• LUNEDì 15 AGOSTO 2022
Interviste

Il viaggio libero, infinito, elettronico e mistico di Kelly Lee Owens

Una delle figure più interessanti sullo scenario della musica elettronica contemporanea, che ci racconta il suo nuovo, sorprendente album e molto altro

Foto: T. Pakioufakis

Artista complessa, intrigante, magnetica, capacie di sperimentazioni estreme come di brani pop da ballare, Kelly Lee Owens è una delle figure più interessanti sullo scenario della musica elettronica contemporanea. Dopo il successo di ‘Inner Song’, album del 2020 che l’ha consacrata per un pubblico (ampio) di appassioanti e l’ha vista osannare dalla critica, Kelly, gallese trapiantata prima a Londra, poi giramondo tra la Norvegia, dove ha lavorato al nuovo disco, e l’Australia, dove si trova quando ci sentiamo per questa intervista, si è concessa un twist che molti avrebbero considerato folle, e che invece rientra perfettamente nella poetica di questa formidabile musicista e producer. ‘LP.8’, questo il titolo del suo nuovo disco, è esattamente anti-pop, è il suono di una ragazza che fa a pezzi ‘Inner Song’, per citare gli U2 ai tempi di ‘Achtung Baby’. Un album stratificato, rarefatto, sciamanico, mistico, industriale, noise, dolce, ipnotico, sicuramente molto coraggioso. Un’ottima occasione per scambiare una lunga chiacchiera con lei. 

 

Da dove arriva il titolo ‘LP.8’, visto che non si tratta del tuo ottavo album?
In realtà le ragioni sono tante. L’8 non è il simbolo dell’infinito anche se in qualche modo lo è, basta “girarlo”, e parlando tempo fa con una sorta di sciamano che mi ha introdotta a un percorso mistico, mi ha spiegato che il numero 8 sarebbe ricorso spesso nella mia vita. E aveva ragione, perché già nel mio primo album la tracci di chiusura si intitolava ‘8’, un 8/infinito che mi sono poi tatuata sull’avambraccio e che ricorre davvero tante volte nella mia vita. In ogni caso, quando ho iniziato a lavorare a ‘LP.8’ mi sentivo come se fossi entrata in una macchina del tempo, un tempo rallentato, ero isolata a Oslo in posti remoti dove potevo concentrarmi sulla mia musica. Ma poi ancora è tornato questo magico 8, perché il disco l’ho registrato in 8 giorni, e ancora, tutto il materiale registrato corrispondeva 80 minuti e 8 secondi. Coincidenze straordinarie.

Ascoltando l’album ho immediatamente notato un forte scarto tra il “pop” – passami il termine – di ‘Inner Song’ e il suono atmosferico, sognante, astratto di ‘LP.8’. È un cambiamento cercato, voluto, o semplicemente è successo così?
Uhm, posso dire entrambe le cose? O suona strano? Non sapevo cosa sarei andata a fare quando ho lasciato la mia casa per Oslo.

Perché hai lasciato Londra per Oslo?
Perché la cosa dove stavo era stata venduta e quelli della mia etichetta, Smalltown Supersound, mi hanno invitato a prendermi un periodo in Norvegia per scrivere del nuovo materiale. Era l’inizio della pandemia da Covid e mi sono staccata volentieri da Londra. Quello che non sapevo è che subito dopo tutti i confini sono stati chiusi e quindi mi sono trovata bloccata in Norvegia. Mi sono detta “ooook, credo che dovrò restare qui un po’ più del previsto” e allora sono proprio entrata nel mood da session di scrittura e produzione.

