Martedì 22 Ottobre 2019
Costume e Società

Keith Flint e i Prodigy hanno dato fuoco al mondo

Icona degli anni '90, il ballerino diventato cantante ha portato il rave sulle stelle e ha rivoluzionato la musica

C’è un’immagine illustrata, nella sleeve, nel libretto dell’album ‘Music For The Jilted Generation’ dei Prodigy (1994, XL Recordings), che mi sta a cuore come poche altre immagini nella vita. La vedete qui sotto. Nel disegno c’è un rave, con il soundsystem, il muro di casse, i furgoni Volkswagen da figli dei fiori, e ovviamente i ravers che ballano felici e liberi nella natura. E c’è la città, grigia, cupa, le forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa pronte a intervenire per disperdere il gioioso raduno. In un simbolismo semplice e universale, sopra la città c’è un cielo nero di smog e di fumi intossicanti, sopra e intorno ai ravers il sole e uno scenario bucolico. A dividere i due mondi, un ponte di legno e corda, di quelli da film di Indiana Jones o da vecchio West. Il leader dei ravers, al di qua del ponte, impugna un machete e sta per tagliare la fune che regge il ponte. Con l’altra mano, mostra il dito medio alla polizia e in generale al mondo grigio dall’altra parte. Credo che quell’immagine racconti gli anni ’90 più di qualunque documentario. O meglio, la prima metà degli anni ’90. O meglio ancora, la prima metà degli anni ’90 della gioventù europea. Chi è abbastanza colto in materia può capire come fosse una sorta di gesto riottoso contro il famigerato Criminal Justice and Public Order Act, la legge del Parlamento inglese che vietava i rave, diventati non solo moda ma vero costume sociale in quegli anni. Ma anche restando sulla superficie delle cose, quell’immagine ha una forza evocativa enorme. Rappresenta la libertà, la voglia di non essere omologati, grigi, di non diventare come i genitori, imbrigliati in quella società fatta a scatole. Non è un caso che di lì a poco un altro film britannico avrebbe raccontato quella stessa generazione, da un altro lato. “Scegliete la vita. Scegliete un lavoro. Scegliete una carriera. Scegliete una famiglia. Scegliete un maxi televisore del cazzo.” etc etc… (Trainspotting, Danny Boyle, 1996). È la stagione del villaggio globale, dell’interrail, della voglia di scoprire un mondo sempre più a portata di mano, la stagione della prima vera ondata di musica elettronica popolare, della Love Parade e di un futuro che sembra senza muri (d’altronde, erano caduti).

Ma a rappresentare quella generazione, che poi è la mia generazione, quella di chi oggi ha 35-40 anni, è stata – ovviamente – la musica dei Prodigy, non il disegno nel libretto di ‘Music For The Jilted Generation’. Nel 1994 i Prodigy sono già delle superstar in UK, sono costantemente primi in classifica, sono tra i pochissimi gruppi di musica elettronica a suonare come headliner nei grandi festival rock. Una band anomala, fatta da un producer, il vero playmaker del gruppo (Liam Howlett) che però se ne sta un po’ defilato, e da tre ballerini che non si capisce benissimo che ruolo abbiano, ravers con l’aria da spiantati, abiti decisamente cool, e il compito di fomentare il pubblico. La forza di quei dischi però è devastante. Perché porta i suoni e lo spirito rave – e quindi UK hardcore, breakbeat, techno, una spruzzata di jungle e di acid – a un livello più alto, senza tradirne i crismi. È roba che finisce nelle radio ma lo fa con i sample dei cartoni animati e con la cassa grossa e i tastieroni. Piace a tutti e non è paccottiglia. Eppure, il mondo si accorgerà dei Prodigy due anni dopo, grazie a un’intuizione geniale.


