Venerdì 14 Agosto 2020
Interviste

Jeff Mills: il mondo post-Covid, il movimento Black Lives Matter e la rivoluzione di Axis Records

Una lunga chiacchierata sul mondo della musica elettronica, sulla pandemia globale, sul tema Black Lives Matter e sul cambio di rotta inatteso per la storica Axis Records. Jeff Mills a tutto tondo

Nel 1991 Jeff Mills fonda Axis Records, label di culto della scena techno statunitense (e mondiale) e record shop nato a New York e migrato successivamente a Chicago. Nel corso degli anni questa realtà promuove una visione molto chiara della Detroit techno, perfetta sintesi di una visione che vuole intersecare ricerca sonora, identità sociale e valori culturali. Musica che parla di un futuro distopico, di un presente opprimente e della volontà di evasione che ha caratterizzato il mondo della club culture sin dai suoi albori. Con un recente statement, Axis Records spiazza ancora una volta tutti e devia da una direzione sicura e consolidata verso nuove ed ulteriori sperimentazioni. Che a Jeff Mills non sia mai piaciuta la comfort zone è noto, e per questo motivo ci siamo seduti per parlarne proprio con lui, affrontando il futuro di questa etichetta ed alcuni temi cardine dell’attualità, tra cui il forte impatto del Covid-19 su scala globale e l’operato del movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti.

 

“L’universo di Axis Records si sta espandendo”. Questo è stato l’incipit del tuo annuncio riguardante la nuova direzione intrapresa poche settimane fa. Dopo 30 anni di onorata carriera cosa ti ha spinto a prendere questa decisione e quale obiettivo ti sei posto per questa nuova era della tua creatura?
 È da molto tempo che sto tentando di esplorare territori sonori che non siano strettamente collegati al dancefloor. Sono trascorsi oramai più di dieci anni da quando ho maturato questa decisione e ho provato a metterla in pratica con diversi progetti paralleli. Mi sono reso conto che una larga parte dell’audience che ha iniziato a seguirci durante lo sviluppo della scena techno oggi ha una famiglia, un lavoro e socializza con i propri coetanei. Considerando tutti questi aspetti per queste persone è diventato più complicato frequentare i club regolarmente e quindi tutti questi ex raver, amanti della techno e della house oggi sostituiscono questa parte della loro passione con ascolti attenti e mirati. Questo è stato il punto di partenza per osservare attentamente il catalogo di Axis Records e comprendere che ho prodotto poco materiale in cui la componente di puro ascolto fosse protagonista. Mi sono quindi concentrato su progetti in cui questo aspetto fosse fondamentale e meritasse riconoscimento e dignità. Nel corso degli anni periodicamente rilasciavo materiale legato ad altri generi musicali e contaminazioni, dal jazz alla musica classica. Release come ‘Planets’ o ‘When Times Splits’ con il pianista Mikhail Rudy che però non erano minimamente paragonabili alla quantità di produzioni techno dancefloor oriented. Sono sempre stato appassionato di jazz e avrei sempre voluto dedicarmi con più attenzione a questo genere, quindi negli ultimi cinque anni mi sono concentrato in questa direzione, cercando artisti e talenti da far entrare nella famiglia Axis e attorno a cui costruire progetti che permettessero loro di esprimersi al meglio. Ora siamo pronti ad iniziare questa nuova fase e nel 2021 inizieremo anche a lavorare sulla musica classica con maggior concentrazione.

Torniamo al 1991, quando hai creato Axis Records come piattaforma per esplorare la musica techno e le sue varie declinazioni. Rispetto a quel periodo quali sono stati i più evidenti cambiamenti per la scena?
Indubbiamente il modo in cui la musica stessa viene concepita e creata. Credo che quando i produttori non possano toccare con mano gli strumenti con cui stanno componendo si perda qualcosa nel processo, e direi che lo stesso può valere per un dj. Sicuramente rapportarsi con il digitale permette una maggiore velocità ed efficienza, ma ha delle conseguenze sul risultato finale e si perde una componente umana. Questo l’ho notato quando mi sono dovuto confrontare con musicisti provenienti da altri ambiti, e mi ha colpito la perdita di spontaneità che si è verificata nel mondo della musica elettronica. Ti faccio un esempio concreto. Ho lavorato per diverso tempo assieme al leggendario Tony Allen, maestro dell’afrobeat che mi ha fatto vivere esperienze meravigliose. Per riuscire a creare una buona sintonia con lui ho dovuto modificare il mio set up per mettermi nella condizione di essere il più spontaneo possibile durante i nostri live. Ogni potenziometro e knob doveva essere utilizzato come parte di uno strumento reale ed imprevedibile. Questo mi ha fatto capire molto su come alcune scelte incidano sul suono che propongo e su come questo viene realizzato.

