Domenica 15 Settembre 2019
Costume e Società

La generazione orfana dei club

La nuova generazione di clubber nasce nel paradosso di una scena che sarà sempre meno popolata di club. Ma come siano arrivati a questo punto e di chi é la colpa, ammesso che ci sia un colpevole?

I fatti e le notizie degli ultimi tempi (molte le trovate riassunte in questo nostro articolo di qualche giorno fa) ci portano inevitabilmente a compiere un ragionamento sullo stato delle cose. Un’analisi dei fatti che ci circondano, delle regole che ordinano un sistema e delle possibili soluzioni, siano esse virtuose o meno. In un periodo positivo su alcuni versanti, ma anche profondamente negativo su altri, è utile fermarsi un’istante e capire quali e quante siano le variabili che stanno cambiando un gioco a noi molto caro, quello del sistema-clubbing.

Un altro lutto coglie il mondo dei club nella sua accezione originaria, quella in cui è presente il club come elemento centrale di fronte alla grande sfida della regolarità settimanale. Uno dei grandi mutamenti che ha colto questo settore nel corso degli ultimi anni è stato proprio la scomparsa di un modello orientato a creare una realtà stabile, capace ogni weekend di offrire i propri artisti affiancati da guest che ben si sposassero con la linea artistica intrapresa. La scomparsa sempre più diffusa di questi player ha colpito negli ultimi mesi realtà di spessore come il Cocoricò di Riccione ed ora il Dude di Milano. Quest’ultimo è stato un club chiacchierato sin dalla sua nascita e che, nella parte centrale della sua esperienza, ha rappresentato un’eccellenza a casa nostra e non solo. Non vogliamo perderci in una sorta di epitaffio al caduto. Lo spazio per compiangerlo c’è già altrove e chi doveva fare l’ultimo discorso d’addio ha parlato, chiarendo ogni dubbio su questa difficile scelta. Ma se cerchiamo di osservare la questione da una prospettiva più ampia dobbiamo inevitabilmente porci alcune domande e trovare, possibilmente in fretta, delle risposte convincenti. Per farlo partiamo evidenziando alcune delle cause principali di questo fenomeno.

 

Indubbiamente l’esplosione dei festival come “nuovo” format di cui fruire ha reso meno appetibile la possibilità di ascoltare un solo “nome di richiamo” nel corso di una serata. Un mercato sempre più esteso che ha goduto di un grande push dettato dall’esplosione della musica elettronica in ambiti più affini al pop e da sempre caratterizzati da numeri importanti. Numeri che hanno incrementato in maniera inverosimile l’offerta, scontrandosi successivamente con la domanda in una sorta di selezione naturale. Questo darwinismo ha scatenato guerre economicamente sanguinose tra le grandi e piccole produzioni in Italia e all’estero, punendo duramente chi non è stato in grado di scegliere strategie ottimali, ed impoverendo in termini di utenza club basati su un modello di business tradizionale. Ora che sono trascorsi diversi anni dall’inizio di questo fenomeno, possiamo afferamre che solo chi è stato in grado di raccontare qualcosa artisticamente, di scegliere una corretta dimensione di investimenti e di proporre un business plan efficiente è sopravvissuto. Nel frattempo sono nati i clubber delle nuove generazioni, orfani della mentalità devota ad alcuni locali di riferimento, e dunque più simili a festival goers desiderosi di avere una grande offerta concentrata in un breve lasso di tempo.

 

Offerta che serve ad appagare in buona misura un modo totalmente nuovo di fruire la musica, sviluppatosi di pari passo con la tecnologia. Una fruizione isterica, randomica e avida di contenuti da ascoltare in shuffle, come sul nostro primo compianto iPod, ricordo di infanzia e memento di quando questo cambiamento iniziò. E allora l’extended set del dj di turno, massima espressione della sua arte attraverso un racconto lungo e articolato, diventa qualcosa a cui assistere per una breve porzione del proprio tempo, prima di cambiare stage per appagare una fame insaziabile di contenuti. Questa fame tuttavia non permette, in maniera metaforica, di digerire propriamente i contenuti assorbiti, e dunque ci si trova nella triste condizione di ascoltare qualcosa senza comprenderlo né goderne appieno. Trottole in balia del vento dell’hype che vagano senza meta nella costante ricerca del fenomeno cool del momento, prontamente sostituito da uno migliore, più bravo e più bello quando il precedente ha esaurito la sua attrattiva.

