Giovedì 22 Agosto 2019
Interviste

Justice scatenati sul nuovo album, sui concerti, sui social

Una lunga e approfondita intervista con il duo francese che ci parla del nuovo album live, del prossimo tour, dei rapporti con i social e del mondo della musica nel 2018

I Justice tornano dopo l’ultimo album ‘Woman’ (novembre 2016) e dopo un anno, il 2017, che li ha visti protagonisti con un tour che aveva il sapore di qualcosa di grande, di classico. Xavier de Rosnay e Gaspard Augé sono l’unico act sopravvissuto alla straordinaria stagione electro che sconvolse il mondo nel decennio scorso, con quel fil rouge che dall’Italia passò per Parigi, Inghilterra e West Coast americana, approdando poi a Los Angeles. Di quel grandissimo e coloratissimo movimento sono rimasti attivi in pochi, soltanto Justice e The Bloody Beetroots hanno mantenuto le promesse che sembravano aprire scenari rivoluzionari a quel tempo. E in entrambi i casi siamo di fronte a rockstar che hanno iniziato dalla console per arrivare al palco, alla band, al rock’n’roll, inteso come attitudine più che come genere musicale. Il nuovo disco dei Justice ‘Woman World Wide’ è un live, ma non è un live. C’è voglia di giocare fin dal titolo, che sembra richiamare il World Wide Web indicando l’universalità di un tour che ha toccato tutto il mondo. Al telefono con Gaspard scopro tutte le particolarità di questo disco, un’operazione inedita e molto gustosa, e si finisce a parlare di temi interessanti senza troppi filtri, dal lato oscuro dei social e del loro utilizzo fino alla vita da star e al futuro del gruppo. In attesa di vederli nuovamente dal vivo in Italia, il prossimo 17 luglio a Milano, eccezionalmente insieme a un’altra band clamorosa, gli MGMT, al Milano Summer Festival, Ippodromo SNAI San Siro.


Gaspard, sono molto incuriosito dall’operazione di questo nuovo album ‘Woman World Wide’: un live ri-registrato in studio. Come vi è venuto in mente di pubblicare un disco di questo tipo? 

Per noi era diventato routine pubblicare un live, l’abbiamo fatto con ‘A Cross The Universe’ e ‘Access All Arenas’ e ci è sempre piaciuto il fatto che si sentisse anche la “sporcizia” del club, del pubblico, il suono imperfetto del live e tutte quelle caratteristiche di ripresa e registrazione che rendono il disco dal vivo tale. Però questa volta volevamo tentare qualcosa di diverso, perciò, visto che eravamo molto soddisfatti degli arrangiamenti dei brani di questo tour, abbiamo pensato di riprodurre in studio le versioni portate in giro dal vivo, quindi dando una versione coerente e contemporanea anche ai brani più vecchi, remixati e ri-arrangiati. Abbiamo registrato due dei nostri concerti e da lì siamo partiti con il lavoro in studio.

Parlando di ri-arrangiamenti, mi piace sempre molto sentire versioni aggiornate di tracce che hanno ormai i loro anni, a maggior ragione in un genere come la dance dove tutto diventa obsoleto molto presto. Considerando che voi siete stati un’ispirazione fortissima per molti produttori fin dai tempi della vostra comparsa sulla scena, ci sono al contrario delle influenze particolari in ciò che ascoltate oggi che si possono notare nelle nuove versioni dei vostri pezzi?
Le nostre influenze sono più o meno sempre le stesse: i classici del rock come i T-Rex e le band che hanno osato nel mischiare i linguaggi come Electric Light Orchestra o diversi progetti cosmic disco, o ancora molta musica nuova che inevitabilmente ci influenza sempre, magari lontana dal mainstream. Oggi il concetto di mainstream non ci appartiene molto, i nostri pezzi non sono considerati così radiofonici. Ci piace tantissimo questa band che si chiama King Gizzard & The Wizard Lizard, sono di Melbourne in Australia, se non sbaglio… amo il fatto che abbiano pubblicato cinque album solo nel 2017. Cinque! Loro lavorano in modo istintivo, sono velocissimi, l’esatto opposto di noi che buttiamo fuori un disco ogni quattro o cinque anni. Bravissimi.

