Lunedì 14 Ottobre 2019
Interviste

L’eterea “Imperfezione” di Meg

In tournée dal 5 giugno. Si parte da Bologna. Meg in Emilia farà da madrina al Biografilm Festival. Si fermerà solo il 10 di settembre, quando a Torino salirà sul palco del Mi.to. In questi mesi, nel pieno dell’“Imperfezione Tour”, le luci si accenderanno allo Sherwood Festival, il 1 luglio, a Padova. Il suo nuovo album è nato dagli “stimoli ricevuti in questi anni di viaggi ed esperienze, che si sono concretizzati in otto mesi di lavoro full time”. “Imperfezione” (sulla sua label Multiformis) è un album trasversale, versatile, eclettico e, come consueto, moderno. Che dà il titolo anche al primo singolo estratto.

Quali sono i tuoi collaboratori?

Da febbraio a luglio 2014 ho lavorato da sola, almeno per il grosso del programming: beat, voci e synth. Sul palco siamo in tre a rappresentare questi elementi quindi durante il live le cose cambiano. La maggior parte della programmazione dell’album l’ho fatta da sola; anche a New York, dove mi sono fatta molto influenzare da ciò che mi circondava. Digi G’alessio ha fatto la digital programming di “Imperfezione” e di “Concerto Per”. “Skaters” invece l’ho lavorata con Godblesscomputers. I fiati li ha orchestrati Marco “Benz” Gentile, con cui ho lavorato per “Estate”. Poi con Mario Conte ho finito di co-produrre gran parte dell’album; in una casa affittata abbiamo lavorato con un outboard apposito.

Ascolti parecchia elettronica, sembrerebbe.

Sì, da The Knife a tutta la scena di Brooklyn che va da Chromesparks a Hot Sugar sino a Dolldrums, che è un canadese interessante e anch’esso di Brooklyn. Poi amo Siriusmo, tedesco, che per me è il nuovo Aphex Twin. Infine gli XX.

È una bestemmia credere che Meg sia la Bjork italiana?

Non ci sono in giro tante donne, effettivamente. L’accostamento mi piace. Bjork la seguo dai tempi dei Sugarcubes. Ora, come lei, ho un percorso tutto mio, senza i 99 Posse: “Quello Che” rispecchiava comunque molto di me, ai tempi, nonostante fossimo cinque teste. Ora sono sola, però, e posso esprimermi totalmente.

Lavorerai ancora con Stylophonic?

Con Stefano (Fontana) abbiamo fatto una bella cosa.

L’elettronica ha un sesso? É maschilista?

Sono dell’idea che il giornalismo faccia fatica a pensare che una ragazza possa fare della produzione stando ore e ore davanti a un computer.

Sei anche una musicista, una produttrice e una cantautrice 2.0?

Sono indipendente, autosufficiente. Lavoro con Logic Pro, ma tanti nel pop usano Pro Tools e io mi ritrovo col solito problema di esportare le voci o le parti musicali che ho creato per una produzione. Pro Tools va bene per il processo creativo, nel mio caso, ma per le voci definitive e il mix poi si deve passare a Logic. Ho studiato pianoforte per dieci anni. Amo Bach, amo Debussy, quella è la mia base, e la tastiera che collego al mio Mac ora la sfrutto per il drum programming, visto che ho una dimestichezza con essa. Mi porto spesso dietro una Clavia, sennò una tastiera muta. Ma una mia canzone può nascere anche da un beat, che mi ispira e che mi indirizza e mi riporta nei miei diari. Lì ci sono i miei testi, che incontrano la mia musica. In questo modo tutti questi passaggi diventano naturali. Con un altro paio di vite a disposizione, allora sì, potrei fare un pensierino nel mettere su uno studio di registrazione tutto mio. Ma come fare?

Sembri quasi una nerd. Vivi di creatività ma anche di plug-in.

È così. Ultimamente uso tantissimo Bitcrusher. E anche l’Exs 24, il campionatore interno di Logic, che è molto buono, e per fare diversi fiati l’ho davvero usato in modo approfondito (anche se alla fine nella produzione ho sostituito le parti con degli ottoni veri).

Cosa pensi dello scarto generazionale al giorno d’oggi? Ci sono dj davvero giovani e molti davvero anziani.

Non ci avevo mai pensato. Ma dagli anni Novanta io vedo un grande vuoto. I giovanissimi, i nativi digitali, hanno un approccio lesto, privo di timidezza. Un paio di anni fa, grazie a YouTube, scoprii Young Lean and The Sad Boys, facevano dei video belli e un rap malinconico. Oggi le loro visualizzazioni contano sei cifre. I mezzi sono cambiati e chi li sa usare, vince.

Cosa ti piace della scena italiana?

Se ti accontenti di quello che propinano le tivù… Ma io sono una nomade e sto scoprendo tante cose nel mondo. In Italia Torino è una fucina. A Brescia ci sono i Pink Holyday, i Futuro e Godblesscomputers. Poi M+A, che sono emiliani. Be Forest hanno un tour infinito. Maria Antonietta conta sul suo strano cantautorato. E Digi G’alessio e Congorock restano tra i miei preferiti.

Collabori spesso con i dj?
Sì. L’ho fatto in passato anche con gli APDW.

I dj sono tutti sul tetto del mondo?

Se mi fa ballare, il dj mi piace. È come un master of cerimonies, la bravura sua è quella. Una serata stupenda trascorsa anni fa su quella a Roma a sentire Matthew Herbert. Major Lazer, li adoro. Altro dj è Danilo Vigorito.

Info su www.m-e-g.it

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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