Sabato 31 Ottobre 2020
Interviste

Il collettivo italiano KOLLECTORS al debutto discografico

Mike Dem, Davide Ferrario e VIEL aka KOLLECTORS debuttano con il loro primo EP 'Tangerine Tango'

Il groove è ipnotico. Il mood crepuscolare. L’appeal internazionale. ‘Tangerine Tango’ e  ‘Yak’ sono due tracce a cavallo tra deep e house che si fanno ascoltare senza fatica. Raffinate, e totalmente Made in Italy. Provenienza? KOLLECTORS, il neonato collettivo formato dai dj e producer Mike Dem, Davide Ferrario e VIEL, che proprio con il ‘Tangerine Tango’ EP – uscito poche settimane fa su Individual Music – fa il proprio debutto discografico.  Vista la qualità della musica e i supporti che è stata in grado di ottenere – parliamo di nomi pesanti come Marco Carola, Lane 8, Don Diablo e Anna Lunoe – abbiamo voluto conoscere meglio la storia di questo gruppo di lavoro.

 

Un collettivo rappresenta sempre qualcosa di più che la somma matematica delle singole parti. Com’è nato KOLLECTORS?
Siamo tre artisti che provengono da percorsi molto diversi tra loro, Mike e Viel sicuramente da un ambito più legato al clubbing e al deejaying mentre l’esperienza di Davide riguarda più la parte musicale ed elettronica. Ci siamo stati simpatici, siamo andati d’accordo subito e si è creato un equilibrio che poi ci ha portato a produrre questo primo EP, un pò come succede a tutti. Non è che la cosa sia stata tanto ragionata a priori. Non sapevamo nemmeno se quello che stavamo producendo sarebbe mai uscito. Le cose nascono così, con gli esperimenti.  Ci siamo divertiti, ecco tutto.

La deep house è un genere stealth: il pubblico mainstream fa spesso fatica ad individuarlo ma è presente da sempre, estremamente attivo e prolifico. Dalla seconda metà del 2017 sta vivendo un buon momento internazionale anche grazie alla spinta di label come Anjunadeep o Purified. In Italia si percepisce questo momentum?
È un termine che include un miliardo di sottogeneri, questo certamente non lo dobbiamo spiegare noi. Anjunadeep, per dire, è un’etichetta con un suono diversissimo da Defected eppure nominalmente appartengono allo stesso genere. Le classificazioni sono molto comode per chi cerca musica, ma di fatto a volte i confini sono così tanto sottili che spesso su Beatport puoi trovare, ad esempio, tracce che alle orecchie di qualcuno suonano deep ma sono classificate come progressive e viceversa. È anche una questione di percezione personale. Poi, sai, quando dici in giro che fai deep nessuno sa esattamente che cosa voglia dire. Tra l’altro, se proprio bisognasse dire la verità, nemmeno noi vorremmo dire che facciamo deep. Serve una classificazione e quindi ad un certo punto ci sta bene questa. La sensazione è che qui sia molto difficile emergere. Non c’è da stupirsi che, anche per quanto riguarda i nostri progetti solisti, la prevalenza degli ascolti e dei feedback provenga dall’estero.

 

Quindi c’è ancora il rischio di ricadere nello spiacevole stereotipo del “nemo propheta in patria”?
Gli addetti ai lavori nostrani non sembrano essere particolarmente interessati agli emergenti italiani. Sembra che tu debba uscire dalla porta, farti conoscere dall’estero e poi rientrare dalla finestra e tornare in Italia con le spalle coperte. A quel punto, forse, può succedere qualcosa. Se togliamo gli amici e i conoscenti, in effetti, è abbastanza raro ricevere feedback da artisti italiani, mentre con l’estero c’è molta più facilità, magari arrivando anche a nomi di un certo livello. Non si sa perché accada, ma di fatto è così. C’è molto individualismo, critica che risulta abbastanza comica se si pensa che il nostro progetto esce per un’etichetta che si chiama Individual Music. Ma è la solita vecchia storia, ed è anche molto banale dirlo.

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Michele Anesi
Preferisco la sostanza all'apparenza. micheleanesi@djmagitalia.com

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