Martedì 15 Giugno 2021
Interviste

La Bionda, le escursioni della Italo disco che non escono dalla testa

Non solo Depeche Mode o Rihanna: dalla mente dei fratelli proseguono a uscire tracce di derivazione elettronica che, come in una lezione infinita, raccontano di una dance che cambia con naturalezza

I fratelli Michelangelo e Carmelo La Bionda sono poliedrici artisti e produttori in attività dal 1970 e vengono da molti considerati gli inventori della italo disco. E non sono solo un momento legato alla amarcord della dance. Vero, successi come ‘Disco Bass’, famosa sigla della Domenica Sportiva dal ’77 al ’79, o hit come ‘1, 2, 3, 4… Gimme Some More’ (come D.D. Sound) e ‘One For You, One For Me’ si aggiungono a collaborazioni di un tempo (con i Righeira per ‘Vamos A La Playa’ e ‘L’estate Sta Finendo’) e sono pietre miliari irremovibili dal passato. Sono, tuttavia, oggi, il punto di partenza di una coppia che è trasmutata passando dai palchi al dietro le quinte e considerata carburante per le giovani generazioni. Ispirano.

 

I fratelli aprirono nel 1985 i Logic Studios nella sede storica della casa discografica CGD in via Quintiliano a Milano e solo successivamente, nel 1998, si sono stati trasferiti nell’ultima sede di via Piacenza. Pur muovendosi, i La Bionda hanno cambiato il mondo del pop da ballare. Lo hanno innovato ospitando stelle internazionali nei loro spazi. Davanti ai 64 canali del mitico SSL 4000E si sono scatenati i Depeche Mode (per ‘Violator’), si è acceso RedOne (produttore responsabile dei primi successi di Lady Gaga che a Milano finalizzò ‘On The Floor’ di Jennifer Lopez) e si infiammò Rihanna. S’intrattenerono, tutti, all’interno di una enorme lounge room. Come in una infinita festa.

 

In questi spazi, nel nevralgico capoluogo lombardo, sono nate tante leggende metropolitane e tanti aneddoti. Ripercorribili oggi grazie a Carmelo, mentre Michelangelo è alle prese con la burocrazia dell’industria. Si scoprono allora siparietti (Paolo Nutini è un loro fan), pettegolezzi, chiacchiericci e curiosità (anche sui metodi di lavoro dei Depeche Mode). “Quel groove che si sente all’inizio in ‘Personal Jesus’ sapete in realtà cos’è?”, chiede Carmelo. “Sono dei passi. Li registrammo nella tromba delle scale nello stabile di in via Quintiliano. Usammo degli scarponi, venne fuori una cosa davvero particolare, una vera sequenza ritmica poi imitatissima grazie al riverbero naturale”.

Grazie ai La Bionda si passa con disinvoltura anche dai 30 anni in Italia della cantante Nathalie Aarts che, nel 1991, lavorando proprio presso i Logic Studios, diede vita con Carmelo (La Bionda) e Roberto Baldi alla cover di ‘Change’ di Lisa Stansfield, sino ad arrivare al recente featuring di Carmelo con Sara Wilma Milani nella cover chill-out di ‘There For Me’. Una versione sperimentale ricca di contaminazioni strumentali, culturali e contemporaneità elettronica, che nasce da un atteggiamento artistico sempre rivolto al futuro, anche quando si lega a successi del passato. “Il produttore di Sara, Dario Mazzoli, aveva già collaborato con noi”, rivela Carmelo. “Sara non è solo un’artista brava ma anche sensuale e di nicchia, la sua versione chill-out mi è piaciuta perché è nuova, contemporanea. Volevamo discostarci dal pop italiano come la trap o cose prettamente radiofoniche e abbiamo fatto questo. Noi non pensiamo mai all’estero; l’estero deve essere una conseguenza”.

 

Come nacque la vostra italo disco?
Mio fratello è stato direttore artistico della Baby Records per parecchi anni, così abbiamo lavorato con Freddy Naggiar. Abbiamo sicuramente fatto tanto per la dance di allora, anche con Amanda Lear, ma ci sono stati anche Mauro Malavasi e tanti altri ad aver contribuito alla diffusione del movimento.