È la primavera del 1996 ed esce ‘Firestarter’
, nuovo singolo della band dopo due anni di pausa. Stavolta il suono, che pure è elettronico e dance come sempre, ha qualcosa di più digeribile anche per chi ama il rock, genere che in quegli anni sta vivendo i suoi ultimi veri fasti, con il grunge, il brit pop e il crossover di derivazione metal. Il pezzo è forte, ancora più forte è il video. C’è un tizio con i capelli rasati al centro, due creste ai lati, un eyeliner pesantissimo e un’aria da Satana appena vomitato dall’inferno. Quel tizio è Keith Flint, che da lì in poi non sarà più uno dei tre ballerini, quello con i capelli lunghi biondi, ma diventerà di fatto il frontman dei Prodigy, ideale nemesi sfacciata di Liam Howlett e centravanti goleador sugli assist di Maxim Reality, l’altro ballerino che diventa a sua volta vocalist. C’è anche Leeroy Thornill, nel gruppo, ma resterà per sempre un elemento di sfondo, a dirla tutta; e neppure Maxim reggerà mai il confronto con Keith. Perché lui, da quel punto in poi, sarà l’incarnazione perfetta dell’immaginario eccessivo e deflagrante dei Prodigy. È la faccia che serviva per lo shock visivo che vuole il pubblico. Lo vogliono i ragazzi, che ci vedono la trasgressione; lo è per i benpensanti, che trovano un bersaglio facile su cui puntare il mirino (capelli colorati, look esagerato, modi sbruffoni: nell’Italia tarda e lenta, ci sono arrivati oggi con Sfera Ebbasta, a puntare il mirino). Ecco l’intuizione geniale.

A questo punto, l’esplosione è universale: The Prodigy diventano la band dell’anno, dappertutto, in Europa come in America, e l’anno successivo fanno il botto, anzi il big bang, con ‘The Fat Of The Land’, bestseller planetario e album decisivo del decennio, grazie anche allo scandaloso video di ‘Smack My Bitch Up’ diretto da Jonas Akerlund. Per gli amanti della prima ora, i Prodigy finiscono qui. Per moltissimi altri, inizia un’era diversa. La band implode, sette anni di silenzio, poi il nuovo corso, gli ultimi album che sono la riproposta del loro tipico suono aggiornato e corretto, i live schiacciasassi che si ripetono con sold out oceanici ovunque. Ma non è importante, ora, parlare di questa storia, che conosciamo tutti. Il focus di questo articolo è la figura di Keith Flint. Si sprecano i paragoni tra i Prodigy e il mondo del rock. Sbagliato. I Prodigy non sono mai stati una rock band, semmai sono stati quelli che hanno spinto il rock giù dal mainstage, sono stati tra i primi ad affermare con vigore la cultura del dancefloor a livelli pop. Altro che rock. Sono stati i protagonisti di una stagione indimenticabile in cui, per la prima volta, noi amanti della musica diversa, nuova, sperimentale, fatta con le macchine e non con le chitarre, abbiamo vinto. Da discriminati a campioni. The Chemical Brothers, Fatboy Slim, Underworld, Moby, hanno abbattuto un bel po’ di barriere, e certo hanno messo le chitarre e le batterie, campionate, nei pezzi da ballare, attirando anche molti che stavano dall’altra parte della barricata.

Ma i Prodigy hanno fatto qualcosa in più. Hanno inventato una band. E Keith Flint ne è diventato la bandiera. È diventato il frontman, il portavoce del movimento, la figura in cui riconoscersi e da cui essere affascinati, perché faceva anche un po’ paura. In questo senso sicuramente è stato una rockstar, ma lo è stato da raver. Una ravestar. Il tempo ha fatto il suo corso, ma i Prodigy e Keith non sono stati dimenticati, sono diventati icone. Non sono stati il fuoco di paglia di una stagione. Hanno dato fuoco al mondo, e lo hanno fatto per quasi trent’anni. Sono stati di parola, dei firestarters. Per questo fa malissimo sapere della morte di Keith Flint. Sapere che si è tolto la vita. Proprio lui che la vita l’ha vissuta in costante accelerazione, con il turbo. Al di là della nostalgia, al di là di chi dice, scrive, pensa che gli anni ’90 sono morti ieri, la verità è che se gli anni ’90, quelli belli, quelli che hanno anticipato il futuro, non moriranno mai, sarà anche per merito dei Prodigy. Semmai, ieri è morto un pezzetto di noi. E questo è un dolore grande.

 

Articolo PrecedenteArticolo Successivo
Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA MAILING LIST

Scoprirai in anteprima le promozioni riservate agli iscritti e potrai cancellarti in qualunque momento senza spese.




In mancanza del consenso, la richiesta di contatto non potrà essere erogata.