Mercoledì 23 Ottobre 2019
Interviste

Il viaggio di Kölsch

E' uno degli artisti elettronici più apprezzati in circolazione. In studio non sbaglia un colpo dal 1993.

Pantaloni, maglietta, scarpe, borsetta a tracolla e l’immancabile cappello. Tutto rigorosamente nero. Rune Reilly Kölsch lo riconosci lontano un miglio. Così come la sua musica, perfettamente in linea con il suo destino di un ex bambino danese in una famiglia che non disdegnava il nomadismo. Da Copenaghen alla Costa Azzurra, fino in Calabria. Questo è il viaggio di cui Kölsch ha scritto la colonna sonora, contenuta in due bellissimi album, ‘1977’ e ‘1983’ e che presto completerà con il terzo e ultimo della trilogia. Lo incontro virtualmente prima e dopo il Kappa FuturFestival di Torino dove l’approccio fisico non delude le aspettative di un quarantenne felice, realizzato, convinto e sicuro – sia in consolle che fuori – di quello che sta facendo. Questa intervista nasce mettendo insieme i pezzi di questo affascinante puzzle.

Quando hai cominciato ad avere a che fare con la musica elettronica?

Dipende dai punti di vista. Intendo dire che sono sempre stato molto affascinato dalla musica elettronica già da prima che sapessi fosse tale. Provavo la stessa fascinazione anche per i suoni fatti con le macchine. Ho iniziato a produrre musica intorno ai 14 anni. Mi ero preso un computer Amiga 500 con il quale ho prodotto i miei primi dischi tra il 1993 e il 1994.

Qual è stata l’ispirazione, che cosa ascoltavi da bambino?

Mi piaceva Vangelis, gli Eurythmics, i Bronski Beat e i primi artisti electro come COD e Shannon. Inoltre Talking Heads, Steely Dan, Grateful Dead, Phillip Glass, Dire Straits e anche molta musica rock, visto che mio padre era un chitarrista. Prendo ancora un sacco di ispirazione dal modo con cui il “West Coast Rock” era prodotto. Suona ancora in maniera incredibile.

Perché il tuo primo album si chiama come la tua data di nascita, ‘1977’?

È un’ode alla mia infanzia. Tutti i titoli delle canzoni che lo compongono sono riferimenti a familiari o situazioni che ho vissuto in quel periodo. Per esempio, ‘Der Alte’ era un programma televisivo che guardavo sempre con mio nonno e ‘Zig’ era uno dei migliori amici di mia mamma che aveva uno studio nel quale mi lasciava giocare. Tutta la mia musica ha a che fare con le emozioni che ho provato negli anni. Emozioni tradotte, appunto, in musica.

Mi sembra quindi evidente che nel ‘1983’, titolo del tuo secondo album, sia successo qualcosa di molto importante…

Nel 1983 abbiamo comprato la nostra prima macchina con la quale siamo andati a trovare i nonni nel Sud della Francia. Era la prima volta che ascoltavo musica così a lungo e ho scoperto che avrei potuto creare la colonna sonora del nostro viaggio. È stato un rito di passaggio molto significativo dal momento che guidare era il simbolo della transizione dall’infanzia all’adolescenza, dal freddo di Copenaghen, in Danimarca, dove vivevamo, al caldo della Costa Azzurra.

C’è un terzo album in arrivo?

Sì, e sarà l’ultimo della “trilogia degli anni”. Si chiamerà ‘1989’ e corrisponde al periodo in cui ho capito che la musica avrebbe potuto salvarmi la vita. I miei avevano divorziato e a scuola ero in difficoltà. Era un periodo molto grigio e la musica mi ha salvato. Sarei voluto fuggire a bordo del mio skateboard con il walkman e creare il mio mondo.

 

Definisco il tuo stile come una miscela di techno melodica ed emozionale che disegna paesaggi unici. Da dove arrivano questi elementi?

Potrei dire che è una combinazione delle mie principali ispirazioni: Detroit e la Danimarca in cui vivo. Fa abbastanza freddo su al Nord e abbiamo molto tempo per pensare alle cose.

L’ultima volta che hai suonato in Italia in un club è stato al Tenax di Firenze e l’ultima volta ad un festival è stata al Kappa FuturFestival di Torino. Che esperienze sono state?

Il Tenax è più che un club, è un’istituzione. Ho amato ogni istante là dentro e speravo di poter suonare di più. È stato un grande onore potermi esibire in quel club con un pubblico così carico. Il Kappa è un festival leggendario, è uno di quegli show che aspetti tutto l’anno. È stato divertente passare del tempo con Seth Troxler prima del mio set e poi quella location è fuori dal mondo. L’Italia è incredibile. Avete una tradizione così lunga nella techno che mi dà l’idea di poter suonare esattamente quello che voglio.

Hai prodotto alcuni remix che hanno fatto la differenza, come quello di ‘Robot’ per Sven Väth, ‘Trouble at the Seance’ per Damian Lazarus ma anche per artisti più mainstream come ‘A Sky Full of Stars’ dei Coldplay e ‘Take a Chance’ di Flume. Qual è il tipo di artista che ti piace remixare?

