Lunedì 09 Dicembre 2019
Interviste

I Disclosure si raccontano a DJ Mag

Quest’intervista a Guy Lawrence dei Disclosure è la nostra cover story di novembre, la trovate ancora in edicola. Uno strappo alla regola, ma ci avviciniamo al Natale e siamo già più buoni. Eccovi un contenuto davvero speciale, un’intervista esclusiva.

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Il vento fa il suo giro, recita il titolo di un celebre film. Anche la musica. Anche il destino, e gli strani incroci che portano le nostre vite a incontrarsi. Il giro che mi porta a conoscere i Disclosure è lungo e avventuroso, parte da qualche traccia in free download nel 2011, passa per l’esplosione globale dei due fratelli Lawrence, un concerto memorabile all’Alcatraz di Milano, e si materializza al telefono, in una sera di ottobre, in macchina, parcheggiato su un marciapiede della zona Navigli a Milano. Un’intervista programmata da mesi e sempre rinviata (capita spesso nel nostro mestiere), realizzata in uno di quei momenti in cui sei preso in contropiede: molti eventi da seguire, un numero da chiudere, orari folli, ed ecco che la speranza di una tranquilla intervista telefonica seduto a una scrivania si trasforma in una scomoda chiamata intercontinentale, con il volante come ufficio e il sedile come sedia. Un’intervista che parte dal nuovo album dl duo, “Caracal”, e che tocca poi diversi argomenti. Dall’altra parte del telefono c’è Guy, il tempo non è moltissimo ma la premura non toglie gentilezza e garbo al nostro ospite.

Ciao Guy, è un piacere averti finalmente al telefono.
Il piacere è mio.

Senti, “Caracal” è uscito da quasi un mese, ormai. Che impressioni vi siete fatti? Come sta andando? E’ tutto secondo le aspettative? Meglio? Peggio?
L’impressione è ottima, non voglio risponderti in modo banale ma è così. Eravamo molto felici del disco che avevamo in mano e lo siamo altrettanto del risultato che stiamo raggiungendo. Abbiamo piazzato un altro album al numero 1 in UK ed è una grandissima soddisfazione, un traguardo molto importante; stiamo andando bene in tutto il mondo e ne siamo entusiasti. In più, le radio passano i singoli con grandissima frequenza, sia nelle programmazioni pop che nelle playlist degli influencer più sofisticati, questo significa che non abbiamo perso appeal e credibilità, cosa per noi molto importante,  in questo momento ancor più che in passato.

Perché voi vi muovete in equilibrio tra la leggerezza del pop e la credibilità conquistata all’inizio, e dopo l’enorme successo del primo album “Settle” credo sia difficile mantenere questo status.
Esatto, è un equilibrio precario ma noi cerchiamo di soddisfare prima di tutto noi stessi: se non siamo convinti di quello che abbiamo fatto in studio, cestiniamo la session e si riparte da capo. Anche se alla fine c’è un riscontro tangibile che è quello del pubblico, vero giudice della bontà di un lavoro.

Come capite quando qualcosa è buono o quando invece è da cestinare? Io ho sentito un disco molto “nuovo” rispetto a “Settle”, con una voglia di esplorare tante direzione diverse. Se devo dirti un punto debole, metto l’accento sui suoni, che sono molto omogenei in quasi tutti i pezzi.
Mentre lavoravamo a “Caracal” ci siamo accorti di voler mettere molta più attenzione al songwriting piuttosto che alle strumentali. Questi brani sono nati spesso da una “tensione”, tra virgolette perché intendo dire una tensione positiva: una sfida ad andare oltre ciò che si era già fatto. Per questo molte tracce sono finite nel cestino. Vogliamo essere soddisfatti del materiale da pubblicare, e se non piace prima di tutto a noi, non si va da nessuna parte. Sono molto orgoglioso quando ti dico che abbiamo fatto un lavoro sicuramente migliore del precedente.

Caracal

In questa “tensione” rientra anche una pressione che avete avvertito dall’esterno? Immagino che lo scenario in cui siete entrati in studio fosse un tantino meno rilassato di quello di “Settle”. Quello era un esordio su cui si poteva scommettere o anche no, in questo caso invece dovevate confermare aspettative altissime. Siete andati alla ricerca di hit o avete mantenuto un approccio più viscerale?
Non andiamo mai in studio per le hit, non è il criterio con cui lavoriamo. Siamo due musicisti giovani e appassionati, abbiamo la fortuna di vivere di questo e il tempo che trascorriamo in studio dev’essere un godimento, un piacere vero. E’ naturale che ci fosse maggiore pressione e che abbiamo avvertito il fiato sul collo dei discografici, del pubblico, degli addetti ai lavori, e di noi stessi. Sapevamo anche che qualcuno ci aspettava al varco per farci uno sgambetto, con qualunque tipo di album fossimo usciti. Ma questo non ci ha condizionati ad andare alla ricerca di hit. Infatti, penso sarai d’accordo con me rispetto al fatto che non ci sia una nuova “Latch”, ma che ci siano invece dei pezzi forti che da noi non hai sentito prima. Se poi diventeranno successi o meno, come dicevo, lo decide il pubblico.

