Lunedì 17 Giugno 2019
Interviste, News

La Giovine Italia: Beat Machine Records

Sul numero 42 di DJ Mag, in edicola a luglio, trovate un ampio servizio sulla “Giovine Italia”, citazione mazziniana (nientemeno) per definire tutta la generazione di produttori che attraverso un suono nuovo e molto personale stanno ridefinendo la musica elettronica di questi anni ’10, facendo parlare di sè dentro e fuori i confini nazionali. Dalle numerose interviste presenti nell’articolo, abbiamo per forza di cose estrapolato solo delle parti; lo spazio sulle pagine stampate è tiranno e così abbiamo deciso di pubblicare le interviste integrali qui sul sito, una per volta. Luca Grasso, titolare di beat Machine Records, è il protagonista dell’intervista di oggi.

Beat Machine pubblica dischi che possiamo definire di “avanguardia elettronica”, utilizzando un termine vago, generalista e brutto, però abbastanza eloquente. Mi dici più precisamente su che tipo di sound è improntata l’etichetta?
Devo dire che il termine “avanguardia elettronica” può descrivere bene il sound della label, proprio nel suo essere vago. Beat Machine infatti non nasce come etichetta discografica di artisti/producer il cui obiettivo principale è quello di produrre la loro musica e quella di artisti appartenenti al medesimo circuito. Piuttosto, vuole dare voce ai vari generi e sotto-generi di musica elettronica (ma a questo punto “avanguardie” direi che ci sta perfettamente), dando di volta in volta risalto ad un sound specifico a seconda di scelte dettate in primis dal gusto personale, ma anche a seguito di valutazioni di originalità e qualità. Questa scelta inoltre è dettata dalla situazione attuale, di estrema volubilità della musica elettronica e non solo. Se internet ha cambiato il modo in cui usufruiamo della musica, ha allo stesso tempo cambiato il modo in cui gli artisti interagiscono tra loro e si influenzano a vicenda, portando spesso ad accorciare notevolmente il “ciclo di vita” di una nicchia musicale e ad una continua mutazione di essa. Basti pensare alla bass music, genere che guardiamo con molta attenzione e del quale oggi diviene impossibile tracciare i confini.

Raccontami qual è l’idea che sta alla base di Beat Machine: quando e come ti è venuto in mente di mettere in piedi la label, e dov’è la base operativa.
Beat Machine non nasce come etichetta discografica. L’idea di principio era di creare un management per artisti, perché al momento della sua ideazione (circa due anni fa) sia io che il mio socio (Alberto Campi) lavoravamo per Exprezoo Records. L’esperienza con Exprezoo ci ha fatto individuare una problematica nel lavorare con tanti artisti più o meno emergenti, i quali spesso, per mancanza di volontà o possibilità, non gestivano al meglio immagine e comunicazione (soprattutto la parte più “istituzionalizzata”, diretta ai media ed ai professionisti di settore). L’idea era quindi di colmare questa mancanza facendo un vero e proprio lavoro di supporto all’attività artistica, offrendo uno staff di persone che ne gestisse il lato più formale. A seguito della chiusura di Exprezoo Records (poco più di un anno fa), venne accantonata l’idea di sviluppare il management (anche se in parte rientra nel modo di lavorare della label) e Beat Machine divenne un’etichetta discografica. La scelta di virare su una etichetta discografica viene principalmente dalla voglia di continuare l’esperienza di Exprezoo, facendo tesoro di un’esperienza bellissima per far nascere qualcosa di nuovo ed anche più professionale. Inoltre sono sicuro che, col passare del tempo, l’etichetta discografica diventerà solo un piccolo tassello di un progetto più ampio che toccherà vari aspetti dell’ entertainment, oggi imprescindibili da una visione globale dell’industria musicale. Per quanto riguarda la sede operativa, abbiamo la nostra base a Monza, nell’ex “quartier generale” di Exprezoo Records, all’Oakwood Studio.

BM pubblica soltanto in digitale o anche su supporti fisici? Perchè questa scelta?
Fino ad oggi abbiamo cinque pubblicazioni, di cui una sola fisica (“Time-Lapse” di Lynch Kingsley uscita anche in cd). L’idea è di aumentare, con le prossime pubblicazioni, il numero di uscite su supporti fisici. Evitando la diatriba “release fisica/digitale” su cui a ragione o torto ognuno ha detto e continua a dire la sua, mi limiterò a dire che l’una non esclude l’altra (anzi, sono decisamente complementari) e che qualsiasi valutazione in merito alla scelta del supporto su cui pubblicare ha prima di tutto origine economica e poi di marketing, mentre la scelta sul tipo di supporto fisico è sicuramente più legata al tipo di sound su cui si sta lavorando. È infatti noto che il supporto fisico abbia un costo tutt’altro che basso e difficilmente recuperabile con la sola vendita, però allo stesso tempo dà un valore aggiunto in termini promozionali. Questo secondo un’analisi fredda e sotto il profilo del business. Poi c’è l’aspetto passionale che investe chiunque operi nel settore musicale: dopo mesi di lavoro, ritrovarsi tra le mani un vinile, un cd, come sintesi finale del progetto, ha sicuramente un fascino ed una soddisfazione maggiore rispetto al file sul pc.