E lì come hai approcciato il lavoro? È stato quello il momento in cui hai cambiato la prospettiva verso il sound di ‘LP.8’?
Quando sono arrivata a Oslo mi hanno subito invitata a passare in studio. È una città molto piccola quindi in pochi minuti ero lì a prendere un caffè e a spacchettare i synth, era sera tardi. Mi sono messa a suonare il mini Moog e sei ore sono vale via come fossero sei minuti. E sono stata bene. Perciò con Lasse Marhaug, producer dell’album, ogni mattina abbiamo costruito questo rituale per cui ci prendevamo un caffè e stavamo per due ore a parlarci, a conoscerci, a esplorarci, e solo dopo questo momento di relax ci mettevamo davvero in studio, ed era magico, perché per ogni brano venivano fuori idee che erano delle vere esplorazioni, sono andata molto in profondità con la ricerca sonora, con session di puro divertimento e sperimentazione. Sapevo che sarebbe stato qualcosa di differente, che non sarebbe stato per tutti. Mi piace però constare che è molto provocatorio, stimolante per chi vuole ascoltare con una certa attenzione, ma anche molto “confortante” per le sue atmosfere.

Ed è una cosa molto coraggiosa da dire, per un artista.
Cosa?

“Non è un disco per tutti”. Specie in un’epoca in cui la regola sembra essere quella di misurare qualsiasi cosa in like e metri di valutazione di quanto si piace, non di “come” si piace, in cui anche gli artisti underground vogliono essere universali. E dirlo dopo un disco di successo come ‘Inner Song’ ha un bel peso.
Beh, grazie, davvero. Ma io credo che proprio in questo periodo storico non dobbiamo, o perlomeno parlo per me, cercare a tutti i costi un consenso in modo furbo. Ciò che è stato è stato, ciò che deve essere, sarà. ‘Inner Song’ è andato meglio del previsto per molti versi, ‘LP.8’ è la mossa meno ego-riferita che potessi fare, ma era ciò che dovevo fare ora. Il disco che sentivo di fare. E sono serena così.

 

Chi o cosa hai lasciato a Londra quando sei partita per Oslo e hai iniziato l’album, e chi, come sei ora?
Ho lasciato una parte di… di me, a Londra. Lo sapevo nel momento in cui il padrone della casa dove stavo mi ha comunicato che avrei dovuto lasciare quel posto perché l’aveva venduto. Quella casa era stata come un santuario, lì avevo composto ‘Inner Song’ ed era dove avevo vissuto tanti momenti importanti. Quando ho saputo di doverla lasciare, ho capito che stava finendo un periodo della mia vita e ne stava iniziando un altro. Non è un caso che sia coinciso con l’inizio della lavorazione di ‘LP.8’. Ci sono dei frammenti di vita passata, presente e futura in ‘LP.8’, come il piano di ‘Nana Piano’ che ho registrato lì sul mio iPhone e che poi abbiamo sistemato in studio, quindi c’è un legame tra le parti della mia vita. Ma era giunto il momento di lasciar andare quella parte, in quella casa. Ed è ciò che è stato: ho lasciato una parte di me a Londra.

La tua è una riflessione interessante, sia sul “lasciar andare” le cose della vita, gli eventi, le trasformazioni, sia sul come ciò avvenga. Io credo che certi avvenimenti siano l’inizio di qualcosa che poi si sviluppa e ci porta a determinati percorsi, e che quando questi percorsi sono giunti a compimento, ecco che arriva qualcos’altro che ci fa capire come sia il momento di una nuova semina, di far partire un nuovo periodo della nostra esistenza.
Esatto, sì. Guarda quello che è successo durante la pandemia: è stato un periodo duro? Certo, durissimo, per tutti. Eppure, ci ha inevitabilmente trasformati, ci ha portato a cambiare prospettive, scelte, abitudini di vita, priorità. Sicuramente per molti è stato un momento di svolta importante. È stato un momento in cui abbiamo potuto permetterci di fermarci e riflettere su noi stessi: cosa vogliamo davvero? Cosa siamo diventati? Cosa saremo? Incredibilmente, molte persone mi hanno scritto in quel periodo per dirmi che ‘Wake Up’, l’ultima traccia di ‘Inner Song’, era come se parlasse loro proprio di quello.

