Domenica 13 Giugno 2021
Interviste

La fine non è la fine: HU racconta il suo nuovo brano ‘End’

Dalle esperienze della provincia alle grandi metropoli internazionali. Federica Ferracuti a.k.a HU ci racconta il suo personale percorso artistico sino al suo ultimo progetto 'End', in collaborazione con M.E.R.L.O.T

Foto: Hila Narducci

Nel music business la promozione di sé stessi è un concetto sempre più rilevante, non più una semplice possibilità, bensì un’assioma che rischia talvolta di lasciare in disparte chi vive il proprio rapporto con la musica con una certa consapevolezza. Eppure nell’arte, non solo in campo strettamente musicale, il dubbio esprime ricchezza e capacità di mettersi in gioco per migliorarsi. Senza questa premessa diventa difficile comprendere il lavoro incessante a cui si è sottoposta Federica Ferracuti, a.k.a HU, per raggiungere alcuni traguardi importanti e per proseguire il proprio percorso artistico.

 

Ripercorriamo la tua storia in modo non lineare e proviamo a prendere alcuni dei suoi frammenti più significativi. Partiamo dalla fine, con una certa assonanza al titolo del tuo ultimo lavoro ‘End’, in cui è presente anche M.E.R.L.O.T. Com’è nata questa collaborazione e qual è stato il percorso per arrivare all’opera audiovisiva completa?
La storia di ‘End‘ è un lavoro nato dall’illuminazione di un momento particolare in cui mentre stavo cantando ho avuto l’idea. Non sapevo esattamente come svilupparla ma ero certa di non dovermi dimenticare quelle parole. Ho registrato compulsivamente degli audio sul cellulare per far sì che l’ispirazione non fuggisse dalla mia testa e sono corsa immediatamente in studio.

Il titolo ed il periodo in cui esce questo disco sembrano comporre un match perfetto. Termina un momento molto complicato a cui forse stiamo per mettere la parola ‘End’.
L’ispirazione nasce dal termine di una relazione, un momento particolare e delicato per me. Ma ‘End‘ trasmette l’energia che viene dopo e che, parallelamente, può essere la nostra energia ora che stiamo ripartendo dopo un momento collettivo molto duro per tutti.

Ed è in questo contesto di rinascita che si contestualizza anche visivamente il concetto giapponese del kintsugi?
Sono sempre stata affascinata dalle culture tribali e dalle loro compenenti mistiche ed esoteriche. Il kintsugi è la pratica di riparare le parti danneggiate di un oggetto esaltandole e valorizzandole, utilizzando anche materiali preziosi. Ed è un concetto che si accosta perfettamente a quello personale ed interiore, dove sono anche le nostre ferite a renderci ciò che siamo, a farci ripartire dopo degli eventi negativi, con rinnovata forza e consapevolezza delle proprie capacità.

 

La collaborazione con M.E.R.L.O.T. invece in che fase del progetto è nata?
Ci siamo conosciuti a Sanremo, anche se non è una delle persone con cui ho parlato di più. Percepivo tra noi una sorta di connessione silenziosa, come se ci fosse condivisione di idee e rispetto l’uno dell’altro. Le collaborazioni spesso tendono ad essere politiche, con lui è stata invece una scelta stilistica e artistica, una cosa che era giusto che in quel momento facessimo assieme.

Spostandoci al periodo antecedente, come hai vissuto lo stop forzato dovuto alla pandemia?
Io ero in full immersion da diversi mesi e quindi lo stop mi ha aiutata a recuperare le energie. In situazioni come queste cerco di guardare il bicchiere mezzo pieno e di concentrarmi su quello che posso fare per andare avanti con i miei progetti e le mie idee. Essendo nerd, sulla parte tecnica della produzione ho creato una community in cui proponevo corsi gratuiti di Ableton. Una serie di dirette in cui si parlava di come lavorare su questo software, in cui facevamo delle demo review ed in cui si parlava di musica scambiandosi feedback, opinioni e pareri. Alla fine siamo diventati un gruppo abbastanza grande e affiatato di appassionati che creavano network professionali e connessioni umane.

 

“Ristabilire un contatto con le persone non è semplice, soprattutto dopo un lungo periodo in cui ci si è abituati a frequentarne e vederne quotidianamente molte meno rispetto alla normalità”

 

Connessioni che a breve si potrà tornare a costruire faccia a faccia. Quali sono i tuoi sentimenti in vista del ritorno sul palco di fronte ad un pubblico?
Ristabilire un contatto con le persone non è semplice, soprattutto dopo un lungo periodo in cui ci si è abituati a frequentarne e vederne quotidianamente molte meno rispetto alla normalità. Per questo il live a cui sto lavorando avrà un flusso crescente in termini di ritmo, bpm e melodia. Partire delicatamente per poi salire d’intensità, chiudendo infine con chitarra e voce, in maniera essenziale.

Un approccio che ricorda in un certo senso quello di un album con un intro, una narrazione coerente ed un outro che ci fa uscire dal viaggio. Per certi versi un approccio molto simile anche a quello di un dj set.
Ho scoperto in maniera profonda il mondo del clubbing a Berlino, appassionandomi a certe sonorità e al flusso che un dj crea durante il suo set, senza alcun tipo di interruzione. Anche questo è un concetto che voglio portare nei miei live, creando un’esperienza che non abbia pause ma che si prenda dei momenti di respiro quando necessario.

 

La tua esperienza ti ha portata a vivere in realtà molto diverse tra loro. A Berlino hai scoperto l’aspetto del clubbing ma la tua storia inizia dalla provincia marchigiana, quando sin da giovanissima ti sei approcciata alla chitarra e al jazz.
Durante la mia infanzia ero innamorata del pianoforte e ricordo che continuavo a chiedere ai miei genitori di poterne avere uno. All’epoca, anche per il fatto che vivevamo in un condominio, non era una scelta saggia e quindi mi proposero di iniziare con la chitarra. Accettai pur di poter studiare musica ma se c’è qualcosa che ho davvero imparato in quei luoghi è il senso dell’amore, ed è una delle cose che più mi è rimasta della mia terra d’origine.

Abbiamo parlato di amore, di rinascita, di passione ed in generale dei sentimenti che la sensibilità artistica permette di cogliere in una canzone o in un’opera d’arte. Nella tua esperienza ritieni che questo tipo di empatia sia un prerequisito per essere artista o che essa si sviluppi solo dopo aver intrapreso un percorso di questo tipo?
C’è della verità in entrambe le affermazioni, ma sono certa però che alla base ci debba essere un amore per la vita, nei suoi momenti belli e anche in quelli più difficili o dolorosi. Viverli appieno mi permette di esprimerli e di appagare la necessità di comunicare, quell’urgenza artistica che ti fa svegliare ogni giorno con la voglia di metterti al lavoro e di condividere. Fare tutto ciò mi da una serenità interiore che va al di là dello stress quotidiano. Ho provato la stessa sensazione la prima volta che ho visto Saturno dal telescopio, sulle montagne di Pintura di Bolognola.

 

Articolo PrecedenteArticolo Successivo

ISCRIVITI ALLA NOSTRA MAILING LIST

Scoprirai in anteprima le promozioni riservate agli iscritti e potrai cancellarti in qualunque momento senza spese.




In mancanza del consenso, la richiesta di contatto non potrà essere erogata.