Mercoledì 19 Dicembre 2018
Costume e Società

La polemica sulle poche dj donne non fa bene alle dj donne

Una campagna di promozione per dj donne mi ha fatto ragionare sul problema della discriminazione sessuale e su quanto nel 2018 possa ancora considerarsi tale, nella scena elettronica

Josè Woldring, fondatrice di The Media Nanny, probabilmente l’ufficio stampa più importante nel panorama globale dell’electro nonchè parte del personal team di Martin Garrix, qualche giorno fa ha lanciato un’iniziativa assistenziale che mi ha fatto ragionare su alcuni punti in merito al topic della diseguaglianza tra dj uomini e dj donne nello scenario discografico ed eventistico internazionale. Non c’è bisogno di alcuna polemica. L’argomento è complesso e delicato, e prima di essere linciato dalle nostre lettrici, invito a considerare alcuni dati di partenza.

Ad oggi, la pagina Instagram di DJ Mag Italia conta oltre 10.500 followers, mentre quella Facebook è vicina a toccare i 44.000. La percentuale femminile dei nostri followers è del 14%. A fronte di ciò, non è una bestemmia ricondurre la scarsa presenza di donne nelle line up ad un originario – e non conseguente – scarso interesse del pubblico femminile nella produzione della musica elettronica. Credete che il dato del 14% di pubblico femminile sia dovuto al fatto che le donne non trovino spazio nell’industria musicale? Personalmente dubito che le ragazzine nel pubblico siano a conoscenza che i nomi femminili compongano solo il 19% delle line up dei festival del 2018, e che per questo motivo decidano di non seguire più la musica di Martin Garrix, in segno di protesta, o di non investire i loro risparmi in eventi musicali o, ancora, di non seguire i media del settore. Ho grandi perplessità nell’accettare che quel 14% delle nostre pagine social sia riconducibile al fatto che non ci siano abbastanza dj donne. Eppure, è abbastanza evidente che tra i principali fenomeni elettronici degli ultimi tre anni spuntino principalmente nomi femminili. Oltre alla statistica, non considerata, che la presenza femminile sui palchi ogni anno cresce tra il 3 e il 4%. E spero siamo tutti d’accordo che la voce più popolare delle dance hit del 2018 (ma anche del 2017) sia stata la nuova arrivata Dua Lipa. Quindi, di cosa stiamo parlando esattamente? 


  
Provo ad essere più chiaro e meno fraintendibile. Come dicevo in apertura, Josè Woldring ha lanciato una campagna-contest assistenziale, dal nome ‘Making Moves in Music’ (MMM) per le giovani produttrici emergenti, offrendo la possibilità di entrare in un corso accelerato – ovviamente female only – promosso dall’ufficio stampa The Media Nanny, la società di eventi ID&T, la label Astralwerks e l’app di incontri Bumble. Superata la selezione, le vincitrici potranno essere seguite passo dopo passo da un team di discografici ed esperti di live show, con in palio un contratto e un dj set nel prestigioso festival americano Mysteryland 2019. Donne che ci leggete, se pensate di avere i numeri, non esitate a candidarvi QUI. Sebbene l’iniziativa sia sicuramente ottima e vantaggiosa, a mio giudizio c’è un problema di fondo. Se ritieni sussista una discriminazione nei confronti di una determinata categoria di persone, qual è il modo migliore per non farle sentire aliene al resto della comunità? Considerarle sullo stesso piano degli altri. Se faciliti le possibilità a chi pensi sia uguale agli altri ma trattato da diverso, oltre a sentirsi ancora più diverso, resterà diverso. Nell’introdurre l’iniziativa ‘Making Moves in Music’, Bumble ne riporta la filosofia: “porre fine alle diseguaglianze tra generi incoraggiando le donne a fare ciò che vogliono.” Un intento nobile, che però mi fa immaginare uno scenario in cui le donne sono piccole comparse di un mondo maschilista; molto triste. Perché se penso ai nomi maggiormente in hype negli ultimi tre anni mi vengono in mente quasi solo donne: Amelie Lens, Peggy Gou, The Black Madonna, REZZ, Charlotte de Witte. Quindi cosa sta realmente facendo l’inziativa di Bumble, The Media Nanny e colleghi? Sta trattando quel che loro ritengono “diverso”… come un diverso. Nonostante le nobili premesse. Le figure femminili nel nostro mondo sono abbastanza brave e professionali da non aver bisogno di “trattementi riservati” né di quote rosa, ma semmai proprio di giocarsela senza tutte queste campane di vetro.


  
Vi starete chiedendo cosa stia cercando di comunicare. Quel che voglio dire è che la polemica online, i vari dibattiti all’IMS o all’ADE, i sondaggi con i numeretti e i grafici a torta, i corsi accelerati ad hoc, non faranno altro che alimentare il problema, e spianare la strada a strategie di marketing perfettamente improntate sul cavalcare l’onda del personaggio mediatico femminile, permettendo così il dominio della scena di artiste sempre più dedite alla comunicazione e al simbolismo della “salvatrice delle donne” rispetto al punto fondamentale: la musica. Peggy Gou e Amelie Lens sono state impeccabili sui social, ma ‘It Makes You Forget’ di Peggy è uno dei dischi dell’anno e Amelie Lens ha più volte dato prove di talento in console; The Black Madonna se ne è fregata dei social e la presenza estetica non è certo stato il suo cavallo di battaglia, ma i suoi set spaccano ed è arrivata ai massimi livelli senza neanche una produzione (i primi dischi sono arrivati dopo); ANNA è un nome che si sta facendo strada con una serie di ottimi dischi su etichette underground di primo piano; REZZ, una sconosciuta scoperta e lanciata da deadmau5, negli ultimi tre anni si è presa un posto di rilievo nella scena electro pubblicando abitualmente su label come mau5trap, OWSLA e Barong Family. Citando ‘Fight Club’, il “problema” delle poche dj donne nelle line up a me sembra quel “taglietto sul palato che si rimarginerebbe se la smettessi di stuzzicarlo con la lingua“. Sbaglio? 

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Un ventiquattrenne romano letteralmente cresciuto nel club, ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando la playlist di Spotify.

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