Mercoledì 17 Ottobre 2018
Interviste

Kerri Chandler ci parla dell’Italia, della musica oggi e di quella volta che Carl Cox…

Un'intervista insolita e curiosa con uno dei nomi più rispettati della scena house mondiale

Kerri Chandler è un artista prezioso e straordinario. In un momento storico dove sembra che l’apparenza e le strategie siano il sale del successo, si può permettere un understatement e un’onestà intellettuale rare. Nessuna posa, nessuna sovraesposizione, nessuna concessione a tutti quei dettagli che sono, ehm, sembrano diventati obblighi contrattuali. Ironia a parte, Chanlder è un dj, un musicista e un produttore che da parecchi anni riesce a coniugare il talento nel far ballare e divertire il pubblico e quello di regalarci musica di qualità. Come dire, nessuna menata intellettualoide, nessun proclama dogmatico, ma nemmeno l’ostentazione di sè di cui oggi sono vittima in molti. Né iconoclasta né vanesio. Fedele alla NJ house delle origini, è stato capace di non fossilizzarsi su uno stile pur celebrato e riconoscibile, andando invece a portare la sua estetica a quel livello che possiamo definire “classico”. Venerdì 19 gennaio arriva a Milano per una serata ai Magazzini Generali che si preannuncia come un evento di quelli che ci ricorderemo, il buzz è molto e per entrare in clima abbiamo raggiunto Kerri per parlare del suo rapporto con l’Italia (un legame notoriamente piuttosto stretto) e del suo modo di vivere la musica e la professione del dj, che oggi come non mai si sta trasformando rapidamente.

Che cosa significa per te essere dentro la club culture da così tanto tempo? Non è così comune per un dj poter vantare un carriera lunga come la tua, soprattutto con una simile reputazione.
Io cerco semplicemente di dare il massimo e di imparare tutto ciò che posso ogni giorno. Mi sento davvero fortunato per aver fatto così tanto e per avere ancora intorno a me nella mia vita molte persone incredibili.

Suonerai a Milano il 19 gennaio. Sono venuto a sentirti diverse volte in Italia, sia in club sia in festival, e una volta addirittura in un set techno al Kappa FuturFestival di Torino, in cui ti era stato chiesto all’ultimo minuto di rimpiazzare Carl Cox, che aveva avuto un incidente in aereo. Qual è il tuo rapporto con l’Italia e che sentimenti hai verso il nostro Paese?
L’Italia è come una seconda casa, per me, dico davvero. Qui ci sono persone che conosco da molti anni e che considero la mia famiglia. È dove sono cresciuto artisticamente e dove ho scoperto che cosa è possibile fare quando si segue il proprio cuore. Posso essere me stesso in ogni cosa che faccio quando sono in Italia.

Tra l’altro, come riuscisti a mettere insieme un set techno credibile con così scarso preavviso, quella volta a Torino? E in generale quali sono i tuoi gusti musicali al di fuori di cuò che suoni nei tuoi set?
Amo la musica, indipendentemente da che tipo di musica sia e dal genere, il mio unico pensiero è se sia buona musica o brutta musica. Riguardo a quel set, come saprai ho suonato ai party di Carl a Ibiza in diverse occasioni. Gigi, il promoter, ha avuto abbastanza fiducia in me da capire che potevo essere in grado di rimpiazzare carl in un contesto così importante e in un momento così particolare. Gli sono grato per avermi dato quell’opportunità. Ma al di là di tutto, ero felice che Carl fosse sano e salvo, anche lui per me è una persona di famiglia. Quando finalmente ci siamo rivisti, mi ha raccontato dell’incidente e dei terribili momenti attraverso cui è passato, ero terrorizzato mentre ascoltavo quello che era successo.

New Jersey e New York hanno significato – e ancora significano – moltissimo nella storia della musica house. Da protagonista di questo mondo, quali credi siano le caratteristiche musicali, sociali, culturali più importanti di questa scena, quelle che l’hanno resa grande nel tempo?
All’inizio tutti stavamo tentanto di combinare qualcosa che ci piacesse e soddisfacesse musicalmente. Non era un tentativo di affermarsi in maniera modaiola o un modo per diventare famosi. Si trattava di fare del nostro meglio: il meglio che avremmo potuto suonare, creare e condividere sotto uno stesso tetto, una stessa mentalità. Semplicemente un’esperienza umana e artistica in cui c’era unità e un sentimento molto profondo verso le cose che stavamo vivendo. La musica veniva ascoltata emotivamente e qualsiasi piccola o grande cosa che poteva essere sbagliata o ingiusta nel mondo là fuori veniva sciolta dentro la musica, in quei momenti tutto sembrava scomparire e fondersi nel potere della musica, e lo stesso posso dire di tutte le persone che avevo intorno in quel momento della mia vita.

Negli anni più recenti si è parlato molto di come EDM e dintorni abbiano cambiato il modo in cui i dj si esibiscono live e il modo in cui i producer fanno i dischi. Io penso che qualcosa di simile sia successo anche nella house, è una conseguenza dei tempi in cui viviamo più che del tipo di musica: la tecnologia e i tutorial in Rete permettono a chiunque di noi di produrre una traccia decente in un tempo relativamente breve, e tutti possono permettersi un piccolo home studio e pubblicare la propria musica sul web. Naturalmente essere un bravo musicista e costruirsi una carriera vera e propria è tutta un’altra storia. Qual è il tuo punto di vista sulle trasformazioni che stiamo vivendo?
Esiste un punto in cui si tirano le somme di tutto, per me, ed è questo: puoi sentire la musica? La passione in quella musica? O è tutta una questione di numeri? Onestamente, l’ascoltatore medio non è in grado di dire se la musica è stata prodotta in un grande studio con un banco SSL, ProTools, e un nastro analogico dietro le macchine, oppure se è stata fatta con un computer e Fruity Loops o Ableton. Tutti questi fattori si sommano nel mix, il punto in cui si tirano le somme è quando il pubblico recepisce e ama ciò che hai fatto. Se sei riuscito a tradurre le tue idee con gli strumenti che hai a disposizione. Il resto sono solo chiacchiere su cui possiamo speculare all’infinito, ma la verità è semplice: se sei capace di emozionare le persone che vengono a sentirti, stai facendo la cosa giusta.

Suoni spesso le tastiere durante i tuoi set. Ciò che amo è lo spirito che hai mentre ti immergi così in profondità nella performance, perché crei uno spettacolo unico, qualcosa di molto raro in un mondo dove spesso vediamo i dj semplificarsi la vita il più possibile. Come concepisci questi tuoi live/dj set?
Ho sempre cercato di portare un elemento live quando mi era possibile, fin da quando ho cominciato a suonare come dj in giro. Ho osservato per lungo tempo ciò che faceva mio padre quando era un dj e suonava insieme ai musicisti. Aggiungevano ricchezza alle canzoni. Il segreto è non esagerare, non sovrastare una traccia quando si può semplicemente aggiungere i dettagli che ne accrescono le qualità. Ho imparato molto presto queste cose da un maestro come Jazzy Jeff. Tutto sta in ciò che aggiungi alla canzone, non a come la stravolgi o a come la porti da un’altra parte. E più ho con me un set da studio, più riesco ad aggiungere e creare ciò che voglio.

Kerri Chandler – Magazzini Generali (Milano)
19 gennaio 2018 – tutte le info QUI

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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