Cerco di ignorare l’artista, nel senso che per me gira tutto intorno alla musica. Se sento qualcosa che mi piace, al quale penso di poter aggiungere qualcosa di buono, allora lo remixo. Non voglio distinguere tra un lavoro fatto per una major e un altro più underground. Devo solo farlo al meglio delle mie possibilità. Ti dico solo che ho buttato via molti remix che avevo finito ma dei quali non ero convinto.

Lavori in corso?

Ho appena finito di remixare ‘Hello to the Liars’ dei London Grammar. È venuto veramente bene. Dura 13 minuti, non riuscivo a capire quando fermarlo (il disco è diventato Essential New Tune dello show di Pete Tong su BBC Radio 1 pochi giorni dopo questa intervista nda).

Produci molti remix ma anche altrettanti pezzi originali. Come gestisci questi due aspetti giganti della tuo lavoro?

L’unica differenza è che solitamente le produzioni originali finiscono nei miei album. Per questo passo molto tempo a pensare all’idea che sta alla base di essi e produco molti demo prima che sia soddisfatto del risultato. I remix sono più facili visto che le parti che compongono la canzone sono già state fatte.

Ricordo con molto piacere i tuoi lavori come Ink & Needle. È stato quello il tuo primo passo nella scena techno?

Avevo già fatto molta techno negli anni ’90 usando l’alias Artificial Funk ma è con l’etichetta Tattoorecs e il nome Ink and Needle che ho aperto un’etichetta per produrre le mie cose. L’idea era quella che la musica, come i tatuaggi, potesse sbiadirsi nel tempo, per questo usavamo tatuaggi come simbolo di ogni canzone. Divertente come concept!

Noto che sei molto attento alla nomenclatura. Tra l’altro, se non sbaglio, l’idea di usare Kölsch come stage name è stata del boss della Kompakt Michael Mayer. È una storia vera?

Michael Mayer mi scrisse una e-mail dopo aver sentito le mie produzioni come Ink and Needle. Voleva farmi fare un 12” per la Kompakt. Ovviamente ho accettato subito e nella mia risposta aveva notato che il mio cognome, Kölsch, è un dialetto di Colonia, città dove ha sede la sua etichetta. Così ha insistito affinché producessi la mia musica per lui con questo nome. Nel 2009 abbiamo prodotto ‘Loreley’ e il resto è storia.

Immagino tu abbia un rapporto particolare con la Kompakt.

È come una famiglia per me. Mi danno l’assoluta libertà di fare quello che sento. Per me è la migliore etichetta del mondo.

Durante i tuoi dj set la gente si aspetta di sentire la tua musica. Senti questo tipo di pressione?

Un po’ sì. È un po’ troppo quando la gente inizia a urlare i pezzi che vorrebbero sentire e ad essere sincero è anche fastidioso. Comunque capisco perché la gente vuol sentire la mia musica. Perché è il motivo per cui mi vengono a sentire. Ricordo quella volta quando, nel 1995, sono andato a sentire Derrick May. Non aspettavo altro che mettesse ‘Strings of Life’. Non l’ha fatto e sono rimasto deluso nonostante avesse fatto un set pazzesco. Per questo cerco sempre di suonare qualche mia canzone.

Una delle tue ultime creazioni, ‘Grey’ stata un grande successo non solo nel circuito dei club, tant’è che molte radio, a partire da BBC Radio 1, l’hanno inserita nella loro programmazione quotidiana. Pete Tong l’ha addirittura inserita nella scaletta del suo show con la Heritage Orchestra. È un grandissimo risultato.

Mi è sembrato di aver lavorato con ogni parte di un’orchestra tradizionale, ad eccezione della sezione degli ottoni. Era un po’ che provavo a fare qualcosa che avrebbe avuto un impatto emotivo forte con i fiati, ed era molto difficile. A un certo punto tutto ha funzionato e le cose sono andate per il verso giusto. Avevo tutta la sezione in ottone ri-registrata live, per rendere il suono più reale. Amo il “tocco umano” della musica, quindi cerco sempre di riprendere gli arrangiamenti e i suoni con veri musicisti. Pete se n’è innamorato, definendolo il disco Ibiza 2016, per questo lo ha aggiunto al suo show. Quando ho sentito la mia versione suonata dal vivo in quel mondo mi sono messo a piangere.

Forse qualcuno non lo sa ma nel 2003 hai prodotto, come Rune, un brano che si chiama ‘Calabria’ e che ancora oggi è una delle più grandi hit dance mainstream. Ho sempre desiderato conoscere la storia di quel mitico brano quindi non posso esimermi dal chiedertela.

La storia è questa. Nel 2001 ero dj resident di un club danese che si chiama Rush. Suonavo due volte alla settimana per 6 ore. Un promoter italiano mi chiese di andare a suonare da lui in un club vicino Cosenza e poi mi ha voluto anche per l’estate come dj resident. Ero così felice per questa opportunità che ho fatto una traccia ispirata a ‘The Bells’ di Jeff Mills ma con una vibe più estiva. Quella traccia era ‘Calabria’. Da allora è stata campionata milioni di volte.

Articolo PrecedenteArticolo Successivo
Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA MAILING LIST

Scoprirai in anteprima le promozioni riservate agli iscritti e potrai cancellarti in qualunque momento senza spese.




In mancanza del consenso, la richiesta di contatto non potrà essere erogata.