Sabato 23 Ottobre 2021
Costume e Società

Il paradossale limbo in cui si trovano le discoteche in Italia

Mentre osserviamo riaperture in tutta Europa, dobbiamo constatare amaramente una situazione ormai insostenibile per il nostro settore in Italia. Ma quali sono le cause di questo stallo?

Gli ultimi decreti, le più recenti dichiarazioni ufficiali, le ultime normative emesse dal governo (trovate un resoconto dettagliato della situazione in questo articolo dell’avv. Deborah De Angelis), hanno gettato nello sconforto, ancora una volta e ancora di più, tutto il settore di cui ci occupiamo. Quello dei club, dei festival, della “notte”. Anzi, Notte, maiuscolo, per dare il giusto peso alle cose. Ed è un settore che su queste pagine chiamiamo spesso “il nostro mondo”. Non è un modo di dire così, per fare i fighi. È davvero il nostro mondo, perché a vario titolo ci lavoriamo, ne scriviamo, lo osserviamo, e ne siamo parte integrante. Per anni i nostri weekend, le nostre estati, le nostre vacanze e viaggi, le nostre vite, sono state scandite da appuntamenti fissi o inediti, da compagni di viaggio saltuari o costanti, come una grande carovana itinerante che si ritrova in questa o quella città, sotto cassa, sul palco, nelle sale stampa, negli hotel a colazione, nei backstage, in tutti i luoghi dove questi nostri lavori prendono forma.

Dj, manager, backliner, tecnici, vj e light designer, stage manager, tour manager, giornalisti, clubber hardcore onnipresenti, fotografi e videomaker, organizzatori e sponsor. Quello che anni fa poteva essere un mondo approssimativo, composto da personaggi strambi convinti che divertirsi fosse un imperativo totale, tale da diventare impegnativo come un lavoro, alla fine un lavoro lo è diventato davvero. Perché per allestire e gestire una serata, un locale, un festival, ci vogliono energie, idee, maestranze, soldi. E quando il gioco si fa serio, non è più un gioco. Infatti, la dance e la musica elettronica hanno visto il proprio ecosistema trasformarsi e riconfigurarsi più e più volte, e se gli anni ’90, per citare Claudio Coccoluto, sono stati una cavalcata quasi incosciente nella prateria, una conquista di territori vergini, spazi e modalità nuove di concepire e vivere la musica e la notte, nel tempo i professionisti improvvisati sono diventati professionisti preparati, le cricche di organizzatori delle società strutturate, i dj delle star con un entourage. Se i soldi giravano prima, hanno iniziato a girare sempre di più nel tempo, ma d’altro canto anche il numero di tecnici e di professionisti si è ingigantito, e la formazione migliorata. Poi possiamo fare tutti i distinguo del mondo tra gli scellerati che pensano, o tentano, di mettere in piedi una serata senza alcuna preparazione, improvvisando, e chi invece impiega anni per arrivare a risultati eclatanti e spettacolari. Esistono i primi, esistono i secondi. Ma c’è un fatto incontestabile: il settore della musica elettronica, delle discoteche, per dirla da uomo della strada, insomma il nostro mondo, è oggi assolutamente rilevante e assolutamente impossibile da dimenticare in una fase storica delicata e critica come quella che stiamo attraversando.

 

E allora è davvero svilente osservare lo squallido spettacolo della politica e delle istituzioni che non lo considerano minimamente, mai, nemmeno dopo appelli, tentativi di intavolare dialoghi costruttivi, e dopo che ogni altro settore ha riaperto le proprie attività. È uno spettacolo sconsolante perché capiamo che agli occhi delle istituzioni questo settore vale meno di zero. E vale meno di zero perché la nostra politica è vecchia dentro, perché si tratta di una classe dirigente che a 35-40 anni e non è mai stata nemmeno a festeggiare una laurea o un compleanno in qualche club piacione con il dj che mette ‘Life Is Life’ e i festoni scintilloni sulle coppe di frutta. Non pretendiamo una conoscenza approfondita della scena di Berlino o una frequentazione del Duel Beat, del Goa, del Tempio del Futuro Perduto, di Buka o di Tropical Animals, per carità. Ma che un mondo così radicato e strutturato negli usi e costumi di almeno tre generazioni non sia proprio considerato, se non come bersaglio facile, punchingball o capro espiatorio perenne, da luogo comune, è qualcosa che assume i contorni dell’incredibile.

