Domenica 18 Agosto 2019
Festival

Incredibile, unico, EPICO: Eric Prydz live

 

Ci sono momenti epici. Nella vita e nella musica. Spesso, per noi, le due cose coincidono. Un set di Dr. Motte o di Paul Van Dyk alla Love Parade, l’ultima serata di Carl Cox allo Space, la piramide di Alive 2007 dei Daft Punk a Torino. Questo 2017 ce lo ricorderemo soprattutto per lo show di Eric Prydz allo Steel Yard, Creamfields, a Londra. L’unica data europea di EPIC 5.0, uno spettacolo straordinario ed emozionante. Una produzione stellare, una scaletta che riesce ad essere coesa senza stancare e senza essere ripetitiva in due ore di live. Prydz ha dalla sua una grandissima capacità in fase di scrittura (oltre che di produzione, ovvio). E’ capace di generare l’entusiasmo dell’EDM e la sensazione sospesa della progressive, i migliori languori trance e la potenza muscolare della techno. EPIC 5.0 è una produzione di altissimo livello, degna dei Coldplay o degli U2, di un grande spettacolo rock. Il cubo tridimensionale con gli ologrammi, le proiezioni, i laser, rendono lo show emozionante e danno un enorme valore aggiunto. Un salto di qualità nelle produzioni dance, perché se siamo abituati alla magnificenza dei manistage di certi festival, dove comunque gli allestimenti sono suggestivi ma non si adattano a ciascun artista, qui c’è proprio un concept ideato e messo in scena per Prydz e la sua musica.

 

 

L’inizio è emozionante, e il cubo svela le sue migliori trovate scenografiche brano dopo brano, lentamente, senza fretta. Per questo parlavo di progressive poco fa. Non intesa come la progressive house di oggi, ma nell’accezione vicina a quella di Sasha e John Digweed di tanti anni fa, o addirittura nei migliori esempi di mediterranean progressive. Perché Prydz si è sempre preso il lusso di strutturare i suoi brani senza rincorrere il cronometro dei tempi radiofonici né quello dei drop scientifici. I suoi pezzi, con tutte le differenze di questo mondo, mi ricordano nella concezione quelli degli Underworld, che magari si sviluppano per dieci minuti senza che ci siano trenta secondi superflui. E così EPIC diventa un lungo sentiero dove Eric ci prende per mano e annulla le distanze dimensionali, trasformando lo Steel Yard, un enorme padiglione in acciaio e tensostruttura, in un posto magico dove il tempo scorre in maniera diversa. Basta il lunghissimo intro, luci spente e led rossi in progressione, a cancellare il pur entusiasmante set di Kolsch, quello di George Fitzgerlad (idolo locale) e di Cristoph (che qui, complice l’orario davvero penalizzante, non ha dato il meglio, ma è un artista da seguire con interesse). Eric ci trasporta dentro la pancia della balena, tra animazioni, temporali in 3D, ologrammi e proiezioni che avvolgono tutto il grande spazio all’interno di Victoria Park. Pensandoci, è come se in un enorme parco nel centro di Londra, in un luminoso e dolce sabato primaverile, si fosse aperto il varco per un’altra dimensione.

 

 

E qui mi riallaccio al discorso di prima, la difficile mappatura della musica di Mr. Pryda. Che incorpora elementi di tanti generi senza appartenere a nessuno, che riesce a entusiasmare ma per dare il massimo ha bisogno di uno show costruito ad hoc, che negli slot a imbuto dei festival il suo set sarebbe strangolato dal respiro corto di line up costruite con piglio militare. E allora ecco che si costruisce la sua astronave personale, e gentilmente passa a prenderci per portarci nell’iperspazio, dove i laser ci mandano in orbita e la musica si prende il suo tempo, senza drop forzati, senza una sola parola in due ore, senza animazione isterica. Ma con tutta la sua personale mitologia, che di inni ne comprende: ‘On-Off’, ‘Melo’, ‘Sunset At Cafè Mambo’ sono accolte con un boato particolare dal pubblico, per arrivare ovviamente a perle assolute della storia della musica elettronica come ‘Pjanoo’ e l’inevitabile chiusura con ‘Opus’. Qui succede davvero qualcosa che lascia il segno in tutti noi. Un enorme grido collettivo di gioia, di commozione, un’emozione fortissima. Tutti si abbracciano, succede anche a me: un ragazzo al mio fianco, visibilmente commosso, mi stringe e dice “è la prima volta che riesco a sentirla dal vivo, non pensavo potesse succedere”. Tutto per un brano che non è esattamente un coro da stadio, non ha un ritornello facile e anzi arriva come una fionda lunghissima, che raccoglie energia per quasi tre minuti prima del rilascio. Su un concerto così, su un finale così, non viene nemmeno da esaminare le piccole critiche al soundsystem, non viene nemmeno da dire un “però”. Nulla è andato storto. Tutto è stato perfetto. Fuori è un sabato qualunque negli eleganti dintorni residenziali di Victoria Park. Dentro è un altro mondo.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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