 

A questo si unisce una gestione della pressione fiscale scellerata, frutto di un sistema che comporta spese folli sulla base di normative datate per un settore mai valorizzato in Italia. La naturale conseguenza è che i club, per come li abbiamo conosciuti, diventino imprese che operano sul filo del rasoio, sapendo che un paio di eventi andati male possono far affondare la barca, definitivamente. Al club non viene dunque riconosciuta nessuna dimensione sociale di aggregazione e sebbene questo sia sempre stato uno degli scopi principali di questo settore, non vi sono sconti per una valenza culturale che agli occhi del nostro Stato non esiste. Eppure le persone che popolano questo mondo, siano essi addetti ai lavori o semplici appassionati, non desistono stoicamente dai loro interessi professionali e dalla loro passione. Si cercano spazi nuovi in cui perpetrare quanto non è permesso o possibile nelle precedenti strutture, e qui giungiamo ad una nuova fase di questa trasformazione.

 

Il prodotto che era proprio del club, con tanto di resident dj, guest ed eventi a cadenza regolare, nasce in nuovi spazi. Rivendica la sua eredità culturale come missione primaria al fine di tutelarsi anche e soprattutto legalmente. Centri sociali, edifici occupati, circoli ed associazioni sono i nuovi punti di interesse. Lo sono stati in molti casi anche in passato, con alcune virtuose eccellenze che hanno sposato veramente la causa culturale e sociale di un certo tipo di musica. Ci permetterete però di dire che in alcune circostanze si è trattato unicamente di una scelta per sopravvivere economicamente, abbattendo tutta una serie di oneri francamente anacronistici, ma comunque obbligatori per un club nella sua dimensione canonica. Si innesca dunque il cortocircuito in cui nello stesso sistema convivono player che giocano la partita con regole ed obblighi diversi. Un sistema in cui presunti personaggi anti-sistemici convincono un pubblico sempre più ampio a seguirli, ma attraverso dinamiche di business e marketing che dovrebbero rifuggire ad ogni costo e che invece adottano con disarmante nonchalance. Nel frattempo i club sono costretti ad abbassare l’asticella qualitativa per fare cassetta, ma spesso è solo l’ultimo passo di una lenta e infruttuosa agonia.

“Sia chiaro, molti di questi luoghi sono nati genuinamente, con presupposti autentici che sono stati perseguiti con successo e con ferrea intransigenza, ed ancora oggi prosperano perché sono credibili e perché assolvono prima di tutto la loro funzione culturale e sociale”

Sia chiaro, molti di questi luoghi sono nati e nascono e crescono genuinamente, con presupposti autentici che sono stati perseguiti con successo e con ferrea intransigenza, ed ancora oggi prosperano perché sono credibili e perché assolvono prima di tutto la loro funzione culturale e sociale, un patrimonio che in ogni caso deve essere preservato. Ma anche in questo caso permetteteci di dire che non sono tutti e forse non sono nemmeno la maggioranza. Resta quindi al clubber, paradossalmente orfano dei club, l’ardua scelta di sposare un luogo o un altro comprendendo cosa sta andando a fare, perché la più grande minaccia di questo periodo storico, non solo in ambito musicale, è l’inconsapevolezza. Così come indubbiamente resta la colpa forse più grande, l’assenza di un legislatore che possa normare in maniera consapevole la vita dei club come attività culturale. Certo, ci sarà chi potrebbe non averne diritto, scegliendo come contenuto semplici manifestazioni di intrattenimento volte primariamente al profitto. Ma siamo sicuri che ci sarebbero tante realtà che meriterebbero un riconoscimento maggiore di natura fiscale, culturale, statutaria e non solo. Una boccata d’ossigeno che potrebbe permettere a tutti di porsi sul mercato senza condizioni di palese vantaggio o svantaggio.

 

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