 

La prima release della “nuova era” di Axis Records è ‘The Crystal City Is Alive’. Sappiamo che ponderi molto queste scelte, quindi come mai hai voluto iniziare questo percorso proprio con questo lavoro?
Ho deciso di iniziare in questo modo perché sento che in questo lavoro c’è lo spirito della Detroit techno a livello concettuale. Non si tratta di semplici remix o apparizioni di nomi blasonati. È un progetto concepito da persone che hanno radici comuni e storie analoghe. Il nostro obiettivo era quello di dimostrare che i numeri, intesi come pluralità e unione, generano forza e potere creativo. Abbiamo discusso molto sul come rendere questo messaggio il più universale possibile affinché potesse essere utile anche alle generazioni successive alla nostra ed è da qui che nasce l’appellativo ‘The Beneficiaries’. ‘The Crystal City Is Alive’ è un riferimento ai nostri sensi e alla nostra creatività. Per quanto la vita possa essere difficile e complessa troviamo la nostra libertà all’interno del processo creativo.

Un piccolo spoiler per i nostri lettori è relativo alla prossima release di Axis Records che sarà prodotta da Byron The Aquarius. Cosa ci puoi anticipare al riguardo?
Con grande onestà ti devo dire che ho ascoltato e seguito Byron per diverso tempo prima di chiedergli se volesse collaborare con me. È un grande talento e ho capito che incarna un equilibrio unico nel rapporto tra musica jazz e dance. A questo si aggiunge la capacità di fondere questi generi senza dover scadere in facili compromessi. La cosa più incredibile è che deve ancora entrare in uno studio grande e completo e quindi ha ancora molto potenziale da sviluppare ed esprimere. Per questo motivo come Axis Records abbiamo deciso di offrirgli la possibilità di essere affiancato da musicisti live per produrre il suo album ad Atlanta e finalizzare il lavoro nel corso degli ultimi mesi. È un album di cui sono molto orgoglioso perché credo vada proprio nella direzione che volevamo intraprendere in questo nuovo corso.

Cambiando radicalmente argomento, ci troviamo ad analizzare un anno fino ad ora drammatico sotto diversi aspetti. La pandemia globale ha cambiato il nostro stile di vita e ha colpito duramente i club di tutto il mondo. Credi che questo comporterà dei cambiamenti a livello globale per la scena e per le vite degli artisti?
Questa pandemia servirà a capire quanto è forte e vulnerabile il mondo della musica elettronica. Chi leggerà questa intervista potrà credere che tutto ciò che è stato creato in questa industria non potrà semplicemente scomparire. Ho visto generi musicali perdere mordente ed estinguersi per questioni molto meno serie rispetto alla sicurezza sanitaria pubblica. Per superare questa crisi sarà necessaria l’unione non solo degli addetti ai lavori ma anche delle persone che ne fruiscono, con una ferrea volontà di combattere per avere ancora una nightlife, con modelli sostenibili e sicuri per tutti. Questo virus o altri in futuro potrebbero diventare un fattore con cui bisogna imparare a convivere. Ci tengo quindi a sottolineare ancora una volta che la scena a livello globale potrebbe scomparire dalla società, ma solo se noi lasciamo che ciò accada. Nessun continente o nazione è al sicuro in un mondo così interconnesso ed interdipendente. È fondamentale adottare un atteggiamento di prevenzione, con o senza un vaccino. Forse sarebbe sintomo di buonsenso pensare alla musica elettronica in altri modi o maniere, poiché potremmo essere costretti a non poterla più vivere come abbiamo fatto sino ad oggi. Ci sono molte domande ed incertezze e qui si ritorna al tema dell’importanza dell’ascolto come esercizio centrale della musica stessa. Io, e credo anche voi, voglio salvare questa forma d’arte perché è la mia vita. Lo dico da cittadino americano in un ambiente sociopolitico dove i termini “guerra culturale” e “motivazioni religiose” vengono utilizzati per discutere se sia giusto o meno indossare una mascherina e rispettare le misure di distanziamento. Dovremo affrontare ancora molte avversità prima che le cose vadano meglio.

 

“Una volta sono stato costretto ad abbandonare un negozio di dischi perché stavo mettendo a disagio i clienti bianchi. Quando ho fatto vedere al negoziante che sulla cover del vinile c’era la mia faccia mi è stato risposto: “Non mi interessa, vattene”.

 

