Mercoledì 08 Dicembre 2021
Interviste

Jax Jones e il ritorno alle origini

Dalla musica soul, black, funk e rare groove ascoltata con i genitori sino alla house odierna. Il dj londinese presenta il singolo ‘I Miss U’, ricorda i tempi di MySpace e pensa a una carriera vissuta con meno collaborazioni

‘I Miss U’ è quasi una scusa, l’idea di approcciare nuovamente con il mondo in un momento difficile come questo. Un singolo, quello nuovo di Jax Jones, che pare un pretesto per comprende a fondo il suo forte desiderio di tornare ad esibirsi nei club e ai festival. Timucin Fabian Kwong Wah Aluo, così è iscritto all’anagrafe del municipio di Londra, col passare dei mesi si sta spostando verso un suono sempre più freddo, definito e sotterraneo, almeno rispetto ai suoi popolarissimi brani dance degli ultimi tempi.

A dare un tocco di orecchiabilità al pezzo c’è una voce che fa rizzare i capelli in testa, è quella della cantautrice tedesca Au/Ra, nota per la hit ‘Panic Room’ di un paio di anni fa. Nasce così una temporanea e vincente accoppiata che va a caccia dei piani alti delle classifiche internazionali.

 

Come stai? Questo è davvero un momento difficile per tutti: come se ne esce?
Io sono confuso, come tutti quanti. Dico solo questo: bisogna trovare la felicità, nella vita, quindi bisogna escogitare un piano e soprattutto bisogna trovare un trucco che ci possa far stare bene senza perdite di tempo. La musica può essere una risposta a tante domande.

Come è nato il nome Jax Jones?
Per gioco e dallo slang. Inizialmente, avevo scimmiottato il nome di un noto marchio di abbigliamento. Poi mi sono accorto che sembrava un nome di un dj house. Suonava bene. L’ho adottato.

Le tue radici sì nella underground ma non solo di quella house, anche di quella hip-hop. Da ragazzino ascoltavi molto rap. Come sei arrivato a questo crossover house?
È stato un viaggio nell’immaginario e nelle passioni. Siamo tutti un po’ quello che abbiamo ascoltato da giovani. Bene, in casa mia papà e mamma ascoltavano musica soul, black, funk, rare groove. Sono cresciuto con quel sound. Ho studiato molto. Mi ha attratto molto anche classica, in passato. Mi sono trovato dentro un viaggio eccitante, un po’ folk e conservatore e un po’ moderno e urbano. Ed eccomi qui, con il mio stile.

Sei stato uno dei primi a credere davvero in MySpace. Qual è la tua piattaforma preferita oggi per irradiare al meglio la tua musica?
Quanto mi manca MySpace, non potete capirlo. Direi che Instagram ha tutto quello che uno cerca, sull’audio e i video ma spesso emergono blocchi e problemi con i bootleg. Mi piacciono i blog perché sono liberi e sinceri. Forse il top è Bandcamp, a pensarci bene.

 

Hai collaborato con molti grandi artisti. Non ti sembra di essere quasi arrivato al punto di voler esplorare di più senza dover per forza ricorrere ai featuring?
Dopo tanto gioco di squadra una strada percorribile potrebbe essere quella che porta all’individualismo. Probabile. Non ne ho però la certezza. Ci sono nuovi orizzonti, là fuori. Il settore musicale è bello proprio perché ti permette di scoprire infiniti percorsi.

Quindi, stop alle collaborazioni?
Stiamo parlando di dance crossover, qui, musica che ha bisogno di costruzione, gioco di squadra, affiatamento, incastri e risultati. Tutti hanno iniziato così, da Akon ai Daft Punk sino a David Guetta. Poi, dopo le collaborazioni, parte in pompa magna la carriera. Molte collaborazioni non sono fini a se stesse, non sono solo un valore aggiunto: sono crescita e chiusura di un cerchio, sono riconoscenza anche delle capacità degli altri.

A proposito di collaborazioni, come sei entrato in contatto con Au/Ra?
Che cantante straordinaria. L’ho scoperta attraverso Instagram, durante il lockdown. Le ho scritto e ci siamo trovati subito a nostro agio. La adoro.

Stai lavorando a un nuovo album?
Ho diverse tracce nell’hard disk ma non so, mi sembra prematuro parlare di album ora. C’è più libertà fare le cose, oggi, rispetto a quando eravamo legati agli album e ai supporti fisici. Vedremo.

Come può sopravvivere un dj come te se non può suonare durante gli spettacoli dal vivo, adesso? Grazie alla musica?
Forse se sei Guetta, allora sì. È dura ma passerà. La perdita di soldi è più che ingente ed evidente. Molta gente non capisce che questo è il nostro lavoro, da sempre. Vede che ci divertiamo. Ma è il nostro business, e va non solo rispettato ma anche salvato.

Come pensi che cambierà lo scenario della produzione musicale nei prossimi anni?
L’arrivo delle nuove tecnologie con le IA cambierà molte cose. Apple ha aperto una strada con il digitale e ora tutto sta trovando una collocazione. Splice ha fatto tantissimo e sta lavorando su algoritmi pazzeschi. Bisognerà poi valutare la reazione delle persone. Mi chiedo solo: il computer può creare davvero qualcosa di speciale.

Articolo PrecedenteArticolo Successivo
Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA MAILING LIST

Scoprirai in anteprima le promozioni riservate agli iscritti e potrai cancellarti in qualunque momento senza spese.




In mancanza del consenso, la richiesta di contatto non potrà essere erogata.