Il successo di ‘Inner Song’ è stato ampio, trasversale, ti ha messa su una mappa di un certo tipo. Come l’hai vissuto e cosa ti ha insegnato?
Mi ha reso molto più cosciente e consapevole, ma non delle mie potenzialità e di come si può fare una hit, piuttosto di come la musica mi può rapportare alle persone. Anche la musica da club, da ballare, può essere portatrice di un certo tipo di emozioni. Sembra un ossimoro dire “piangere in discoteca” ma invece mi è successo spesso di vedere persone in lacrime ai miei show nei club e questo mi ha riempito di gioia perché era liberatorio, ero un tramite per fare in modo che le emozioni intense e profonde delle persone emergessero, e tutto questo mi ha dato una spinta emotiva forte.

A proposito di ‘Inner Song’, quel disco si apre con una cover dei Radiohead, un brano molto iterativo che si chiama ‘Arpeggi’, mentre ‘LP.8’ si apre con ‘Release’ che è invece qualcosa a metà tra un mantra e una macchina industriale che ripete, ritmica, lo stesso rumore per tutta la durata del pezzo. Mi sono sembrate due dichiarazioni d’intenti: la prima di un disco sì artistico, sì ricercato, sì avanguardista, ma composto di canzoni, fruibile, pop, a suo modo. Questa volta, di un album invece totalmente fuori dalle rotte del consueto, libero, pronto ad essere ascoltato senza voglia di blandire l’ascoltatore in alcun modo. Sono differenze che noti anche tu o è una mia interpretazione folle e sbagliata?
No, è giusto, la mia idea è che i dischi, una volta pubblicati, siano anche del pubblico, ciascuno li sente e interpreta come vuole. ‘Release’ ha degli elementi molto industriali ma è anche un mantra, sì, è sciamanica anche nella sua percussione così digitale. Non è nulla di nuovo, non invento nulla, è solo un invito che porgo a chi mi ascolta ma anche a me stessa. Dico: “release”, liberati, muoviti, balla, rilassati, “rilascia” il tuo corpo e le tue energie.

Mi ha ricordato il ‘Donna Chant’ di Kanye West.
Verissimo! C’è lo stesso spirito, anche religioso se vuoi.

Foto: Josie Hall

Lasse Marhaug e la Norvegia: quali sono state l’importanza e l’impatto di questo produttore e di questo luogo per l’album?
Sono stati notevoli, direi imprescindibili. L’aspetto divertente è l’associazione che le persone creano tra l’idea di un produttore “noise” e la ruvidità, la spigolosità del personaggio. Invece Lasse è una persona di una dolcezza rara e non ho mai lavorato così bene con nessun altro, senza MIDI, senza paletti, senza tracciati prestabiliti, ed eravamo molto affascinati l’una dall’altro, si è creata una splendida complicità spinta dalla voglia di osare da parte di entrambi. E sono tornata ad essere innamorata della musica come suono, puro suono. La Norvegia ha contribuito, come dicevamo prima, con i suoi ritmi e i suoi tempi, molto diversi a quelli a cui ero abituata.

Nel comunicato stampa ho letto un dettaglio curioso: i Throbbing Gristle ed Enya come reference della tua crescita musicale in che modo e perché due nomi così distanti, almeno apparentemente?
Penso che per me Enya per me sia molto più di un’influenza, è qualcosa che fa parte del mio imprinting, nel suo essere così celtica, ancestrale, così capace di essere un’idea che si espande tanto nel passato quanto nel futuro, è universale in un senso davvero raro. Ed è allo stesso tempo molto britannica, io sono gallese quindi mi ritrovo molto in questo suo modo molto particolare di rappresentare la nostra terra. I Throbbing Gristle invece per me sono una maniera completamente differente di essere ispirazione, è un insieme di elementi che trovo nella mia musica anche se è tanto diversa dalla loro.

Sei in tour: cosa dobbiamo aspettarci dal tuo live?
Non è proprio il tour di ‘LP.8’ quello che porterò in giro, anche perché ancora non ho fatto un tour con i pezzi di ‘Inner Song’. Quindi sarà un live molto intenso e denso, in cui porterò in scena tutti i miei dischi, e anche tanto altro. È un live che sto aspettando da tantissimo tempo e che sto preparando con un’attenzione esagerata e un amore smisurato per la musica, per chi verrà a vedermi, non vedo ‘ora di essere davanti a chi verrà ai concerti.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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