Lunedì 23 Settembre 2019
Interviste

Santiago, il rapper cresciuto con La Cura di Battiato

Cos’hanno in comune rap e cantautorato? A prima vista niente, a mio avviso tantissimo. Innanzitutto entrambi fanno del sottotesto il loro punto di forza: ogni parola è ben più della battuta di un copione, e la decodifica non è mai univoca. Ci vuole cultura per scrivere rime e ce vuole altrettanta per partorire Il Blasfemo. Occorre il coraggio della denuncia, ma anche quello di mettere a nudo le proprie debolezze.

Ma soprattutto cos’è che accomuna i due generi? Quella dote che funziona solo se è autentica: la sensibilità.

Partiamo dall’evento più recente della tua carriera di rapper: l’album “Diamante”. I riscontri sono stati molto positivi sia da parte del pubblico che della critica: senti di aver raggiunto un obiettivo o è solo l’inizio?
Sicuramente è un punto di partenza perché quello che ho voluto fare è stato molto particolare. Dopo “Ghiaccio e Magma” mi sono reso conto che non mi stavo esprimendo davvero come avrei potuto, ho dovuto prendere una pausa e riflettere su quello che volevo fare: il risultato è stato “Diamante”, ovvero una serie di contaminazioni e di cose che a me piacciono messe insieme. Avendo la fortuna di lavorare con i Retrohandz (produttori dell’album, ndr) , che conoscono la musica a 360°, ho pensato “se non lo faccio adesso, non lo faccio mai più”. Il mio background è costituito da tutt’altro che dal rap, ho voluto fare un prodotto che mi distinguesse dagli altri e considero questo come un punto di partenza, ma so che posso ancora spingermi oltre.

Sempre in merito a “Diamante”, l’hai definito come un connubio tra hip hop ed elettronica, che sono un po’ le due grandi tendenze degli ultimi anni. A chi ti sei ispirato tra la miriade di artisti che provano a cavalcare quest’onda?
Durante la lavorazione degli album in genere mi isolo, cerco di non essere contaminato da niente proprio perché c’è il rischio di fare qualcosa che ha già fatto qualcun altro. Ho ascoltato molti artisti come Franco Battiato, Gotye, Stromae, che hanno un modo di concepire la musica come piace a me, c’è una ricerca particolare dietro e non solo l’obiettivo di un prodotto che possa andare bene per il mercato. Ho cercato di raccontare all’interno del disco delle esperienze di vita che difficilmente un ragazzino di 14 anni potrebbe comprendere perché vanno vissute ad un certa età, io stesso dico che non avrei mai potuto fare questo album prima dei 30 anni. Non vorrei acculturare, non credo di esserne in grado, ma vorrei dire la mia, far capire che c’è altro oltre quello che viene proposto adesso e poiché sento che in maniera così forte non l’ha ancora fatto nessuno, ho cercato di farlo io.

Una delle prime cose che mi ha colpito quando sono venuta a conoscenza della tua storia, è il fatto che non ti sei mai voluto legare ad un collettivo, nonostante riconoscerai che ti avrebbe aperto molte porte o quantomeno reso più facili certi goal. Raccontami di più.
Per me era fondamentale uscire come persona e non attraverso un gruppo. Non ho mai cercato nessun appoggio, anche se sono consapevole che mi avrebbe aperto molte porte, perché ho sempre avuto in mente il fatto che ho un mio percorso preciso, senza il quale non avrei potuto neanche concepire il disco. Ho preferito non guardarmi intorno e andare avanti con le mie forze e quando ci riesci la soddisfazione è massima. Ho avuto a che fare con Machete, ad esempio, o Unlimited Struggle perché conosco gli elementi che ne fanno parte, alcuni sono anche miei amici, ma non abbiamo mai parlato di collaborazioni perché è stato chiara dall’inizio la mia idea di intraprendere questo percorso da solo. Nel mio disco c’è un solo featuring perché è così intimo e personale che solo io in quel momento avrei potuto esprimermi in quella maniera.

Se dovessi tracciare una linea temporale e su questa collocare i tre eventi che ti hanno maggiormente influenzato tra l’uscita del primo album, “Giacchio e Magma” nel 2012, e l’ultimo lavoro, “Diamante” del 2014, quali sarebbero e perché?
C’è stato un momento in cui avevo scritto un gran numero di pezzi che andando a riascoltare mi hanno quasi mandato in crisi: era come se avessi ripreso lo stesso discorso del primo disco, ma senza quel passo in più che avrei voluto fare. Mi sono chiuso in studio ad ascoltare quello che avevo fatto fino ad allora, ho stoppato tutto e sono riparito da zero. Questo è stato un punto fondamentale. Un altro punto è stato avere la possibilità di lavorare con i Retrohandz, ovvero trovare un periodo ben preciso in cui loro si sono potuti dedicare solo a me, senza il loro supporto non avrei mai potuto fare uscire “Diamante”. L’ultimo evento è stato sicuramente il costante contatto che ho avuto con Big Fish che è stato in grado di fermarmi e di darmi i consigli giusti mettendomi di fronte alle mie reali possibilità.

