• MARTEDì 04 OTTOBRE 2022
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Bartolomeo: da Torino al Cocoricò

Torinese di nascita ma spostatosi a Riccione, Bartolomeo riesce a conciliare formazione classica ed impeto moderno. Da un lato lo studio del pianoforte, dall’altro la voglia di esplorare i meandri della musica prodotta con le macchine, senza porsi alcun vincolo o limite. Attualmente nel team dei DJ del Cocoricò, porta avanti la passione per la composizione che, dopo l’esordio con la Hot Waves di Jamie Jones e Lee Foss, sta per trovare prosecuzione attraverso un EP destinato alla capitolina Wound Music.

Come è iniziato il tuo percorso musicale?
Frequentando lo studio del mio vicino di casa. Era una biblioteca di musica e dischi. Amavo l’armonia, studiavo pianoforte e scoprivo sempre cose nuove. Più passavo il tempo in quello studio, più mi innamoravo della scena Disco e Cosmic. In Italia spopolava l’italodance ed io, nello stesso momento, ascoltavo l’italo disco. Divenne normale frequentare quel posto ed avere a che fare col “vicino”, che in seguito scoprii essere Claudio Tosi Brandi, il mitico TBC del Cosmic di Lazise. Da lì in poi passai dalla disco all’afro, dal rock alla new wave, dalla house alla techno alla trance, una continua ricerca ed evoluzione insomma.

Nel tuo curriculum figura lo studio del pianoforte: ritieni che la teoria della formazione classica ti abbia aiutato nell’ambito della musica prodotta con strumenti elettronici?
Ho dedicato molti anni allo studio del pianoforte. E’ un amore nato in modo involontario, sinceramente non so se la formazione classica mi abbia aiutato o meno nella comprensione e produzione di musica elettronica. Ascoltando e studiando tanto ho capito che tutto ruota intorno a dodici note, è questione di armonizzazioni e melodie. Tutto può non avere regole e, come ogni gioco senza regole, tutto è libero. Non ci sono limiti o ricette, almeno credo.

In che modo riesci a bilanciare classicismo e modernità?
Nella musica non credo esista distinzione tra classicismo e modernità. Tutto è attualissimo, basti pensare ad una qualsiasi opera di Bach. E’ un virtuosismo continuo, oggi si chiama arpeggio. Ascoltandolo si sentono molte cose in comune con la musica elettronica moderna, dalla ritmicità alla modulazione dei suoni e polifonie. Mi piace molto mischiare ciò che ho imparato dallo studio del classico con quello che caratterizza l’elettronica.

Come definiresti la tua musica?
Me lo chiedo tutti i giorni.

Nel 2012 la tua “Jean Is Not Death” finì nel terzo volume di “Hot Waves”, sulla Hot Waves di Jamie Jones e Lee Foss: in che modo attirasti l’attenzione dell’etichetta inglese?
Conobbi Jamie a Londra, grazie ad amici comuni. Non era ancora il Jamie Jones di adesso, ma comunque già molto forte. Divenimmo amici in modo del tutto casuale e non pensando affatto ad una collaborazione, sino al giorno in cui facevamo festa in un noto locale italiano. Tornai a casa totalmente impressionato dal suo set, era il periodo in cui stava scoppiando la nuova Deep House, e alle otto del mattino composi “Jean Is Not Death”. Qualche mese dopo metto il CD nel flight case di Jamie, sei mesi più tardi mi richiama facendomi sentire la mia traccia al telefono. Era fatta.

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Quanto tempo dedichi alla produzione musicale?
Da quando ho imparato ad usare le macchine non ho più una vita normale. Mi sveglio di notte perché sogno un giro e devo assolutamente trascriverlo musicandolo. Non ho un particolare set up, mi piace usare macchine reali e virtuali, l’importante è creare roba interessante.

