Domenica 15 Dicembre 2019
Interviste

Joris Voorn: “la gente consuma la musica come fossero in hangover a un fast food”

Abbiamo intervistato Joris Voorn in occasione dell'uscita del suo nuovo album per parlare di musica di ieri, di oggi e di domani

Foto: Jos Kottmann

Venerdì scorso è uscito ‘////’ (Four), il quarto studio album del produttore olandese Joris Voorn. Nel quarto capitolo di questo prolificissimo artista – attivo ormai da oltre vent’anni – c’è un po’ di tutto: electronica, breakbeat, techno. Tutto sotto il segno di una melodia ben definita, che è ormai una delle firme caratteristiche di Voorn, e soprattutto delle influenze anni ’90, costante invece di gran parte delle produzioni principali della scena techno degli ultimi tempi. Gli anni ’90 sono ovunque, più forti che mai. È un bene? È un male? Ce lo siamo già chiesto. ‘Four’ comprende alcune collaborazioni interessanti, tra cui quella con gli Underworld in ‘Too Little Too Late’ e con il pianista olandese Michiel Borstlap in ‘Blanky’. Abbiamo parlato anche di questo, nella nostra veloce chiacchierata.

Come nasce l’idea di ‘Four’?

‘Four’ raccoglie in un unico album tutti i lavori su cui ho messo le mani negli ultimi dodici mesi. È ricco di richiami alla musica che più ha influenzato la mia crescita nella metà degli anni ’90. Ho sempre pensato che quel che è accaduto in quegli anni ha posto le basi fondamentali della scena di oggi.

In ‘Four’ è evidente l’influenza dei tuoi studi classici. Devi aver tenuto molto alla collaborazione con il pianista olandese Michiel Borstlap. 

Sono cresciuto da figlio di un compositore di musica classica. ‘Blanky’ è infatti costruita intorno a un giro di pianoforte e quando ho ascoltato il lavoro completo ho pensato a Michiel Borstlap, il mio pianista olandese preferito, di aggiungere qualche accordo in più nel break, e devo dire che il risultato è stato perfetto.

Come hai conosciuto gli Underworld?

Ci siamo incontrati nel 2017 durante l’Amsterdam Dance Event. Ero molto emozionato perchè sono un loro fan da sempre! Abbiamo chiacchierato un’ora, poi ho pensato di girargli un brano per il quale sognavo di avere la voce di Karl Hyde. Qualche mese dopo mi hanno risposto direttamente con il cantato, ed era molto meglio di quanto avrei mai immaginato, al punto di convincermi a stravolgere del tutto la struttura che inizialmente avevo dato al pezzo per concentrare l’attenzione sulla voce di Karl. 

  

Qualche anno fa ti sei laureato in architettura, e hai anche lavorato come architetto per un po’. Poi ti sei concentrato sulla musica. Quanto è importante avere un “piano B” nella vita, per raggiungere i propri obiettivi? 

Secondo me è fondamentale avere un piano B che subentri se il piano A non funziona, così come è fondamentale avere diversi hobby, passioni da coltivare, per potersi scrollare le pressioni di dosso e fare solo ciò che ci piace. Se il piano A fallisce, il piano B sarà comunque qualcosa di cui sei appassionato, e non un triste “ripiego”. Personalmente credo di avere tanti interessi, è raro che mi annoi. 

Ha ancora senso parlare di generi musicali, nel 2019?

Non ci faccio più tanto caso, sicuramente non ci penso quando sono in studio. Come musicisti siamo in continuazione associati ad un determinato genere musicale che inevitabilmente ci definisce. Non è un segreto ed è la base del booking. Ritengo che ciò che si produce non debba essere una scelta, ma un percorso naturale che segue ciò che amiamo. Se la musica che produco volete chiamarla electronica, melodic house o techno, a me cambia poco. 

La scena techno è quella più incentrata sul do it yourself, e la mia impressione è che in futuro sarà sempre più così. 

I nuovi big della techno suonano techno molto veloce, un genere che andava molto anni fa e che sta tornando in voga, un po’ come accade nel mondo della moda, dove si ripesca in vecchi archivi. Questo trend di guardare a ciò che andava 10-20 anni fa non sarà particolarmente durevole e secondo me verrà presto sostituito da altro. In questa scena così mutevole, credo anch’io che la techno rimarrà quanto di più do it yourself in circolazione.

E come può allora, un giovane produttore, trovare ispirazione per la propria identità? 

Dev’essere frustrante cercare di emergere in questo contesto così instabile. C’è tanta pressione sui giovani, ma è anche vero che la strada per i riflettori è più breve. Oggi se sei individuato dalle persone giuste e hai una buona comunicazione sei già un passo avanti, ma non è detto che se hai successo un anno lo avrai anche l’anno dopo, come invece era più scontato che fosse 10 o 15 anni fa. La gente consuma la nostra musica come fossero in hangover a un fast food. 

Come hai mantenuto il tuo equilibrio mentale?

Alternando la vita in tour a quella in famiglia. Sono molto felice dell’equilibrio che sono riuscito a trovare, mi sento a posto. Riesco a produrre a mente serena e allo stesso tempo ad essere un buon padre, e un buon amico. In questo consiste la “salute mentale”, di cui ultimamente si parla spesso. Credo ormai siano cosa nota le insidie della vita da dj in tour ed è un bene che si tenga aperto il discorso. Nel frattempo, noi dobbiamo avere cura di noi stessi e di chi ci circonda. 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Penna di DJ Mag dal 2013, redattore e social media strategist di m2o dal 2019.

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