Sabato 24 Ottobre 2020
Storie

Vent’anni di ‘Kid A’, il disco che ha cambiato le regole del gioco. Anche nella dance

Il capolavoro dei Radiohead è uscito nell'ottobre del 2000 ma è pià che mai attuale: per la musica, per l'influenza che ha avuto, per il coraggio di rompere parecchi schemi

Il 2 ottobre (in Europa) e il 3 ottobre (negli Stati Uniti) del 2000 usciva ‘Kid A’ dei Radiohead. Un album anomalo oggi come allora, che aveva, e nel tempo ha mantenuto e accresciuto, alcuni notevoli pregi: è un album di enorme qualità; è un disco che ha scompaginato le carte tra rock, pop, elettronica; è un lavoro che già ai tempi era proiettato nel futuro, per tutto ciò che lo riguardava. Inoltre, ed è la ragione per cui ne scriviamo qui, è un disco fortemente influenzato dalla musica elettronica, e che influenzerà fortemente la musica elettronica.

Il 2000 è un anno importantissimo e florido per l’industria musicale. Le vendite dei CD sono al loro apice, dal 2001 inizierà infatti una lieve flessione che presto diventerà una caduta libera. I motivi li conosciamo: era arrivata la musica in digitale, su internet, e nel 2001 Apple lancerà l’iPod e iTunes, inventandosi un mercato nuovo e dominandolo fino all’avvento dello streaming, tempo dopo. Intanto, la musica iniziava a girare in modo massiccio attraverso i canali illegali, come i vari siti di peer-to-peer (E-mule, Torrent) o portali diventati simbolo di questa rivoluzione piratesca, come Napster. Il contesto è insomma quello di un mutamento epocale del sistema, un contesto che pochissimi all’epoca erano in grado di leggere nel modo giusto. Evidentemente, tra questi c’erano quei cinque ragazzi di Oxford che suonavano insieme da qulache anno e che avevano ottenuto un grande successo con il nome di Radiohead. Reduci dalla hit più importante della loro carriera, ‘Ok Computer’ del 1997, album da quasi 1o milioni di copie vendute che li aveva messi sull’altare del rock in un momento in cui il rock già boccheggiava, i Radiohead possono decidere di fare letteralmente ciò che vogliono. E lo fanno: presentano alla EMI (la loro etichetta) un disco completamente diverso dal precedente, spiazzando tutte le aspettative di chi li voleva come “la più grande rock band del mondo”, “gli eredi degli U2” e definizioni simili, registrando un disco che nel contenuto è jazz, è classica, è introspezione e apocalisse. E che nella forma suona lontano dalle chitarre distorte e dalle ballatone struggenti che li hanno resi famosi negli anni ’90. Adesso si parla il linguaggio delle macchine, dell’elettronica, delle drum machine, dei campionatori, dei sintetizzatori e dei computer. I Radiohead stanno iniziando una fase nuova della loro storia, che li porterà poi a trasfigurare la propria scrittura in una sublimazione unica nella storia della musica popolare occidentale. Per capire quanto in là si spinge la loro ricerca proprio dal punto di vista della scrittura e dell’arragiamento, provate ad ascoltare ‘Kid A’ e poi ‘A Moon Shaped Pool’, il loro ultimo disco ad oggi, uscito nel 2016. Trovatene i punti in comune e quelli che divergono.

 

