più local sono relative: è un limite, è vero, ma sono scelte mirate e intelligenti, che permettono di risparmiare budget da spendere sugli headliner e in un’ottica di investimento per il futuro fanno andare i conti in attivo. Da qualche parte ho letto che la line up di Home è un calderone. Bene, a Glastonbury sullo stesso palco c’erano Muse, ZZ Top, Skepta, Rokia Traorè. All’Home Prodigy, Alborosie, Teatro degli Orrori. Io lo chiamo eclettismo, e fa solo bene alla musica. Se questi sono i problemi, lunga vita a Home. Che di festival applauditi dalla critica e naufragati per mancanza di pubblico, in Italia, ne abbiamo visti già troppi. E non è uno spettacolo che mi piace.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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