 

Visto che hai citato perlopiù influenze rock, permettimi una considerazione: siete partiti come dj ma fin dal primo giorno avevate in testa di diventare una rock band. Sbaglio?
No, non era così a fuoco questa idea. Di sicuro il nostro atteggiamento è sempre stato più vicino all’immaginario del rock che a quello classico dei dj, questo sì. Ma sono due cose molto diverse: un dj suona delle tracce con un set up molto semplice, e ci divertivamo molto nel farlo. Nei live c’è tutto un altro tipo di approccio, gli strumenti, la preparazione del concerto, le prove, un set up complesso.

Il live che avete portato in giro l’anno scorso è secondo me il più completo e compiuto che vi ho visto fare negli anni, aveva la statura del classico e ha fatto cantare e ballare due generazioni di clubbers: chi c’era dieci anni fa lo viveva come un “ritorno a casa”, i giovani come qualcosa di mitico. Cosa dobbiamo aspettarci dal tour di quest’anno?
In tour cerchiamo di cambiare tracklist di volta in volta, di non ripetere ogni sera lo stesso show dall’inizio alla fine. Anche a seconda del territorio e della venue dove siamo, si percepiscono delle reazioni e un’energia molto differenti tra loro e questo influenza l’ordine dei brani che vogliamo suonare. Considera poi che non usiamo timecode o altri sistemi che sincronizzano le tracce, nemmeno per i video o le luci; è tutto live e quindi si crea una simbiosi con il pubblico, un feeling unico nella serata.   

La vostra storia dura ormai da oltre dieci anni. Come si resta insieme così a lungo?
Eh… non è sempre facile, ci sono alti e bassi, è umano. Ma siamo sempre molto felici e onorati di poter chiamare lavoro il fatto di andare in studio, scrivere, produrre, registrare dischi. Siamo come una coppia, a volte serve allontanarsi un po’, prendersi una pausa per scoprire che il rapporto è più forte e consolidato di prima. 


Quando avete iniziato, il web offriva possibilità inedite come MySpace, e direi che le avete sfruttate benissimo. Oggi invece come vivete i social, come li utilizzate, come affrontate il fatto di essere dei musicisti di successo nel 2018, con tutto quello che comporta questa affermazione?

Il fatto è questo: MySpace ci ha aiutati molto all’inizio, soprattutto per suonare al di fuori della Francia e costruirci una reputazione internazionale. Era una comunità relativamente ristretta di musicisti, dj, addetti ai lavori, discografici e appassionati, e tutto girava nel verso giusto. Oggi la situazione è parecchio diversa, ci sono Facebook e Instagram che sono dei giganti capaci di coinvolgere miliardi di persone. A dire il vero noi su questi social non siamo così grandi a livello di numeri, anche perché non amiamo quel tipo di interazione: non ci piace fare pubblicità a noi stessi mostrando cosa mangiamo a colazione o mettendo in scena tutto ciò che facciamo durante la giornata. Utilizziamo i social network per comunicare cosa stiamo facendo in studio, dove saremo in tour, quali saranno le nostre uscite discografiche. Quindi per noi oggi essere musicisti significa vivere il nostro lavoro in questo modo e rispettare la nostra vita privata quando vogliamo stare lontano dai riflettori.

Beh, hai detto praticamente tutto quello che si può dire sul “lato oscuro”, o meglio sul “lato vacuo” dei social: oggi siamo tutti malati di protagonismo, siamo schiavi di questa assurda voglia di mostrare ogni cosa, ogni lato di noi, la vanità è il vero grande problema di questa epoca, secondo me.
Sì, è così! Il web all’inizio sembrava una promessa di libertà di espressione, adesso paradossalmente tutto è auto-regolamentato in base a quello che sta bene o non sta bene fare, ai like, ai contenuti che vengono bloccati perché sicuramente qualcuno da qualche parte si offende per qualsiasi cosa facciamo o diciamo. Sembra tutto assurdo, il web è una gabbia per moltissimi aspetti e un posto selvaggio per altri.

E siamo anche schiavi dei meccanismi che i social auto-alimentano: i tipi di contenuti, gli orari di pubblicazione, la frequenza assidua con cui pubblichiamo, la paura di non avere attenzione…
Guarda, è un argomento intrigante e immenso, ci sono talemente tante cose da dire potremmo andare avanti tutto il giorno a parlare di questi problemi.

Hai ragione. Finiamola qui, non facciamo i sociologi. Chiudo con una domandona: come immagini i Justice tra dieci anni?
Questa è difficile! Vediamo… li immagino ancora a fare musica, magari non saremo più i Justice ma staremo facendo musica diversa, con dinamiche diverse, chissà.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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