E’ un ragionamento lucido, devo dirti che mi sorprende molto come un ragazzo così giovane (Guy ha 24 anni) abbia una tale maturità rispetto al proprio lavoro. E’ lo stesso approccio che sento anche nella vostra musica, a dire la verità.
Ti ringrazio molto.

Infatti canzoni come “Magnets” con Lorde o “Nocturnal” con The Weeknd hanno un sound riconoscibile ma non somigliano a nulla che avete fatto in passato.
E’ vero, ed era proprio questo l’obiettivo. Se dici così mi rendi felice, perché significa che ce l’abbiamo fatta, non ci siamo fotocopiati.

Nel vostro Paese, il Regno Unito, la cosiddetta “deephouse” è uno dei generi più popolari in questo momento, anche al di fuori della dance. Chi sono i tuoi dj preferiti?
In UK non sono in molti ad ascoltare EDM; è il genere vincente in molte parti del mondo ma da noi non funziona, non la segue nessuno. A me – e anche a mio fratello – naturalmente piace parecchio la house, sia perché è il suono che ci contraddistingue, sia perché è parte fondamentale del nostro background. Il mio dj preferito è Jackmaster, uno che sa mischiare ogni volta le carte in tavola e servire una mano diversa. E’ sempre sorprendente.

E questa vostra interpretazione personale della house come la porterete in tour? Sarete ancora più inseriti in una dimensione live, con dei musicisti, o avrete un set simile allo scorso tour, con voi due sul palco, le macchine e qualche strumento?
Saremo sempre noi due, con alcuni guest di volta in volta; ma in questo nuovo tour avremo una produzione più imponente, sia a livello di struttura, che di scenografia, che di palco. Prima il budget era comunque limitato, adesso possiamo avere a disposizione maggiori risorse e crediamo sia giusto dare al pubblico uno spettacolo più complesso, dove i visual hanno un concept e una accuratezza che prima non poteva permetterci, dove le scenografie e tutti i dettagli dello show sono studiati al meglio.

Quanto è importante, oggi, l’aspetto live nel mestiere dell’artista? Proprio portare sul palco un vero live, un concerto, dico.
Dipende da cosa vuoi fare, da che direzione vuoi dare alla tua carriera e che immagine di te vuoi che venga percepita dal pubblico. Puoi scegliere di portare in giro un semplicissimo dj set ed è una scelta ottima, non c’è nulla di sbagliato. Se il tuo dj set diverte ed è all’altezza di quello che la gente vuole sentire da te, hai fatto centro. Al contrario, puoi decidere di fare un passo in una direzione diversa, quella del live, e allora entri in un altro tipo di meccanismo, dove puoi potenzialmente avere un milione di scelte e di opportunità, ma dove serve avere una preparazione dello spettacolo molto più complessa e complicata. Portare in giro un live “povero” è peggio che portare in giro un dj set figo. E questo si riconduce a ciò che ti dicevo prima. Per questo nuovo tour stiamo facendo passi importanti per dare al nostro pubblico uno show che non sia anonimo.

Avrai sicuramente visto moltissimi concerti live in questi ultimi due anni. Chi ti ha impressionato di più e perché?
Mmm… ottima domanda! Sì, ho visto tantissimi show e mi viene addirittura difficile dirti quali sono stati i miei preferiti, così a caldo. James Blake mi ha colpito, forse è lui il mio preferito, perché con un set up molto minimale e uno stile asciutto e introverso riesce comunque a trasmettere moltissimo, a emozionare, a lasciare un segno in chi lo va a vedere. E poi ha delle canzoni meravigliose, è impossibile non apprezzarlo e non riconoscerne il valore. Un altro nome che non posso fare a meno di citarti sono i Chemical Brothers. So che sono un classico, ma quest’estate il loro show era impressionante, visual pazzeschi, una botta di energia. Sono un punto di riferimento, lo sono sempre stati e lo saranno anche in futuro.

Sono certo che avete buttato un occhio alla DJ Mag Top 100 Djs appena uscita. Dimitri Vegas & Like Mike sono i trionfatori. La realtà EDM e quella parte di club culture – o forse possiamo ormai dire “festival culture” – dominano il mondo. Però ho visto sbocciare anche diversi fiori deephouse: Oliver Heldens, Tchami, e naturalmente ci siete anche voi. Qual è la tua interpretazione di questa classifica e dei fenomeni che vedi muoversi all’interno della musica dance?
Riprendo quello che ti ho detto prima: io vivo in un Paese che offre molto alla club culture, ed è un luogo in cui l’EDM non ha mai attecchito veramente. Ovviamente non amo quel tipo di musica, non ne sono affascinato. Sono artisti che rispetto molto per ciò che fanno e per come lo fanno, ma allo stesso tempo mi piacciono altri suoni e sono convinto che quello che dici sia un nuovo inizio, un ricambio stilistico che fiorirà, per continuare la tua metafora, ancora di più nei prossimi anni. I nomi che hai menzionato sono house ma sono sicuramente pop, sono mainstream, raggiungono un grande pubblico, e questo crea qualcosa di diverso, soprattutto nel gusto del pubblico.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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