Mercoledì 17 Ottobre 2018
Interviste

Sotto la maschera di M¥SS KETA: Milano, clubbing e bacini agli haters

Abbiamo scambiato due chiacchiere veloci con M¥SS KETA, controversa e chiacchierata presenza del panorama italiano, in occasione della sua esibizione per Spring Attitude Festival 2018

Foto: Dario Pigato 

Sulla cover del suo ultimo progetto discografico, M¥SS KETA allatta una scimmia. È la cura e il sostentamento dell’irrazionalità. Questo perchè M¥SS KETA è un’essenza. Non è un volto, nè un’età. Sono immagini, slogan, giochi di parole, casse sporche, lattex. Un linguaggio auto-generato, un errore di grafica. È il risultato di un progetto creativo che si snoda attraverso una componente audio-video impeccabile che riconduce alle intime pulsazioni dell’eccesso, della sessualità, della droga e della notte. M¥SS KETA nasce sotto la direzione artistica di Motel Forlanini, un collettivo artistico milanese fondato nel 2013, anno in cui il percorso è iniziato nient’altro che per gioco. Prima il singolo (con video) di ‘MILANO SUSHI E COCA‘, quindi l’esplosione del fenomeno nel web. Segue una serie di altri progetti che inevitabilmente hanno attirato l’attenzione degli utenti dell’internet, come ‘BURQA DI GUCCI’ e ‘LE RAGAZZE DI PORTA VENEZIA’, brani che insieme a tanti altri vanno a comporre ‘L’Angelo dall’Occhiale da Sera: Col Cuore in Gola’ che più che un album è sicuramente un greatest hits. L’exploit definitivo, dopo il ‘Carpaccio Gacciato’ del 2017, è ‘UNA VITA IN CAPSLOCK‘, il debut album di M¥SS KETA distribuito da La Tempesta e Universal Music. ‘UNA VITA IN CAPSLOCK’ è il riassunto dell’immaginario di un personaggio che canta oltre gli schemi del tempo e del pudore, dalle feste con Donald alle righe di Antonio (“un tipo con i Ricci”), da Belen Rodriguez all’ultima botta a Parigi. Un disco a cui hanno collaborato, oltre agli storici fedelissimi, artisti di primo piano come Populous, gli Zeus, Clap!Clap!, BOT, Birthh e altri. L’ho incontrata sabato sera, intorno alle sette del pomeriggio, quando Roma veniva sconvolta da un nubifragio e la milanese si accingeva a preparare la sua performance notturna in occasione della nona edizione di Spring Attitude Festival. Ci siamo io, la sua mascherina nera, gli occhiali da sole e un vecchio divano in un’androne dell’Ex Dogana di Roma

 
A vederti dal vivo sembri proprio un angelo della notte. 

Tesoro, lo sono. È un po’ prestino per me, di solito prendo vita più tardi. 

Com’è andata la prima estate dal debutto discografico?
Meravigliosamente. Andare in tour è bellissimo e dai feedback del pubblico sembra che l’album sia riuscito ad arrivare a tutti, ed è per me molto importante in quanto il primo album è un po’ come un figlio. 

In cosa consiste una vita “in capslock”?
Semplicemente quando capisci che è arrivato il momento di smetterla di vivere “in minuscolo”, quindi da persona passiva agli eventi, e di iniziare a prendere in mano le redini della tua esistenza. 

Un messaggio per tutta la società dunque.
Non ho mai avuto intenzione di lasciare chissà quale messaggio universale, ognuno faccia ciò che vuole della propria vita, quello che posso dire io è che ho iniziato a vivere nel momento in cui mi sono liberata di quelle gabbie di preconcetti che assillano un po’ chiunque. 

È da qui che nasce il concetto della maschera di M¥SS KETA? 
La maschera è per M¥SS KETA quello che il mantello è per Batman. Un coprirsi per svestirsi…

Permette alle parole di avere un peso specifico aldilà dell’identità di chi le trasmette.
Molto più semplice: la maschera mi dà la possibilità di dire quello che voglio, e agire esattamente come voglio. 

 
L’immaginario di M¥SS KETA lega molto con la cultura rave. Te lo ricordi il tuo primo approccio con il mondo del clubbing e della musica elettronica?
È avvenuto in modo abbastanza naturale. La musica elettronica mi ha affascinato da quando ne ho memoria e mi ha svezzata artisticamente. Ho trovato me stessa nella scena nu rave, che poi si è evoluta in blog house, quindi nella fidget dei primi anni del Duemila. Anche dai miei lavori capisci perfettamente che non ho mai abbandonato quel mondo e anzi, rimane senza dubbio la musica che mi gasa di più ancora oggi, e stesso vale per il mio produttore. Della scena attuale impazzisco per Lorenzo Senni e soprattutto SOPHIE. Lei è una dea scesa in terra, ho aspettato il suo album con tantissima emozione nel cuore.

