Domenica 22 Settembre 2019
Interviste

Intervista a Tony Humphries

Quando si parla di mostri sacri della house music, il primo errore in cui si può incappare è quello di incensare subito e in automatico il movimento abitato da coloro che vivono esclusivamente di dischi in vinile. Pionieri della post Disco = mix fantastici realizzati con giradischi: l’equazione è presto fatta. E a volte sbagliata. Ci sono gli alternativi della consolle, sì, gli irriducibili del mix, che vanno oltre e si rimettono in discussione a livello tecnologico. Su tutti, mister Tony Humphries, che che utilizza con disinvoltura due Cdj della Pioneer infilzati da altrettante chiavette Usb.
In un locale tutto esaurito, popolato da un pubblico trasversale, con gente dai 25 ai 45 anni, sino alle cinque del mattino, giorni fa si è ballata una house music unica, storica, classica, pronta a celebrare un party, il Les Folies du Plaisir. Che dopo vent’anni di storia, infiamma ancora: è successo proprio con Humphries al Made Club di Como, il più storico della città lacustre. In console, l’americano sorride sempre, sembra vedere il suo lavoro di dj come una sorta di missione infinita, nonostante gli anni corrano via inesorabili.

Kings of House, il progetto che ti vede in console nei club con David Morales e Louie Vega sta avendo un grande successo, non trovi?

Per me suonare con Vega e Morales è sempre una grande emozione. Veniamo tutti dalla stessa zona, ovvero da New York e dai suoi dintorni, ma ognuno di noi ha la propria sensibilità. Ogni volta succede qualcosa di diverso, visto che non programmiamo assolutamente niente. Partiamo e poi vediamo cosa succede.

https://soundcloud.com/tony-records/sets/tony-humphries-housework-2

L’attuale scena house come ti sembra?

Senz’altro è in grande crescita. Sento una grande voglia di melodie e di soul. Le belle sensazioni non mancano, e questa non è certo una novità, visto che faccio il dj da tanti anni in tutto il mondo. Ci sono un sacco di giovani che mi chiedono di questo o quel disco, persone che spesso non erano ancora nate quando un preciso brano fu prodotto. I giovani si sono come adattati a certe sonorità, ma in modo diverso rispetto alla mia generazione. Sono le sfumature e le differenze ad essere importanti.

In alternativa, c’è la scena EDM negli USA?

Credo che l’EDM, inteso più che un fenomeno musicale sia stato e sia ancora oggi soprattutto un fenomeno di marketing. È ciò che serve a siti, magazine, label e dj. Insomma, un po’ a tutti. È un po’ ciò che è successo con la musica house a fine anni Ottanta, quando si è come divisa in tanti sottogeneri, come acid house, minimal e così via. Prima la musica da ballo si chiamava semplicemente dance. E forse dovremmo chiamarla ancora oggi così.

Produrre buona musica anche oggi costa tanti soldi.

Se hai un buon budget, puoi lavorare con ottimi produttori, altrimenti devi accontentarti. Certo, oggi è molto più semplice, grazie alla tecnologia, fare delle cose interessanti. Ma senza soldi, credetemi, non si arriva da nessuna parte.

Pertanto, qual è il tuo parere sulla qualità delle attuali produzioni?

Ci sono buone produzioni e produzioni di bassa qualità, come è sempre accaduto. Produrre negli anni Ottanta era molto più complicato. Ma, ripeto, da venti o trent’anni a questa parte, il business non è cambiato un granché. Sono solo cambiati i nomi delle aziende: ma alla fine il business è lo stesso, almeno secondo me.

È in corso una sorta di guerra tra analogico e digitale.

Cominciano ad essere organizzati anche diversi vinyl parties, ovvero feste in cui si suona solo vinile. Ci sarà un po’ di battaglia, finalmente. E chi vincerà? Difficile dirlo, è probabile che questa contrapposizione continuerà per almeno sei o massimo dieci anni.

Come si fa portare al successo un progetto musicale, vista la crisi dell’industria musicale?

La mia etichetta, la Tony Records, sta riscuotendo davvero buoni risultati. Abbiamo un sacco di artisti, diversi tra loro, e un bel po’ di release. Tra i tanti, tengo molto al progetto Housework, che nasce per trasformare slave song e work song in musica da ballo per il dancefloor. Si tratta di un mix di gospel, blues e ritmo che fa muovere sempre e non dimentica le radici della black music.

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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