Chi sono gli artisti che avete pubblicato fino ad oggi e quali saranno i prossimi?
I primi due progetti (le compilation “Beat Machine meet The Nuv” e “Selection 1” dei Yao Band) sono legati alla “fase management” e richiederebbero un’analisi molto più approfondita sui singoli progetti piuttosto che sul sound (Yao Band hanno avuto un successo enorme in Cina e non solo, tanto da essere anche comparse dell’ultima pubblicità della Apple). Poi ci sono le due pubblicazioni IDM di AC Prodz, l’ep di Krowne (artista UK protagonista e collaboratore della Black Lantern Music, etichetta che influenza il sound underground di Glasgow con il loro stile a metà tra HipHop ed Elettronica). I Bicycle Beat, band pugliese dal sound disco/house/techno tutto analogico, con il remix di Josip Klobucar, artista croato validissimo e che spero di poter produrre molto presto. Infine c’è l’album “Time-Lapse” di Lynch Kingsley uscito a maggio, dalle sonorità jungle, footwork e juke. Quest’ultimo è sicuramente il progetto più valido per come è stato curato. Uscita dopo uscita stiamo creando un circuito tale da riuscire a dare un hype maggiore alle nostre produzioni. Riuscire a coinvolgere SertOne e Go Dugong per i remix è stata una bellissima soddisfazione. Per il futuro abbiamo diverse idee su cui stiamo lavorando. Di pianificato ci sono le uscite di due artisti stranieri, l’americano Ty Steez ed il kazako Reyz: entrambi sono agli esordi ma dal materiale che abbiamo potuto ascoltare in anteprima sono entrambi molto validi. Non vedo l’ora di potervi far ascoltare qualcosa!

Pensi che il tipo di suono a cui siete legati possa avere uno sviluppo più popolarein futuro, andando a toccare anche un pubblico trasversale? In Italia c’è margine per un ipotetico percorso di questo tipo?
La scelta di non focalizzarsi su un’unica nicchia musicale ci aprirà molteplici porte e ci darà la possibilità di riferirci di volta in volta ad un target diverso e magari più ampio. Diventa difficile dire quanti e quali sound possano poi un giorno emergere dal circuito underground. È indubbio però che, oggi, l’influenza che l’elettronica underground esercita sulla scena mainstream sia sempre più decisiva nel creare le nuove tendenze. Basti pensare alla dubstep o più recentemente alla trap, divenute in breve tempo sound caratteristici anche della scena mainstream. Anche questo è ovviamente risultato di una rivoluzione globale, portata dalla diffusione del web ed all’aumento esponenziale di contenuti condivisi. Per quanto riguarda l’Italia il discorso è un po’ diverso. Da una parte c’è una scena underground che si sta notevolmente sviluppando sia in termini di pubblico che di artisti e labels sempre più valide, di contro c’è una scena mainstream che sembra impermeabile alle influenze sonore che arrivano dal basso. Mancanza di coraggio, di spirito di innovazione e sperimentazione e, magari, anche quel problema tipicamente italiano di “attaccamento alla poltrona”. Non conosco le vere motivazioni, posso solo immaginarle, ma è un peccato vedere come il mainstream italiano si faccia valere solo quando si tratta di lavorare su progetti melodici / d’autore e che invece continua a subire le influenze americane (soprattutto) e inglesi per quanto riguarda i nuovi sound. Una comunicazione maggiore tra scena underground e mainstream potrebbe essere un traino non solo per l’industria musicale, ma per l’economia generale del nostro Paese, che potrebbe divenire esportatore anche di nuove tendenze musicali. Ed ovviamente spero che Beat Machine potrà un giorno avere un ruolo importante nello sviluppo della scena musicale italiana.

Credi che in futuro l’etichetta possa anche spostarsi su altri territori sonori, qualora li consideri interessanti e stimolanti?
La riposta non può che essere sì. Come detto prima, è insito nella natura stessa di Beat Machine scovare e dare voce a nuovi sound.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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