Il fatto è che in ‘Kid A’ la band si rende conto che le cose più interessanti, a quel tempo, arrivavano dalla scena elettronica di rottura, d’avanguardia, quella dell’IDM di Warp e Rephlex, di Ninja Tune e XL (che più tardi diventerà la loro label), di Planet Mu e Planet E. Autechre, Aphex Twin, UNKLE, Carl Craig e Squarepusher sono molto più intriganti di Oasis, Travis e Stereophonics, insomma. E tutto questo incide in modo indelebile sull’approccio che i Radiohead hanno al disco e alla concezione stessa della loro musica. È un disco estremamente contemporaneo, nel modo in cui distrugge i cliché delle rock band del tempo per abbracciare i suoni che diventaranno il DNA e la grammatica del pop del futuro. E basta ascoltare qualunque hit degli ultimi anni per rendersene conto. Ma c’è di più. ‘Kid A’ non è solo influenzato dalla musica del suo tempo, ma è un caso anomalo e raro di album di matrice rock e pop – perché i Radiohead sono pop, anche se non fanno canzonette con i ritornelli killer per le radio: sono pop perché la loro musica arriva alle masse, fa numeri da stadio, ha eserciti di fan ovunque, e appartiene a cicli e distribuzione da musica popolare – che ha avuto un’inflenza enorme, ingombrante, in tantissima musica elettronica e dance. Un’onda lunga che continua tutt’oggi. Non è un caso che Thom Yorke abbia spesso lavorato con artisti di questo mondo, dagli UNKLE ai Modeselektor, da Objekt alle prime Boiler Room, quelle dall’impatto deicsamente significativo sulla percezione del clubbing. Non solo. Pensiamo a una fetta importante della musica dance degli ultimi vent’anni: Four Tet, Caribou, Floating Points, Joy Orbison, Machinedrum, Lone, Actress, Hudson Mohawke, Apparat… l’elenco può continuare a lungo. Addirituttra nel primo album di Major Lazer c’era un remix firmato Yorke (di ‘Jump Up’, pezzo lontanissimo da tutto ciò che possiamo immaginare pensando ai Radiohead, per dire). ‘Kid A’ è stato la stura, ha fatto saltare un tappo e ha abbattuto parecchi muri e barriere. Ha fatto pensare a molti che “si può fare!”, si possono mescolare linguaggi e creare una dance intellettuale ma non priva di groove, come ‘Kid A’ è un album complesso, senza singoloni, eppure pop, con inni da stadio come ‘Idioteque’ e ‘Everything In Its Right Place’ (a sua volta diventata un cult da club con numerosi remix negli anni).

 

Il discorso potrebbe esaurirsi qui, ma non sarebbe completo. Perché l’importanza capitale di ‘Kid A’ si estende in diramazioni che non sono puramente musicologiche, e abbracciano il modo in cui è cambiata l’industria musicale. Non a caso in apertura la premessa citava vendite, distribuzione e trasformazioni in atto nel sistema discografico e nel mercato. ‘Kid A’ esce senza una promozione ordinaria, senza video per la TV, senza singoli per le radio. Solo attraverso internet, con gli “iBlips”, dei mini videi distribuiti unicamente online. E con una serie di concerti in primavera e in estate in cui la band suonava in anteprima i brani dell’album. Concerti registrati dal pubblico come bootleg e messi online su Napster, illegalmente. Una pratica che però ha funzionato come megafono per il disco. Una campagna pubblicitaria a suo modo totalmente innovativa, se pensate che stiamo parlando del 2000. Infatti, l’album debutta al primo posto in molti Paesi e sfonda le classifiche. Qualcosa che non si era mai visto, ma che in prospettiva, guardando con gli occhi di oggi, era semplicemente un assaggio di futuro. Oggi il gioco singolo/album ha poco senso, il web è il motore primario di tutto il mercato discografico, e la musica si ascolta in streaming, mica si compra più. Le vecchie dinamiche, quelle in uso nel 2000, sono preistoria. Anche in questo caso, i Radiohead hanno saputo leggere tra le pieghe del sistema meglio di chiunque altro. E ancora, i dettagli e le leggende sul disco: dal “metodo dadaista” con cui sarebbero stati composti certi testi alla crisi di Thom Yorke che dopo ‘Ok Computer’ iniziava seriamente a ripensare a cosa volesse dire essere famose rockstar, alla EMI che concede la promo anomala di ‘Kid A’ in cambio di un “piano B” nel caso le cose si fossero messe male. Il “piano B” è ‘Amnesiac’ che esce otto mesi dopo. Altro successo.

Insomma, ora che vediamo ‘Kid A’ con la distanza della storia, ora che compie vent’anni, che per un disco sono tantissimi, specialmente con la velocità smodata con cui tutto si è messo a correre dal 2000 a oggi, è davvero innegabile che sia un pilastro della cultura occidentale e una fotografia incredibile che racchiude in sé il Novecento, il Duemila, e il futuro. Un futuro ancora oggi non del tutto esplorato. Ancora futuribile. Un album che ha cambiato parecchie carte in tavola e che ancora oggi racconta qualcosa di nuovo ad ogni ascolto. Come fanno i capolavori, le pietre miliari. 

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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