Carmelo, nell’aria c’è più voglia di anni Settanta o Ottanta?
C’è voglia di spensieratezza. Ma devi avere il pezzo giusto. Se scimmiotti gli altri, non ha senso ripercorrere quegli anni. Gli anni Ottanta sono stati molto criticati: invece, sono stati un momento davvero creativo. Noi italiani avremmo dovuto fare di più, soprattutto attraverso la Italo disco. Certo, ci sono stati talenti come Zanetti, Giombini, Martinelli che hanno dato tantissimo. Ma la discografia italiana è sempre stata tanto legata a un certo mondo più rock. Prendiamo ad esempio invece quanto è accaduto in Inghilterra, che ci ha lasciato gente come i Pet Shop Boys e tanti altri bravissimi artisti legati alla pop dance.

È vero che sta per arrivare un album dei La Bionda?
Non vogliamo essere a tutti i costi chiusi nelle dinamiche della discografia. Inizierei a dire che abbiamo pronti dei singoli, 6-7 pezzi che magari, più in là, saranno parte di un album. Non vogliamo essere moderni a tutti i costi e correre. Vogliamo fare le cose con passione e con le caratteristiche pop che ci contraddistinguono. Sono brani dedicati alle radio che furono, le radio che inventavano, le radio che improvvisavano.

Carmelo e Michelangelo La Bionda nei Logic Studios di via Piacenza a Milano

Cosa c’è di interessante in circolazione nella musica contemporanea e nello specifico nella dance odierna?
Non mi piace la dance dei grandi dj, come quelli olandesi, la dance delle masse oceaniche oggi soffre per i limiti imposti dalle restrizioni. Per carità, molte cose sono ben realizzate ma si fermano lì, nel proprio ambito. Preferisco progetti come Miley Cyrus e Dua Lipa, molto interessanti e ben sviluppati, che ci riaprono a suoni immortali. Amo il garbo, a livello musicale, non mi piace lo sballo. Mi piacciono le discoteche come luogo di aggregazione e non come posto per trasgredire, anche in fatto di musicalità. In molti Paesi i dj sono presi molto sul serio e sono un valore aggiunto a una produzione discografica, ma qui? Anni fa io e Michelangelo abbiamo pensato anche di intraprendere la carriera di disc jockey ma vista l’organizzazione e le lacune nel management, nel booking, abbiamo lasciato perdere.

Ma i Logic Studios esistono ancora?
Intesi come quelli di un tempo, aperti al pubblico, che hanno ospitato Depeche Mode, Rihanna, Green Day e Lady Gaga, no, non esistono più. Oggi è impegnativo tenere aperto un grande studio. Gli studi che lavorano oggi sono… “cinesizzati”, legati all’iper competitività e una sorta di catena di montaggio. Riducendosi il mercato, a loro volta si sono ridotti i grandi studi, compreso il nostro. Oggi il personaggio internazionale dove lo porti? Forse all’estero. Ben vengano allora gli home studio. Ma non ci si lamenti della mancanza di spazi in cui condividere. È un po’ come nei negozi di dischi. Mancano spazi per la socialità, per l’approfondimento. Da noi sono nati molti professionisti, come Rocco Tanica, Antonio Baglio, Roberto Baldi o Pino Pischetola. Dove nasceranno i nuovi talenti dell’ingegneria sonora? Abbiamo provato a fare dei corsi di formazione ma non abbiamo avuto un grande riscontro.

 

Artisticamente, chi ha ancora qualcosa davvero da dire?
Ci sono tante cose interessanti. Non mi dicono nulla questi artisti trap, attraverso i quali avverto sempre meno musicalità. Si può partire da zero e non dal passato, tuttavia, come prendere le distanze da quello da cui si è stati influenzati nella nostra crescita?.

Quanto e perché è importante il consenso nell’era dei social?
La musica oggi deve finire nella playlist a tutti i costi. Ma non c’è ricerca, le case discografiche sono in una fase particolare, difficile, lontane dall’approfondimento. L’importante è non copiare gli schemi altrui. Guardate il percorso di Billie Eilish o, in un certo senso, Lana Del Rey. È giusto sottolineare l’identità sonora, la riconoscibilità di un artista attraverso il suo suono. Il problema è cosa rimarrà. Servono dei geni, servirebbe più libertà a livello creativo. Oggi c’è del nichilismo alla base di tutto.

Come sopravvivere in questo momento di evidente sovrappopolazione nell’intrattenimento?
È complicato, perché tutto è stato industrializzato, è tutto meno bello, meno romantico. Si pensa più al fine che al mezzo. Basta guardarsi in giro. E comunque questo non è uno stato delle cose globalizzato: ogni territorio vive la sua realtà, vive la sua musica. C’è una massimizzazione della condivisione e nel contempo c’è meno umanità, si pensa più al portafogli e meno al cuore e meno ai progetti a lungo termine. In Italia lo abbiamo visto più volte, questo. La gente invece deve tornare a sognare.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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