Venerdì 14 Agosto 2020
Interviste

Kim Kaey tra i festival e le raccomandazioni di papà

L’abbiamo incontrata a Lignano durante il Project X sempre scortata dal padre e dal fidanzato, sempre nel backstage e sempre a sorseggiare analcolici. Sarà per via della sua età che la diciottenne Kim Kaey è una delle più timide dj in circolazione (è nata ad Heerlen il 15 marzo del ’98). Olandese, amante della house e di tutte le ramificazioni del genere, la ragazza è capace di unire anche musica diversa, col fine di intrattenere al meglio il pubblico. L’abbiamo vista all’opera dal vivo e il suo suono fresco e nel contempo deciso è stato una bella sorpresa. Sarà l’esperienza accumulata dopo suonato in vari in festival (Pinkpop, Parkcity Live e Castle of Love), sarà la passione per la produzione (ha già pubblicato diverse tracce), resta il fatto che Kim mostra, tra tanta pacatezza, di avere un ambizioso obiettivo: diventare la miglior dj del mondo. L’età potrebbe darle ragione.

 

 

 

 

Sei molto giovane, Kim. Come fai a lavorare con disinvoltura in questo ambiente di vecchie volpi?

L’età secondo me non conta. Faccio le mie cose, e le faccio con il gusto di farle. Stare in consolle è la cosa che sento più naturale.

 

Quali sono i vantaggi nel lavorare in questo campo quando si è giovani?

Alcune persone non si aspettano un rendimento elevato da te, proprio perché sei giovane. Ma quando ascoltano il tuo set, restano colpiti. Si tratta di quello che mi accade ogni volta. Credo di poter crescere, di avere dei margini di miglioramento, di intraprendere una lunga e intensa carriera. Il mio obiettivo, sì, è quello di… diventare la miglior dj del mondo.

 

Sei giovane e sei una donna: trovi che certe dinamiche siano più complicate?

Il mondo dei dj è un mondo di uomini e lo sappiamo tutti. Dal canto mio devo dimostrare a me stessa ogni volta che non è così: è una sfida continua. Alcune persone pensano che una dj donna sia solo un volto carino, un fisico gradevole dietro il mixer. Non è così. Io suono. Io non sono come Paris Hilton.

 

Intanto papà ti accompagna sempre durante tutti i tuoi set?

Lui è il mio tour manager, la mia guardia del corpo: è un all-in-one. Mio padre era un dj famoso in Olanda, tanti anni fa. Mi ha insegnato tutte le competenze, come essere e diventare una dj credibile. Ascolto tutti i suoi consigli, perché lui ha molta esperienza.

 

 

 

 

Intanto si registra un divario sempre più significativo a livello generazionale, ultimamente: parecchi dj sono giovanissimi oppure piuttosto in là con l’età.

Dai dj più grandi, più anziani ed esperti, non ho che da imparare. Li seguo e uso i loro trick per fare cose buone nei miei set.

 

Scrivi, componi e produci brani inediti, remix e bootleg. Stai anche lavorando su un nuovo singolo?

Sì, sto lavorando su diversi nuovi brani al momento. Quando ci sarà un numero sufficiente di tracce inizierò a pensare a un progetto più consistente. Anche se è presto per parlare di album.

 

Dove vivi?

In Olanda, in un piccolo paesino chiamato Landgraaf.

 

Altra marcia in più in tuo possesso è il passaporto olandese, quasi una garanzia in questo settore.

Siamo in tanti, lo so. Per me le persone più influenti nel mondo della dance sono proprio i dj e produttori del mio Paese. Ma mi piacciono anche i produttori italiani, fanno cose molto interessanti: produco musica elettronica, e lo faccio con cuore, con sentimento, a avverto quando in circolazione c’è qualcosa di speciale.

 

 

 

 

Quindi ti interessi alla scena italiana?

Le vostre produzioni sono molto ballabili e orecchiabili. Qualche settimana fa, quando ho suonato al Project X, ho capito davvero quale è l’energia che la vostra nazione può trasmettere. Dell’Italia mi piace anche il clima. Ma non le zanzare.

 

La tua non è deep house tradizionale. Non sei una purista del suono.

Il mio stile di deep ha un mood molto femminile, friendly. Sono cresciuta con un’anima funky e questo lo si respira regolarmente anche nella mia musica. Mi piacciono anche artisti pop dalle caratteristiche soul come Beyoncé e Usher, insomma tutta la scena R&B americana.

 

Hai un dj preferito?

Sì, ed è Fedde Le Grand. Ma amo anche Erick E e Roog, che appartengono alla mia stessa agenzia di booking.

 

Sei molto indipendente come artista: è vero che, nonostante l’età, hai anche un’etichetta discografica?

Sì, si chiama Kaey Recordings. Ma ho firmato diversi brani anche per altre label, sparse un po’ in tutto il mondo.

 

 

 

 

Parliamo di prima volta, che non si scorda mai. Ma a livello professionale.

La mia prima esperienza in studio risale all’età di 4 anni, per alcuni jingle per dj nella radio dove lavorava mio padre. Come dj ho esordito a 10 anni a… casa mia, poi ho iniziato a suonare alle feste dall’età di 13 anni. C’è stata anche una parentesi come modella quando avevo 12 anni.  Amo ballare ma non sono una ballerina professionista, ho solo seguito alcune lezioni di hip-hop in un corso di danza anni fa. Ma non ha funzionato. Sono meglio come dj.

 

Dove suonerai quest’estate?

Il 20 agosto sarò in “doppia”: al Castle of Love di Kerkrade, in Olanda, e guest alla 24 ore che si tiene nel circuito di Zolder, in Belgio. Dopo molte date nel mio Paese sarò a Ibiza e mi preparerò per ottobre all’ADE.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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