• GIOVEDì 26 MAGGIO 2022
Interviste

Jolly Mare presenta il nuovo album a DJ MAG Italia (e live a Roma per Manifesto)

Il festival di musica elettronica e sperimentazioni artistiche torna nella Capitale il 26 e 27 novembre, e tra i protagonisti c'è l'artista pugliese, che abbiamo intervistato
 
Foto: Calypso Frizz
 
Torna a Roma Manifesto, festival dedicato alla musica elettronica, alla sperimentazione e alle arti visive, venerdì 26 e sabato 27 novembre al Monk di Roma.
Due serate imperdibili che vedranno protagonisti alcuni degli artisti più interessanti rappresentativi della scena elettronica italiana: dall’elegante performance AV dell’iconico duo Imaginaria e Alessandro Adriani a quella ammaliante e sorprendente della sensation italo-persiana Nava, dal live del caleidoscopico cultore del suono Go Dugong a quello contemporaneo e travolgente di Whitemary, passando per i dj set di due dei producer italiani più acclamati all’estero come Jolly Mare e Populous.
Manifesto fa il suo atteso ritorno nella Capitale in una forma più ridotta rispetto alle precedenti edizioni ma ugualmente capace di dare voce a progetti capaci di portare alla luce un mondo sonoro sfaccettato e originale, dei quali è orgoglioso di promuovere la ripartenza dal vivo. Abbattendo barriere geografiche e di genere, il festival spazia come sempre tra proposte eterogenee legate dal suono elettronico, connettendo presente e futuro, radici e prospettive.
La data romana è anche un’ottima scusa per invitare uno dei protagonisti del festival, Jolly Mare, a raccontarci il nuovissimo album ‘Epsilon’, disco dalle numerose contaminazioni e che segna un nuovo, intrigante capitolo nella discografia di uno dei producer italiani più originali dell’ultimo decennio.
 
 
È trascorsa qualche settimana dall’uscita del tuo ultimo lavoro ‘Epsilon’. Un album con diverse influenze e declinazioni che tuttavia risulta estremamente organico nel suo insieme. Come hai sviluppato l’idea iniziale e come sei riuscito a trovare un collante a tutte queste contaminazioni?
Registrare ‘Epsilon’ è stato come raccontare un sogno lucido, quel momento in cui prima di addormentarti vedi scorrere nella mente scene surreali che inspiegabilmente si collegano tra loro. Anziché cercare una coerenza impossibile ho lasciato che le idee arrivassero in modo spontaneo facendomi guidare dal gusto, registrando tanti esperimenti fino a trovare naturalmente la direzione. Quando l’ho scritto vivevo al mare sulla costa adriatica, a metà strada tra quello che resta delle antiche fabbriche di strumenti musicali delle Marche ed i club della riviera e del nordest dove negli anni ’80 nasceva il suono afrocosmico. Ho passato molto tempo tra mercati dell’usato alla ricerca di strumenti, lunghe passeggiate in spiaggia e giornate in studio insieme agli amici musicisti che sono passati a trovarmi. Non sarebbe stato lo stesso senza l’oud e le chitarre di Francesco Neglia, i sintetizzatori suonati da Paco Carrieri, i colori percussivi di Niklas Wandt, le linee al basso di Andrea ed Alberto Brutti.

Quanto c’è del tuo lato di polistrumentista in questo lavoro, e quanto del tuo essere dj?
Penso e spero che ci siano entrambi, uno a servizio dell’altro, con il primo in questo caso in vantaggio sul secondo. Saper suonare mi é utile ad essere più indipendente nel processo creativo, essere dj mi aiuta nelle questioni più tecniche, durante il mixaggio ad esempio per decidere se dare un taglio più netto o morbido alle dinamiche dei brani ed alle timbriche in funzione della resa sonora su grossi impianti audio. 

Sei sempre stato un artista attento alla riscoperta e alle fascinazioni del passato del nostro paese. Come vivi un momento in cui questo trend sembra aver assunto delle tinte cool, o comunque mosse anche dal concetto di hype?
Il mio interesse verso la musica italiana del passato è sempre stato sincero e manifestato già in tempi non sospetti. Ora la partecipazione all’argomento è più ampia e condivisa, questo è positivo perché c’è molto da imparare da chi ci ha preceduto, a patto che la nostra tradizione musicale e gli aspetti che più l’hanno contraddistinta siano un punto di partenza e non di arrivo. Ricalcare il passato senza inventiva non ha senso. Cominciare da lì per fare altro, andare in profondità, sorprendere chi ascolta con idee coraggiose, mischiare le carte, questo per me ha significato.

 

All’interno dell’album c’è un brano intitolato ‘L’Età dell’Oro’. Secondo Jolly Mare qual è la Golden Age? Il glorioso passato, il frammentato presente o l’imprevedibile futuro?
Il presente è la migliore delle possibilità, sul futuro non so che dire. L’età dell’oro del brano è un luogo mentale del passato tra l’infanzia e la prima adolescenza, di cui ricordo le atmosfere e la spensieratezza. 

Qual è la tua opinione riguardo la commistione tra cantautorato e musica elettronica nella scena contemporanea?
Le commistioni sono fondamentali, sempre ben accette a parte quella tra l’electro e lo swing. Al contrario di quello che succedeva negli anni ’70, quando l’elettronica non era alla portata di tutti ed utilizzarla dava un tocco di originalità, il modo contemporaneo di produrre e non penso solo al cantautorato spesso confida troppo in quest’ultima, col rischio di portare ad un appiattimento. Un utilizzo parsimonioso ed ingegnoso secondo me è la soluzione migliore.

La tua performance a Manifesto è molto vicina. Cos’hai preparato per questa occasione?
Come al solito ho riempito la borsa con quello che mi ispira e quando sono sul posto decido cosa fare. A Roma porto un po’ di musica che ho scoperto di recente, alcuni estratti del disco, degli inediti ed una serie di variazioni sul tema: folk, sperimentazioni elettroniche, stranezze italiane ed altro.

Il progetto Jolly Mare assume una profondità sempre più articolata ed allo stesso tempo mostra sempre più sfaccettature, rendendo il tuo percorso una carriera inedita ad ogni tua release. Cosa ci riserva il tuo futuro artistico?
Devo fare così perché altrimenti mi annoio, in ogni disco cerco di mettere qualcosa in più rispetto al precedente, qualcosa che arrivi delle esperienze personali senza provare timore di esternarle, qualità audio al massimo delle mie possibilità, suoni che rendano piacevole l’ascolto a me prima di tutto, senza dimenticare quello che di buono ho fatto prima. Mi interessa essere soddisfatto del risultato e continuare ad esserlo anche dopo diverso tempo, così come stare bene mentre registro. Tra le novità di ‘Epsilon’ c’è il fatto di aver cantato su due brani, è stata un’esperienza liberatoria che ho voglia ripetere ed approfondire. 

 

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