Domenica 16 Dicembre 2018
Festival

Jazz:re:found Festival: Dritto al cuore!

Negli ultimi anni ci sono state diverse discussioni sul riavvicinamento dei più giovani al mondo del jazz, un universo interpretato – quasi sempre erroneamente – come affine ad una fascia d’età più alta e chiuso in un purismo selettivo e stringente. Alcuni – se non tutti – gli artisti presenti all’edizione 2015 del Jazz:re:found Festival hanno costruito nel corso della loro carriera ponti immaginari che collegassero questo universo a svariate forme di contaminazione svecchiando questa immagine.

Un dato di fatto incontrovertibile evidente sin dal primo colpo d’occhio all’Esperia di Torino, quando facciamo il nostro ingresso per l’attesissimo live di Thundercat. Giovani, giovanissimi e meno giovani tutti lì, pronti ad immergersi nella psichedelia del bassista americano più chiacchierato degli ultimi mesi. Poco dopo le nove Stephen Bruner guadagna il palco assieme a Justin Brown (batteria) e Dennis Hamm (tastiere) tra gli applausi e l’entusiasmo dei circa 300 presenti. L’inizio della performance blando e misurato unito all’atmosfera intima dell’Esperia crea subito un certo feeling tra audience e band e quando i tre accelerano il pubblico si scalda inevitabilmente. La combinazione di “Tron Song”, “Them Changes” ed una versione extended riarrangiata di “MmmHmm” lascia tutti a bocca aperta (o meglio con la mascella a terra n.d.r). Se eravamo certi che Thundercat fosse un bassista di alto profilo non possiamo negare che anche Justin Brown sia un fuoriclasse capace di guadagnare più volte gli applausi del pubblico e di recuperare con sconvolgente facilità la metrica dopo intensi minuti di improvvisazione. Accenni anche per le collaborazioni più recenti con Flying Lotus tra cui “Moment Of Hesitation” e “Descent Into Madness” prima del gran finale con “Daylight” che nella versione live risulta molto più interessante del suo corrispettivo discografico. Sicuramente una delle performance più belle di questo 2015!

DJ2

 

Dall’Esperia passiamo al Q35, location inedita ed inaugurata proprio per questo evento. Una venue capiente e già discretamente affollata quando Dj Premier inizia il suo set. I fedelissimi sotto consolle sono entusiasti e super coinvolti nella miscela old school proposta nel corso della performance che regala delle chicche del primo periodo con il duo Gang Starr, tuttavia ci sono alcuni momenti di vuoto che risultano eccessivi e decretano un’incostanza che il pubblico accusa ripetutamente. Tocca quindi a Kenny Dixon Jr. a.k.a Moodymann salire in consolle, accompagnato come sempre dalle sue fedelissime per tutta la durata della sua esibizione. Mr. KDJ ripete alcune discutibili scelte (“Around” di Noir & Haze su tutte n.d.r) che già in passato ci avevano fatto storcere il naso e soffre di alcuni problemi tecnici tra puntine che saltano e mixaggi approssimativi. La grande capacità di Moody però è avere la borsa dei dischi dei desideri dove pescando un vinile random hai la certezza che funzionerà e che sarà la traccia che cercherai per i mesi a venire. Ancora una volta vale la celebre frase secondo cui: “Moodymann non è un dj, è un sentimento”.

DJ3

Tocca ad un’altra icona “Made in Detroit” salire sul palco, è infatti Theo Parrish a proseguire il percorso disegnato da Moodymann anche in questo caso con una selezione di altissimo livello caratterizzata da un mixaggio più accurato inficiato da un utilizzo improprio del celebre DJR 400 che oramai sta diventando un’arma a doppio taglio invece che un valore aggiunto per chi lo utilizza. Le frequenze medio – alte di molte tracce vengono tagliate ed è un peccato visto che sotto quelle puntine passa roba buona, di quelle che te le balli dodici minuti filati senza protestare. Il momento di “New For U” di Andrés regala un highlight memorabile ed una degna conclusione di una di quelle serate che resteranno a lungo nella memoria collettiva, di quelle che arrivano “dritto al cuore”.

Note a margine:

1.Nella giornata di domenica si è svolta l’interessante iniziativa dedicata agli Italian Quality Music Awards, all’interno della quale è stato premiato chi nel corso di quest’anno si è contraddistinto per il proprio lavoro in studio ed in consolle. Un’iniziativa che nel corso degli anni potrebbe/dovrebbe diventare una gradita tradizione oltre che un’ulteriore occasione di supporto alla nostra scena.

2.Lo sforzo dell’organizzazione di Jazz:re:found è stato ampiamente ripagato e vedendo la cura di alcuni particolari, soprattutto nella cornice dell’Esperia, ci siamo trovati di fronte a scelte che si sono rivelate azzeccate per il pubblico e per gli artisti. L’augurio è che questa esperienza possa proseguire sui coraggiosi binari percorsi fino ad oggi per riportare in Italia artisti che da diversi anni latitano, favorendo un avvicinamento del pubblico proveniente dal club a queste realtà. In fondo è la contaminazione di generi uno dei più grandi successi di questo progetto.

3.Ci limitiamo a constatare invece con un briciolo di rammarico come la scena “Detroit” (a seguito del grande successo ed hype degli ultimi anni) stia purtroppo cedendo a dinamiche di divismo, approcci stereotipati, emulazioni scadenti e comportamenti che con le “prediche sull’underground” hanno davvero poco a che fare. Meno chiacchiere, più serietà sul mixer che di marchettari ce ne sono già abbastanza.

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