A breve uscirà “Bear In Black EP”, il tuo primo 12″ sulla romana Wound Music: cosa conterrà?
Desideravo trovare una linea che unisse i due mondi, il loro House e il mio più dark. Ho lavorato molto su tale connubio e alla fine ho composto qualcosa che possa arrivare a tutti. L’EP, disponibile solo su vinile dal prossimo 6 ottobre, contiene due original, di cui una realizzata in una sola notte insieme all’amico Not Found. Ad arricchire il pacchetto sono i remix di Julien Sandre ed Alex Kennon, a mio parere entrambi di qualità altissima. Il tutto è accompagnato graficamente da un orso vestito di nero che va in bicicletta. L’orso sono io!

Come sei riuscito a diventare uno dei DJ del Cocoricò di Riccione?
Paradossalmente ho fatto un percorso diverso rispetto a quello che è richiesto al giorno d’oggi. Ho lavorato per quasi tutti i locali della Riviera facendo il modestissimo DJ resident. Poi, una sera di Settembre, è arrivata la proposta dall’unico locale in cui non avevo ancora messo i dischi, il Cocoricò, da parte di Fabrizio De Meis e Mauro Bianchi. Un traguardo enorme per me.

Quali sono le parole chiave di un DJ nel 2014?
Credo di non essere all’altezza di rispondere a questa domanda.

Chi sono i DJ/producer italiani che, attualmente, ritieni abbiano artisticamente qualcosa da dire?
Seguo molto la scena italiana, penso che l’artista nostrano abbia qualcosa in più da offrire rispetto ad altri. Basti guardare le line up dei festival in tutto il mondo per vedere, finalmente, diverse bandierine italiane. Senza prendere in esame il mainstream, sono tantissimi gli artisti di cui sono follemente innamorato, i Margot su tutti.

All’estero invece?
Ad eccezione dei mostri sacri, che a distanza di tempo riescono sempre a fare qualcosa di particolare (come Ricardo Villalobos e Mr. G, i miei preferiti da sempre), ci sono molti artisti da tenere d’occhio. Forse all’estero si osa e si sperimenta di più rispetto all’Italia.

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Cosa pensi del fenomeno festival? E’, come alcuni dicono, l’apoteosi della mercificazione della musica e della cultura ad essa correlata?
I festival sono eventi da non confrontare con quella che è la vera club culture, rappresentano un mondo indipendente. E’ come andare ad un concertino Jazz in un bar o il super concerto della Rock band del momento. Puoi sentire cose interessanti e divertirti in entrambi i casi, ma con atmosfere diverse. Ho avuto la possibilità di suonare a qualche evento col format di festival, ed ovviamente suonare davanti a 10/15 mila persone ha un impatto emotivo decisamente diverso ma il piccolo club, scuro, caldo e con un buon soundsystem, resta impareggiabile.

Quali sono i dischi con cui, al momento, riesci ad ottenere i migliori risultati in pista?
Dipende dal club e dal pubblico. Ci sono brani di Josh Wink, Levon Vincent, Trentemøller e Luciano che suono praticamente sempre. Mi piace ascoltare dischi nuovi e cambiare i set in continuazione, mischiando “vecchio” e “nuovo” (metto le virgolette perché, a mio parere, in musica non esiste vecchio e nuovo).

Come e dove ti vedi tra cinque anni?
Sono molto contento del percorso che sto facendo, sto togliendomi delle belle soddisfazioni. E’ ciò che ho sempre voluto fare, ho lottato per realizzare questo mio sogno, e lo faccio tuttora. Tra cinque anni? Spero di essere ancora in consolle, con barba e capelli più lunghi.

http://www.facebook.com/BartolomeoOfficial

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Scrivo di musica elettronica dal 1996, colleziono dischi (ovviamente), fumetti di vario genere ed altre stramberie (robot, manifesti circensi, abiti e memorabilia Energie, sneaker SPX). Ho scritto tre libri sulla musica e DJ culture degli anni Novanta, uno sull'International Deejay Gigolo Records ed ho fatto tante altre cose che puoi scoprire in rete e non solo.

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