Giovedì 25 Aprile 2019
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‘Homework’ dei Daft Punk compie ventidue anni

L'inizio di una leggenda: era il primo album e i due non avevano i caschi. Il ricordo di alcuni redattori di DJ Mag Italia

Se dobbiamo concederci alla nostalgia, allora vale la pena farlo in occasione di anniversari speciali. Ad esempio, il compleanno dell’uscita ufficiale di ‘Homework’, album di debutto dei Daft Punk, ideale spartiacque che ha segnato un nuovo punto zero nella musica dance. La data ufficiale di uscita è il  il 17 gennaio 1997. Ma l’album circolava già da tempo in vari formati, e possiamo datare genericamente in gennaio questo storico compleanno. ‘Homework’ non solo rivelò al mondo lo straordinario talento di Guy-Manuel de Homen Christo e Thomas Bangalter. Sancì un passaggio fondamentale tra la prima generazione di produttori house e techno e una nuova scuola di menti molto più aperte, capaci di guardare in maniera trasversale ai generi, non solo quelli appartenenti alla dance ma anche al di fuori di essa. La generazione dei Chemical Brothers, dei Prodigy, dei Massive Attack e dei Leftfield, di Moby. Artisti che hanno saputo forzare la gabbia della produzione e riversare il rock, il funk, la psichedelia in una musica che fino a quel momento era per lo più intesa come antitesi del “suonato”: i campionatori e i sequencer contro la sala prove, i dj contro i chitarristi, i loop contro le canzoni. 

I Daft Punk con ‘Homework’ non hanno sposato la canzone (quello lo avrebbero fatto più tardi e con risultati stellari). Hanno segnato un momento di reset totale. Come la nascita di Cristo ha diviso la storia dell’umanità in “prima” e “dopo”, lo stesso ‘Homework’ ha segnato una svolta: ha tratto le migliori suggestioni di ciò che era stato fatto, della grammatica esistente, e ha creato una nuova sintassi. Il seme funk di ‘Da Funk’, di ‘Burnin”, di ‘Indo Silver Club’; la techno dura e spigolosa di ‘Rock’n Roll’ e ‘Rollin’ & Scratchin”; la house di ‘Phoenix’, ‘Revolution 909’. ‘Homework’ è arrivato dal cielo in un momento in cui la musica aveva bisogno di un album così. I dj più preparati lo svisceravano in ogni set, da chi suonava house a chi pestava veloce; i più “facilotti” si accontentavano (si fa per dire) di un singolo come ‘Around The World’, un tool con una voce in loop capace di diventare tormentone estivo del 1997, un inno della club culture e uno dei punti di svolta nella messa in scena di un videoclip (il regista era il leggendario Michel Gondry). Moltissimo è stato scritto di ‘Homework’, molte altre cose potrebbero essere scritte, ma in occasioni come questa è giusto concedersi ai ricordi. E allora, ecco i ricordi e i racconti di alcuni redattori di DJ Mag su questo album impareggiabile.

 

Albi Scotti
“Nel 1996 avevo iniziato a frequentare Skipper, il mio dj shop di fiducia a Novara. Avevo 15 anni e non possedevo ancora i piatti. Ma iniziavano a circolare i primi promo di questi Daft Punk, e tutti ne parlavano al negozio e sulla fanzine Discoid. Qualche mese dopo, appena il CD fu stampato corsi a comprarlo. Me l’ero fatto mettere da parte da Scivolo, il proprietario. Ricordo ancora tutto: era un sabato mattina, dopo mezzogiorno. Entusiasta, corsi fuori da scuola per passare a ritirarlo. Molti miei colleghi, leggerete, hanno metabolizzato nel tempo ‘Homework’. Io no. Io resti folgorato immediatamente. Non lo dico per fare il figo, è semplicemente successo così. Quel disco mi stregò subito. Era come aver trovato finalmente qualcosa che sapevo di volere ma non avevo mai sentito. Ogni traccia mi raccontava qualcosa, ogni atmosfera mi era familiare. Ho portato la mia copia di ‘Homework’ con me in viaggi, vacanze, praticamente in ogni dj set che ho fatto, anche oggi che suono con le USB mi porto la copia in CD. È uno dei dieci album che considero più importanti nella mia vita e tra i più significativi della storia della musica del Novecento. E in quel magico 1997 dei miei sedici anni, contribuì a cambiarmi notevolmente la vita”.

