Venerdì 03 Luglio 2020
Interviste

House music, queer culture, djing e live set: il mondo di Hercules & Love Affair

Il nuovo album 'Omnion', il rapporto con Anhoni,l'amore per il djing e per la musica. Andy Butler si racconta a DJ Mag

Andy Butler è la forza trainante del gruppo retro-futurista Hercules & Love Affair ma è anche un dj di prim’ordine. La sua devozione alla musica dance scorre da sempre parallelamente al forte fascino che Andy subisce della libertà offerta dall’edonismo della dance. Sin da quando era un adolescente, ha fatto il dj in locali underground della sua nativa Denver; è poi fuggito a New York, dove si trovava l’originale e selvaggia nightlife queer che ha poi dato vita alla cultura rave della città, vivendo anni sregolati e, infine, ha fondato gli Hercules & Love Affair. Andy continua incessantemente a viaggiare in tutto il mondo (Australia, Brasile ed Europa fino all’Islanda) alla ricerca di talenti da produrre con la sua etichetta mr.intl. In occasione dell’uscita del nuovo album ‘Omnion’ siamo riusciti a farci una bella chiacchierata.

Andy, sei sempre in guro per il mondo a mettere i dischi come dj o in tour con Hercules & Love Affair. Dove vivi?
Ora vivo in Belgio, in passato ho vissuto in Austria, a Vienna; il penultimo album è stato realizzato a Vienna, e l’ultimo in Belgio.

Definiresti il tuo sound “vintage” o “anni ‘70”? Come lo classificheresti?
Nel corso degli anni mi è stata rivolta molto spesso questa domanda. A chi non è gran conoscitore della musica dance rispondo: è ritmica che coinvolge anche elettronica e molto spesso strumenti dal vivo, interessata alle grandi voci e, in generale, ha la classica struttura delle canzoni pop con grandi influenze di house, disco, techno, new wave, cold wave…

Come si è sviluppato il tuo sound nel corso degli anni?
Quando realizzavo album sulla DFA mi concentravo principalmente sul djing, ero praticamente ossessionato dalla disco; all’uscita del secondo album mi ero reso conto che le mie ossessioni erano cambiate, si erano affievolite dal momento che avevo iniziato a collezionare album degli anni ’70. Il primo album l’ho pubblicato quando avevo 26 anni, la house music era diventata più “dolce” alle mie orecchie e ha influenzato moltissimo i due album successivi. Sono però anche un appassionato dei grandi nomi della musica elettronica e della new wave (la prima forma di musica dance che ho conosciuto). In questo nuovo album vedo che la techno e la new wave sono le forze trainanti dietro alla produzione. Durante gli anni il sound è cambiato nel senso che, quando la ascolto, sento che la mia house si è arricchita di bellissimi cantati; è cresciuta la scrittura, il songwriting, e ci sono parti d’atmosfera… più “invecchio” più la mia musica cambia.

Qual è l’album più importante di sempre per te?
È una domanda molto personale… Uno dei miei preferiti di sempre, che corre sulla linea di confine tra musica atmosferica, elettronica, live e sing & songwriting, potrebbe essere uno di Brian Eno: ‘Another Green World’. Un album che riuscirei ad ascoltare dall’inizio alla fine giudicandolo perfetto. Ci sono un sacco di artisti e band degli anni ’70 come Eno, gli Sparks, Kate Bush e molti altri che hanno veramente influenzato il rock e la new wave postmoderni.

Qual è il tuo cantante/gruppo preferito?
Ne ho una manciata! Probabilmente il mio preferito in assoluto è anche uno dei miei più cari amici, Anohni.

Come riesci a relazionare il tuo mood sempre felice con quello ombroso di Antony [Anohni]?
Conosco Anohni da molto tempo, so che non è solo malinconica: c’è sempre un che di pesantezza nel suo lavoro, una lotta con la natura e la sua voce. Mi ricordo quando la vidi, anni fa, esibirsi a NYC: scherzava moltissimo con il pubblico facendolo ridere a crepapelle, era capace di fare ridere un’intera stanza e, dieci minuti dopo, farla piangere. Credo che le prime cose che abbiamo fatto insieme funzionino perché lei ama gruppi come gli Yazoo… Se la vedi così, tutto acquista un senso.