santiago

Quando si parla di te, si legge spesso la definizione di “cantautore”. Te la sei attribuito da solo o te la sei ritrovata un giorno dentro un articolo di giornale?
Appena mi è stato attribuito del “cantautore” sono stato molto contento perché l’aspetto cantautoriale è stato uno dei più importanti del mio percorso. Provengo da una scuola come Lucio Battisti, De Gregori, come esempi ho sempre avuto loro piuttosto che rapper americani. Nel momento in cui mi hanno chiamato cantautore non posso nasconderti che mi ha fatto piacere e sono stato anch’io a spingere questa definizione.

L’incontro con Fish rappresenta sicuramente un momento di rottura per la tua carriera musicale, forse addirittura il momento dal quale cominci ad ascendere alla notorietà. Chi vi ha presentati e com’è nata la relazione con la sua etichetta?
Ho conosciuto Fish grazie ai Retrohandz, era estremamente interessato a quello che facevano. Lavorando a stretto contatto con loro, ho avuto la possibilità di fargli ascoltare i miei pezzi e lui ha notato subito che non c’era qualcosa di scontato, decidendo di puntare su di me.

I Retrohandz, con cui avevi realizzato i tuoi primi lavori, ti hanno accompagnato anche durante la produzione di “Diamante”. Com’è andata? Hai avuto libertà di scelta nel selezionare i tuoi produttori o hai dovuto sudare per ottenere proprio i nomi che volevi?
Sono io che li ho cercati, volevo fortemente che il disco fosse prodotto dai Retrohandz proprio perché so che hanno una concezione della musica molto particolare. Ho aspettato che avessero un momento libero per dedicarsi completamente a me, era difficile intercettarli a cavallo tra il loro primo disco e gli EP che rilasciano di continuo, e lì ne ho approfittato. Sono estremamente soddisfatto, ho aggiunto solo una strumentale di Fish perché era esattamente sulla stessa lunghezza d’onda. Se loro non fossero stati disponibili, avrei comunque chiesto a qualcuno del roster di Doner Music perché sono i produttori che preferisco nell’elettronica: nelle strumentali abbiamo la possibilità di inserire dei suoni fantastici, in passato avevamo il boom bap e tutte le sonorità che hanno contribuito a rendere grande l’hip hop, ma perché rimanere ancorati ai suoni del ’95? Molti produttori si affidano ancora a quel tipo di campionamento giudicandolo vintage, ma io sono dell’idea che abbiamo la possibilità di produrre materiali di qualità come gli Stati Uniti e bisogna andare avanti.

retrohandz

Scorrendo tra i tuoi status su Facebook mi ha colpito molto l’estratto di un’intervista in cui dici “Non credo di aver realizzato un prodotto per un pubblico raffinato, credo solo che il pubblico di oggi sia molto più raffinato di quanto creda di essere”. Mi trovo profondamente d’accordo e ho avuto modo di verificarlo in diverse occasioni, non ultima durante il Culture Clash organizzato da Red Bull qui a Milano in cui la maggior parte dei partecipanti sembrava preparato quanto gli artisti sul palco. Da dove nasce la tua riflessione invece?
Nasce soprattutto dai riscontri che ho avuto nel momento in cui mi sono confrontato con varie etichette per quanto riguarda “Diamante”. Mi veniva sempre detto che il mio album è un prodotto difficilmente collocabile nel mercato italiano e che non corrisponde a quello che i ragazzini vogliono ascoltare. Io penso che oggi i ragazzini siano bombardati da un certo genere di hip hop e, anche se capisco che ci sia della leggerezza sull’argomento, basta fargli sapere che esiste lo stesso prodotto ma con uno spessore diverso. Esiste altro, oltre ai gioielli, alle ragazze facili e agli stupefacenti: il rap è uno dei mezzi più potenti e diretti che esista al mondo, si può parlare di sensazioni, paure e debolezze. C’è solo bisogno di acculturare le persone, basta passare in radio anche quello che viene definito pesante perché non c’è più la concezione di un pezzo senza autotune. Molti ragazzi mi scrivono che li ho aiutati grazie ad un mio pezzo, trovami una cultura più sana dell’hip hop e dei suoi valori!

Tornando ad uno dei tuoi miti, possiamo quindi concludere che la cura di cui parlava Battiato sia l’hip hop?
Battiato è troppo hip hop, hai citato il pezzo che è il mio inno della vita, è tantissimo hip hop!

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Irene Papa
Analogue at birth, digital by design. Editor for dlso.it, Zero e DJMag.

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