Un’altra rarissima creatura del web, SOPHIE. Capace nelle sue opere di mostrare un lato cattivo e assetato di sangue e un lato romantico e introspettivo. 
È per questo che la rispetto! La sua musica è umana, esprime le due sfaccettature fondamentali dell’essere, ovvero lo sfogo della rabbia e la tenerezza che è in tutti noi. Non sono cose distinte e incoerenti: è semplicemente l’artista che regala sé stesso, con l’enorme coraggio di comunicare la propria intimità attraverso punti di vista opposti ma efficaci allo stesso tempo. 

È così che si realizza a pieno l’artista? Quando riesce a trasmettere la propria umanità all’ascoltatore?
Secondo me sì. E questo è possibile soprattutto attraverso la sperimentazione. Ad esempio, se domani mi mettessi a produrre brani puramente strumentali, so che riuscirei comunque a trasmettere l’immaginario di M¥SS KETA senza problemi. Una libertà che voglio sempre. 

 
Un discorso che mi ricorda il caso Young Signorino, che io mi sono sentito di difendere da subito. Per quanto estreme possano apparire alcune forme di sperimentazione – come la sua – in realtà è un bene che la scena abbia a disposizione correnti diverse e un po’ “folli” a cui far riferimento nel processo artistico.
Sono assolutamente d’accordo. Abbiamo bisogno di estremi per poterci ispirare e allo stesso tempo poter ispirare il prossimo. L’alternativa sarebbe vivere in uno stagno, quindi lunga vita a Young Signorino. Anzi, cento di questi Young Signorino. Il problema è che non ce li meritiamo. 

Quanto è importante oggi, anche e soprattutto nei progetti sperimentali, essere impeccabili nella comunicazione visiva? 
Il progetto M¥SS KETA ha sempre avuto una componente visiva molto marcata, a partire dal primo brano ‘Milano Sushi e Coca’. L’obiettivo era e resta tuttora trasmettere un universo visuale chiaro, attraverso videoclip originali e riconoscibili in cui si esprimesse a pieno tutta la mia componente valoriale. Io e i ragazzi di Motel Forlanini l’abbiamo vissuta come un’esigenza vitale, forse per la società in cui viviamo che ci ricorda ogni giorno quanto sia fondamentale l’immagine di tutti noi. Rovazzi lo ha messo sotto gli occhi di tutti: lui parte dal video e poi definisce la canzone. Io semplicemente tengo a dare un’offerta completa della mia opera, passando non solo dalla musica ma anche dal video e dal canale dei social media. Il risultato è che se oggi ascolti una mia canzone capisci fin da subito l’atmosfera in cui ti voglio portare. Poi il messaggio non sempre arriva univoco, in tanti recepiscono tutt’altro guardando i miei video e sono tranquillamente liberi di farlo. Anche perchè non sta a me dover spiegare la mia arte. 

A tal proposito immagino i tuoi haters abbiano avuto un ruolo sacrosanto.
Gli haters sono fondamentali. All’inizio non avrei mai avuto una diffusione web così virale senza gli haters, al punto che quando abbiamo iniziato ad avere meno commenti negativi sotto i video ho iniziato a preoccuparmi, della serie “raga abbiamo sbagliato qualcosa?”. È molto semplice in realtà: fai schifo all’hater, lui ti condivide nei social sottolineando che sei una merda, in realtà ti sta solo facendo pubblicità gratis. Fondare una crescita web su questo meccanismo non è stupido ma anzi molto intelligente e va fatto con cura. Gli mandiamo tanti bacini dark

 
C’è un limite logico da rispettare nell’investire sugli haters, ovvero non rischiare di trasformarsi nello zimbello provocante del web. Rimanere nell’equilibrio.

Io sono sempre volutamente provocante, ma perchè fa parte del mio stile. Non punzecchio intenzionalmente una fascia di pubblico, ma diciamo che la mia opera è riuscita se qualcuno inevitabilmente ne è uscito punzecchiato. Nel mio caso è facilissimo perchè in Italia se una ragazza fa qualsiasi cosa che non sia cantare canzoni d’amore o mostrare assoluta sobrietà allora è considerata provocante. In realtà sono i soliti nostri tabù. Se fosse un uomo a parlare di ciò di cui parlo io non ci sarebbe nulla di strano, anzi, vedi la scena trap. Noi il nostro posto abbiamo avuto la forza di conquistarcelo, nonostante i vari stereotipi. Ma c’è ancora tanta strada da fare per arrivare alla parità dei sessi nell’arte. 

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
È appena uscita la mia collaborazione con il Pagante, che è stato un progetto molto divertente. Mi piacerebbe continuare a collaborare e sperimentare, assaggiando un po’ di mondi diversi dal mio. 

Collaborazione da sogno estera e italiana? 
Minchia, SOPHIE! In Italia mi sono già tolta tanti sassolini con i progetti dell’ultimo album, ma un sogno nel cassetto ce l’ho ancora. Una collab con Gabber Eleganza. 

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Un ventiquattrenne romano letteralmente cresciuto nel club, ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando la playlist di Spotify.

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