Quando avete iniziato a lavorare insieme?
Onestamente è iniziato da me che, quasi come un suo fan, l’ho incontrata grazie ad amici in comune e, dopo un po’ di tempo che ci conoscevamo e frequentavamo, le ho detto: “Ho questa piccola canzone che ho fatto… Ti piacerebbe cantarci?”. Era solo un esperimento. Inizialmente non sapevamo se il risultato finale sarebbe potuto essere soddisfacente o meno, ci lavorammo semplicemente sopra ed entrambi, dopo la prima sessione di registrazione, eravamo sicuri di avere realizzato qualcosa di buono, era molto strano ma interessante. E diventò ‘Blind’. Vado molto fiero anche delle altre canzoni in cui Anohni canta contenute nel primo album. ‘Blind’ per me sarà sempre una canzone strana e insolita.

Se potessi incontrare chiunque (vivo o morto che sia), chi sarebbe?
Altra domanda interessante, ma anche difficilissima! C’è una compositrice che amo moltissimo, Judee Sill: sono innamorato della sua arte, è morta molto giovane e so che aveva molti problemi nella sua vita. Sarebbe fantastico potersi sedere con lei e chiacchierarci insieme (solo se è di buon umore, ovviamente!) parlando di creatività. E poi sono molto attratto e affascinato dalla spiritualità: mi piacerebbe, quindi, poter incontrare un qualsiasi profeta.

Se non fossi un musicista, chi ti piacerebbe essere?
Se potessi scegliere qualsiasi carriera, molto probabilmente sceglierei quella dell’insegnante. Presumibilmente di musica: mi piacerebbe poter aiutare le persone a crescere mentalmente, ad aprire i loro orizzonti, aiutare chi ha problemi sia fisici sia mentali a guarire. Sarebbe un lavoro molto appagante ma, al tempo stesso, molto difficile: ci vorrebbe un sacco di pazienza.

Se il mondo finisse domani mattina, cosa vorresti fare questa notte?
La passerei sicuramente con mio marito, con la mia famiglia, dimostrando tutto il mio amore per loro. Non farei nulla di pazzo o fuori di testa: starei il più vicino possibile a chi amo, cercando di creare un collegamento con tutti loro prima di andarmene.

Qual è il tuo set up in studio e sul palco?
Mescolo moltissimo digitale e analogico, veri strumenti ed elettronica. Ora come ora sul palco c’è una solo batteria (elettronica, pads), suono anche dei synth e delle tastiere – la mia preferita è la Roland SH 101 con un piccolo e stupido vocoder che non è niente male, un drum trigger e dei soft synth – e poi un’unità Fx con delays e roba simile. In studio ho una bella collezione di synth, e il mio preferito in assoluto in questo periodo è l’Ensoniq ESQ-1 dell’86: è molto rumoroso.

Cosa ne pensi del panorama dance/house/EBM odierno?
È molto diverso da quello di alcuni anni fa, la musica è molto più fredda, impersonale. Certi pezzi sono fatti semplicemente “assemblando” sample, sono senza anima, non hanno una forte personalità come potevano averla quelli di una volta. Nessuno rischia più di tanto, si realizzano i mix nel modo più conveniente. Io lavoro in modo differente: ci sono diversi livelli e diverse culture che si fondono – dai ritmi africani a quelli più europei, permettendo al pubblico di conoscere ed esplorare nuovi mondi. Così è bello: cambiare ritmo, chiave, sound…

Qual è il pezzo che ti piace mettere a chiusura di una nottata di dj set?
Di solito suono uno dei grandi classici. Cheryl Lynn ‘You Saved My Day’, è un B-side.

Qual è una cosa che proprio non sopporti?
Le varie richieste di canzoni del pubblico durante un dj set.

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Ghya
Nata e cresciuta a Milano. Laureata in communication design con una specializzazione in video design. Da una decina d’anni nel campo dell’editoria; da semplice collaboratrice in una rivista ad art director della stessa, fino alla decisione di camminare da sola e fondare una mia propria rivista, Out Of The Box. Giornalista (iscritta all’albo) e fotografa. La mia passione per la grafica e il design mi portano a un’incessante ricerca stilistica, con numerose influenze esterofile, un desiderio quasi naturale alla scoperta di nuovi input.

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