Lunedì 16 Dicembre 2019
Festival

Jazz:Re:Found 2016: Stay black!

 

 

Giunto alla nona edizione Jazz:Re:Found era quest’anno, per svariati motivi, un appuntamento molto atteso. Lo scorso anno il festival infatti si è spostato ufficialmente a Torino e l’edizione 2016 avrebbe chiarito la sua consistenza ed il suo stato di salute in una città che offre oramai diversi eventi di spessore nazionale ed internazionale. Dei dubbi, delle considerazioni e delle sensazioni che Jazz:Re:Found ci ha offerto parleremo in seguito. Adesso scopriamo cosa è accaduto nel dettaglio in questi giorni all’insegna della black music (e non solo n.d.r).

Si comincia mercoledì allo Spazio 211 dove Yussef Kamaal ha portato in scena l’energico live dopo l’uscita di “Black Focus”, album osannato da critica e pubblico. La performance, della durata di un’ora circa, raccoglie pareri positivi e grande partecipazione. Unico neo forse proprio l’eccessiva ricerca di virtuosismi, ma stiamo pur sempre parlando di uno dei live qualitativamente più interessanti del momento. Sulla scia del grande successo della serie The Get Down segue la battle tra le crew Augusta Taurinorum e Microfili il cui giudice d’eccezione è niente meno che Ensi. Lo spettacolo è divertente sia per chi è coinvolto in prima persona che per chi apprezza il mondo hip hop pur non essendo un purista del genere. Non c’è tempo però per discutere dei convenevoli, JRF offre un programma denso e dobbiamo spostarci verso lo Spazio Dora per il proseguo della serata. Qui è nuovamente Ensi ad affacciarsi sul palco, questa volta per il suo show, degna apertura di cerimonia dell’ospite più atteso, icona dello scratch e dell’hip hop: Grandmaster Flash. Dopo mezz’ora di viaggio nei meandri dell’old school, il dj americano si sposta su altri versanti più confortevoli per il pubblico generalista, meno per chi mastica quotidianamente l’hip hop.

 

 

 

 

Giovedì i GoGo Penguin sono costretti ad annullare lo show a causa di gravi problemi di salute del tastierista, ma restano confermati Passenger e Mr. Scruff. Il primo ci accoglie già in consolle quando raggiungiamo il Cap10100. Il suo un warm up solido, vario e divertente gli permette di guadagnarsi anche i complimenti dello stesso Scruff verso la fine. Tocca quindi all’inglese traghettarci nelle ultime tre ore e mezza e le aspettative in sala sono alte. Si parte in sordina passando attraverso brani storici dai Nuyorican Soul alle suggestioni world di Buari. L’atmosfera si fa carica di elettricità quando Scruff incomincia ad alzare l’asticella con alcuni dei suoi più grandi successi tra cui ‘Pickled Spider’ e ‘Music Takes Me Up’, momento apicale della serata. Spazio anche a Roots Manuva, A Tribe Called Quest e Cherrystones con la micidiale ‘Honey Pot’. Se a fine serata il dj è in mezzo al dancefloor che balla e scherza con il pubblico vuol dire che le cose sono andate bene, molto bene. Mr. Scruff ci ha regalato uno degli highlights di questa edizione di Jazz:re:found.

 

 

 

 

Venerdì si torna allo Spazio Dora e sul palco è la volta del rap senza compromessi dei Colle Der Fomento. Lo zoccolo duro segue con grande dedizione lo show mentre il pubblico club-oriented si sposta nel Dude Stage dove Abstract sta scaldando i motori in attesa di Leon Vynehall. Dopo un breve cambio palco tocca però a Gilles Peterson, uno degli artisti più emblematici della mission di Jazz:Re:Found. Mr. Worldwide non delude le aspettative e spazia con grande mestiere dal dub, al reggae senza lesinare il finale in chiave americana per accomodare al meglio Sadar Bahar. La Chicago Icon offre un set diverso dagli standard a cui ci ha abituati in passato. I BPM sono incalzanti, lo sguardo è sempre vigile sul dancefloor ed il risultato è un pubblico compatto fino all’ultimo disco. L’immersione nel groove della vecchia generazione si collega figurativamente al presente raccontato da DJ Khalab che  prepara il pubblico all’ultima accellerazione, quella di Clap! Clap!. L’artista toscano fa saltare gli schemi e la sua energia contagiosa si riflette sul dancefloor, esausto ma sempre partecipe.

 

 

 

 

Il soleggiato pomeriggio torinese del sabato fa da cornice alla nostra marcia di avvicinamento alla Scuola Holden, un luogo suggestivo in cui James Holden (omonimia non casuale) porta il suo nuovo live allo scoperto. L’artista inglese sfoggia senza remore pezzi da novanta come ‘Renata’ mentre il pubblico in silenzio reverenziale si lascia rapire concedendosi a scroscianti applausi solo alla fine, segnale che da queste parti le contaminazioni piacciono parecchio. Breve pit-stop e si riparte alla volta del Teatro della Concordia dove gli Stump Valley sono igà sul main stage. Il set dei due è eclettico e mai banale, adeguato warm up per Underground Resistance con Timeline, progetto che fonde jazz e techno made in Detroit a cui è difficile resistere. Nel Dude Stage nel frattempo l’italianissimo Volcov è come sempre una garanzia. Duecento persone circa sono radunate durante il suo set, rapite dalla selezione e dalla tecnica fuori discussione. I sorrisi finali per i titoli di coda sono offerti da Soichi Terada che non ha cambiato molto il live rispetto alla versione offerta quest’estate pur restando un piacevolissimo performer e producer.

 

 

 

 

Giunti alla conclusione della nostra edizione 2016 di Jazz:Re:Found possiamo tirare le somme del festival cercando di capire i suoi punti di forza e quelli di debolezza. Due defezioni importanti hanno inciso sensibilmente alla resa dell’evento, tuttavia molto meno di quanto preventivato, merito di Mr. Scruff, Gilles Peterson e Sadar Bahar. Allo stesso tempo però JRF ha raggiunto quest’anno un risultato ambito, un’età media e una eterogeneità nell’audience raramente viste in Italia. E’ molto complicato ad oggi infatti trovare un pubblico così “conscious”, per usare un termine tanto caro ad Ensi, ed allo stesso tempo far cadere decennali barriere di genere integrando differenti stili nello stesso contenitore.

 

photo: Francesco Stella

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