Riccardo Sada
“Del “punk sciocco” me ne sono accorto in ritardo, dopo che la Soma li scoprì come fa un procuratore con un giovane talento del calcio: Midem di Cannes, Francia, 1997, dalla Virgin mi arriva una telefonata e poi una cartella stampa di plastica trasparente, con una biografia incomprensibile, due diapo (le ho ancora) e un CD promo. Con un’accortezza: ‘Occhio Sada perché questi due spaccano’. Sorrido. Poi rido. Carico di preconcetti su questi due eroi misteriosi (e non ancora mascherati), ascolto: mi rendo conto che la musica da discoteca non sarà più come prima”.

 

Ale Lippi
“Nel 1997 ero troppo piccolo per apprezzare fino in fondo il disco. Me lo portò mio padre da uno dei suoi tanti viaggi. Per lavoro si assentava da casa anche molti mesi di seguito e “per farsi perdonare” tornava con una vagonata di magliette da calcio (volevo ancora fare il calciatore) e di Compact Disc. Mi ha spiegato successivamente la sua tattica. Entrava in un negozio e si faceva dare i dieci CD più forti del momento dal negoziante, ignaro di avere tra le mani il destino di un futuro maniaco di musica dance. Ho ancora tutti quei CD, raramente ha sbagliato. Anche quando si trattava di pop, era sempre quello giusto. In un carico del 1997 c’era pure ‘Homework’. Non lo capii subito. Ci sono voluti dieci anni anni di studio approfondito, culminato nel live di Torino del 2007. Lo aspettavo da almeno cinque anni”.

Matteo Roma
“Il mio primo incontro con ‘Homework’ è stato a cavallo del ’98/’99. In quel periodo i canali musicali trasmettevano una quantità di materiale nuovo e interessante senza troppa paura dell’audience. Così, sotto effetto zapping, ho visto la prima volta il video di ‘Revolution 909’. Non avevo ancora la maturità per capire che da quel momento in poi i Daft Punk avrebbero giocato in un campionato a parte per manifesta superiorità. Ci sono arrivato qualche anno dopo e non sono stupito che ancora oggi la loro influenza sia fondamentale per il successo di tanti altri protagonisti del mondo della musica elettronica”.

 

Daniele Spadaro
“Scrivevo e mi occupavo di musica elettronica a tempo pieno da un anno, ma non ero ancora stato completamente catturato. Poi arrivò il 1997, e con esso Prodigy, Chemical Brothers e Daft Punk. La prima volta che ho sentito ‘Homework’ credo sia stato con un’audiocassetta in auto, in uno dei tanti viaggi che si facevano con gli amici (uno sarebbe diventato un art director di un certo peso) per andare a scoprire nuovi club, nuovi dj, nuove serate. Dopo i primi due brani ci fermammo all’autogrill e si stette in macchina ad ascoltare il disco fermi, concentrati, quasi come si stesse assistendo ad una messa laica. Da allora non ho mai smesso di seguirli: i concerti a Milano con Dj Sneak, i set al Divino di Ibiza e quello al Cocoricò di Riccione, quest’ultimo uno delle pagine più tristi nella storia del clubbing italiano, a Miami durante il Winter Music Conference. E infine a Torino, Parco del Valentino, estate 2007. Quando salimmo tutti idealmente sulla loro astronave che sembrava una consolle. O forse il contrario. Siamo ancora tutti a bordo, in attesa di scoprire insieme nuovi pianeti”.

 

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