Un altro drammatico avvenimento è stato quello della tragica morte di George Floyd. Una vicenda che ha rimarcato l’esistenza del razzismo in un mondo che si dice globalizzato ed evoluto. Se, come hai detto in precedenza, dobbiamo ripensare il mondo della musica elettronica, come possiamo farlo in una chiave che ci permetta di combattere il razzismo e generare maggiore consapevolezza?
La prima cosa da fare è compiere un’autocritica sugli elementi di razzismo che possono essere presenti anche in questo ambiente. Questa industria non è immune a ciò che accade nel mondo e non bastano un’atmosfera libertina, la musica alta e un paio di strobo per garantire di aver trasmesso dei valori. Da troppo tempo non pensiamo al pubblico, a come questo collettivamente vive e in cosa crede. Ho sperimentato incidenti razzisti sin dai primi giorni della mia carriera ed è qualcosa che non si è mai completamente arrestato sino ad oggi. Mi è successo di essere perquisito prima di entrare in qualche area turistica a Roma o di trovarmi in un bar senza essere servito. Sono stato chiamato “negro” da persone fuori e dentro l’industria della musica elettronica. Una volta sono stato costretto ad abbandonare un negozio di dischi perché stavo mettendo a disagio i clienti bianchi. Quando ho fatto vedere al negoziante che sulla cover del vinile c’era la mia faccia mi è stato risposto: “Non mi interessa, vattene”. Non sono stato fatto entrare in molti club, anche negli anni successivi al mio riconoscimento come dj internazionale, fino al punto che ho deciso di frequentarli solo quando sono invitato a suonare. Ciò che sta accadendo attualmente negli Stati Uniti non è nulla di nuovo. È un problema con cui questa nazione si confronta sin dalla sua nascita e che per qualche tempo si è semplicemente sopito per poi scatenarsi nuovamente. È come se la schiavitù fosse una forma mentis connaturata nella mentalità capitalistica americana. Da un lato ti mostra quanto è bella e forte questa nazione, dall’altro nasconde la manovalanza che ha costruito in silenzio e nel sopruso quella bella facciata. Fino a quando non ci renderemo conto che l’America può essere grande solo quando tratterà tutti i suoi figli equamente le cose potranno solo peggiorare di generazione in generazione. Dobbiamo smettere di fingere che il mondo della musica elettronica sia completamente distaccato da ciò che accade nel mondo. Essere giovani ed avere meno preoccupazioni non implica l’essere disconnessi dalla realtà. La musica è sempre stata strettamente collegata alla vita di una società e alla condizione della sua gente. Se chi ne fruisce non se ne rende conto forse si trova nel posto sbagliato. Non dico questo perché sono un vecchio rancoroso dj del passato, bensì per evidenziare a voce alta che ci sono delle cose che non funzionano e che devono essere cambiate. Possiamo farlo ma dobbiamo anche volerlo. Queste sono cose che ho sperimentato sulla mia pelle, non cose che ho letto su Google o trovato su qualche applicazione per smartphone. Essere davvero progressisti significa essere liberi di esprimere chi si è, non conformarsi alle fantasie altrui, che al contrario vuol dire far parte di un culto. Ciò che è accaduto a George Floyd non è nulla di nuovo in questa nazione, credetemi o no, ci sono tristemente abituato. I miei genitori, i miei parenti, i miei affetti sono abituati a tutto questo, ma ciò non lo rende meno doloroso ed ogni volta che sentiamo di eventi di questo tipo perdiamo una piccola parte della nostra anima. Provate ad immaginare 400 anni vissuti così, in cui ti privano di te stesso, un pezzo alla volta e forse capirete cosa può succedere nella testa di qualcuno che vede una persona linciata o soffocata da un agente di polizia.

 

“Un mixato online va bene, ma onestamente ne abbiamo visti a dozzine e uno stream che mostra un dj che mette dischi oramai è solo un altro mezzo per vendere un personaggio, spesso programmato a tavolino. Questo vuol dire fingere.”

 

Hai descritto il quadro di un momento storico molto complesso dove non sappiamo con certezza se e quando torneremo ad una vita normale. Qual è il tuo desiderio ed il tuo consiglio per tutte le persone che sono coinvolte nel mondo della musica elettronica?
Come ti ho detto prima, non siamo in grado di capire quando e se tutto tornerà come prima. Non solo nell’industria che ci riguarda da vicino, ma soprattutto per il pubblico e le persone che frequentano i club. Gli artisti ed i dj dovrebbero esplorare territori nuovi ed inediti. Un mixato online va bene, ma onestamente ne abbiamo visti a dozzine e uno stream che mostra un dj che mette dischi ormai è solo un altro mezzo per vendere un personaggio, spesso programmato a tavolino. Questo vuol dire fingere. Il mio consiglio è quello di provare a osare tentando di fare qualcosa di speciale, diverso e importante. Basta mettere sul piedistallo persone che sanno fare una cosa che ormai potrebbe fare chiunque. In che modo questo potrebbe aiutare una forma d’espressione artistica? Perché qualcuno dovrebbe guardare la musica elettronica come qualcosa di speciale se non siamo noi i primi a riconoscerla come tale? Ci saranno persone che crederanno che io dica tutto questo perché sono frustrato o arrabbiato, è un meccanismo di difesa molto diffuso e semplice. Se davvero fossi sempre in competizione con qualcosa o con qualcuno avrei un problema, ma ti garantisco che sono molto distante da questa posizione. So che la musica rende liberi e sono felice di comporla e di dedicarmi agli argomenti e alle materie che amo. Suonare una nota è come accendere una luce nell’oscurità e questo processo ha davvero poco a che fare con ciò che pensa la gente. E’ solo sentirsi liberi.

 

 

Articolo PrecedenteArticolo Successivo

ISCRIVITI ALLA NOSTRA MAILING LIST

Scoprirai in anteprima le promozioni riservate agli iscritti e potrai cancellarti in qualunque momento senza spese.




In mancanza del consenso, la richiesta di contatto non potrà essere erogata.