È una classe dirigente miope quella che non arriva neanche a concepire un settore dove si formano professionisti qualificati e dove c’è tanto lavoro soprattutto per i più giovani. Due cose che all’Italia servono come l’acqua nel deserto: professionisti di alto livello, e impiego delle fasce più giovani della popolazione. Invece, la politica è stata sensibile alle istanze dei ristoratori, delle aziende, dei commercianti, dei vacanzieri, delle scuole e delle famiglie con i figli nelle scuole, alle istanze del calcio, degli intrattenimenti all’aperto, di cinema e teatri (anche qui, male e alla lunga, ma almeno un segnale c’è stato). I club, no. Le discoteche non sono considerate. E il pretesto del distanziamento sociale non regge più, perché siamo seri, se al ristorante o al cinema, ma pure ai concerti da seduti e allo stadio, è facile – relativamente – rispettare le distanze, in giro ne vediamo di tutti i colori: abbiamo visto le piazze stracolme di persone ammassate durante gli Europei, e abbiamo visto – con i miei occhi, pochi giorni fa – il paradosso di un volo di linea che non permette di appoggiare nelle cappelliere indumenti fuori dalle valigie ma poi riempie ogni sedile in ogni ordine di posto, senza alcun distanziamento, in un mezzo chiuso dove per antonomasia l’aria è viziata e il ricircolo è difficoltoso.

Ovviamente, questo stallo crea un bug, crea una zona grigia dove a beneficiare non sono i diligenti ma i furbi, e allora via di feste in spiaggia, negli chalet, nei bar, nei locali che aprono senza permessi. Basta scorrere ogni sera le stories di Instagram di amici e amiche in vacanza: è presto verificabile la quantità inaccettabile di locali che discoteche non sono ma che discoteche lo diventano: basta un dj, due casse col treppiede, un bar, qualche luce. D’altro canto, qualcuno ha deciso di passare dalla parte dei disobbedienti civili e di riaprire, costi quel che costi. Una decisione che fa passare tutto il settore dalla parte del torto, facendolo diventare quel facile capro espiatorio sociale a cui siamo abituati. Perché si crea il precedente, il difetto, il vizio di forma. Si dà modo, ancora una volta, di lasciar che qualcuno punti il dito per dire “questi sono solo dei debosciati che non rispettano alcuna regola, in nome del divertimento e dell’incasso”. Anche se sappiamo che non è sempre così, anzi. Intanto, mentre osserviamo impotenti questa situazione di stallo, subiamo anche la beffa di vedere i Paesi vicini all’Italia riaprire e mettere in scena i festival, proprio come li abbiamo sempre visti. Vediamo i protagonisti della consolle suonare in giro per l’Europa: Joseph Capriati e Ilario Alicante in Serbia; Merk & Kremont in Croazia; Giorgia Angiuli in tour nell’Europa orientale; abbiamo raccolto i racconti di Luca Dea e dei Marnik che ci hanno fatto sognare un graduale ritorno alla normalità. Che però, in Italia non arriva. Non solo: non sembra nemmeno all’orizzonte.

 

È un disastro. E il danno è doppio, perché se già i club erano in crisi ben prima dell’avvento del Covid – e potremmo stare qui a discuterne a lungo, le cause sicuramente sono anche in parte da ricercare nella gestione del settore da parte di chi ci lavora, ma ne abbiamo già parlato tante volte in passato – adesso l’idea che alla discoteca organizzata, con personale bravo, creativo, capace, qualificato, si possa sostituire un team scalcinato e improvvisato al bar come in consolle, alle luci come alla porta rischia di sfondare definitivamente il muro delle convinzioni del pubblico, perché quando tutto questo sarà davvero alle spalle dovremo confrontarci con una generazione nuova, che già prima andava poco a ballare, e che non avrà proprio avuto un imprinting e un’educazione seria, vera, a un mondo così bello, variegato, libero, colorato, emotivamente ricchissimo.

Ma al di là di questo afflato un po’ romantico, è sempre, urgente, importante sottolineare che qui è in gioco il lavoro di migliaia di persone, un’economia tutt’altro che marginale, e insieme una parte vitale dell’arte e della cultura del nostro Paese. Quello che sarebbe bello vedere, invece dei tira e molla di convenienza tra le parti, è una politica conscia, consapevole, lungimirante, illuminata. Non ci piace fare i detrattori e raccontare di quanto l’erba del vicino sia più verde. Abbiamo anzi sempre messo in luce quanto di buono succede nel nostro Paese, almeno per quanto riguarda la musica e il clubbing. Ma ora come ora, l’unico pensiero che ci viene, è soltanto quello di chiederci dove vogliamo andare. Perché per molti versi questo sembra un Paese che ha messo la retromarcia trent’anni fa.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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