Domenica 13 Giugno 2021
Interviste

Se la semplicità è la chiave: il ritorno dei Sottotono

Abbiamo intervistato Tormento e Big Fish che ci hanno raccontato la reunion dei Sottotono dopo oltre vent'anni e il nuovo album 'Originali'

Foto: Sara Sabatino

Non tutte le reunion sono uguali: ci sono quelle ben riuscite (poche), quelle che hanno il sapore di ultima spiaggia (parecchie) e infine quelle che passano sotto silenzio, perché i protagonisti hanno ormai perso appeal.

I ritorni sono quindi una questione delicata, che corre il rischio di scontentare più persone di quante ne faccia felici. Per questo nel momento in cui è arrivato l’annuncio che i Sottotono si sarebbero riformati per una nuova avventura, le preoccupazioni sono montate di pari passo con l’entusiasmo. Preoccupazioni subito fugate dall’uscita del primo singolo ‘Mastroianni’, che restituiva una tridimensionalità ricca e variegata ad un suono con profonde radici ’90. E, successivamente, dall’ascolto del disco ‘Originali’, un nuovo album diviso tra inediti e classici del duo opportunamente riarrangiati in modo intelligente e rispettoso: riletture che dal punto di vista della produzione non vengono stravolte ma aggiornate nei suoni, senza perdere il sentimento delle versioni originali, e arricchite da collaborazioni prestigiose come Elodie, Mahmood, Tiziano Ferro, Marracash e Gué Pequeno.

Abbiamo incontrato Tormento e Big Fish per parlare del nuovo disco, del loro ritorno, e dei vent’anni che sono passati.

 

La domanda da cui inizierei è banalmente legata alla temporalità di questa reunion: perché proprio ora? C’è stata una causa scatenante importante?
Big Fish: Si sono allineati i pianeti. Da un po’ noi avevamo l’idea di tornare, nel senso che già ci eravamo avvicinati tempo fa, poi, prima del primissimo lockdown, ci siamo ritrovati con la voglia di fare qualcosa. Senza grosse aspettative, senza pensare di andare al primo post delle chart perché siamo i più bravi di tutti, ma semplicemente con la voglia di riprovare a fare buona musica assieme come abbiamo sempre fatto. Secondo me ci siamo riusciti. Nel senso, questo ritorno è solo dettato dal fatto che abbiamo voglia di fare buona musica assieme. Sai, quando c’è un ritorno di un gruppo storico, subito la gente pensa: “questi hanno bisogno di soldi”. Non è il nostro caso. Abbiamo ancora voglia di fare e di esplorare terreni sconosciuti. E dopo tante esplorazioni abbiamo deciso di fare un qualcosa, forti del nostro bagaglio di questi vent’anni di carriere soliste.

 Vedendo anche com’è stato accolto ‘Mastroianni’, il vostro ritorno è stato ricevuto in maniera molto positiva, ve lo aspettavate? O temevate di essere una notizia tra le tante?
Tormento: Ce lo siamo chiesti tante volte. Tra le varie domande che ci siamo posti, questa era senza dubbio una delle più ricorrenti però, alla fine, abbiamo risolto dicendoci semplicemente di lavorare al meglio delle nostre possibilità e capacità. E questo credo si sia visto: la ricerca dei dettagli e della qualità è stata percepita dalla gente, che ha apprezzato e già reso grande ‘Mastroianni’. Noi abbiamo usato anche macchine vecchie per avere un certo tipo di sound, lavorando però con gli strumenti che il digitale di permette. Quindi aver mescolato tutto il nostro bagaglio analogico, e averlo portato nell’oggi, è una cosa forte. E magari la gente non sa neanche che campionatore ha usato o quale microfono, ma il fatto che si percepisca a priori o quasi a livello inconscio, quello è stato il più grosso premio. Come anche leggere i commenti delle persone che scrivevano “questa roba suona ’90 ma con la pacca di oggi” o “mi avete riportato a quegli anni lì”. Eppure il pezzo è attuale, suona bene e sta facendo la sua figura anche in radio. È assurdo perché questa è musica contemporanea, ma chi conosce sa perfettamente quel suono da dove arriva e quali corde va a toccare.

 

Un’altra considerazione riguardo il pubblico: molti di coloro che vi ascoltavano ai tempi ora sono adulti con famiglia e d’altra parte vi trovate ora a confrontarvi con un mercato del rap e della trap i cui ascoltatori non erano ancora nati quando vi siete separati. È quasi come se fosse un nuovo esordio per voi. Che sensazioni avete in merito?
BF: La nostra forza è stata riuscire a capire chi siamo e cosa possiamo dare alla gente. Non siamo così pazzi da pensare che i ragazzini di 12/13/14 anni ascoltino i Sottotono. I teenager della trap si immedesimano nel cantante, in quello che dice, noi forse siamo i genitori di chi ascolta la trap. Vogliamo essere degli ultra quarantenni che fanno in maniera 2.0 quello che già facevano nei ’90, e riportano quel suono classico che li contraddistingueva. Non vogliamo strafare, vogliamo fare il nostro, e farlo bene. Vogliamo far conoscere alla gente un’altra sfaccettatura della musica rap italiana, quella per cui noi diventammo così conosciuti. Un riproporre quella cosa in una versione nuova ma con il bagaglio degli ultimi 20 anni a questa parte dalla nostra.

T: Anche il titolo ‘Originali’ è quel tipo di provocazione. È un voler dire: si può inseguire il proprio sogno senza seguire il suono del momento, quando hai un bagaglio musicale che ti permette di pescare dal passato, che poi è quello che fanno i grandi produttori in tutto il mondo. Il fatto di pescare dal passato per riportarlo nel contemporaneo è una cosa che succede in tutti gli ambiti, nella moda come nella musica. E, casualità vuole, abbiamo intercettato un ritorno agli anni ’90 che si esprime nella moda ma anche nella musica, un sacco di hip hop e di r’n’b, come per esempio con l’esplosione di un fenomeno come il lo-fi – che in fondo è un ritorno al fare le cose in camera con strumenti poveri. Per assurdo l’abbiamo intercettato un anno fa e, a distanza di un anno, sento molto cose rap che hanno quel gusto west coast anni ’90 pari pari.

Si sente spesso dire dagli artisti che i primi dischi sono più facili perché si ha molto chiaro in testa cosa ti piace e cosa vuoi fare. Com’è stato ritrovarsi dopo 20 anni a lavorare su del materiale inedito?
BF: Paradossalmente sono stati più facili i brani inediti, riprendere in mano i successi del passato è stata la cosa più problematica. Nel cuore e nella testa delle persone c’è un pezzo, e quindi abbiamo provato a riprendere in mano quei brani per noi iconici, e dargli una rinfrescata, con suoni nuovi e dei cantati che hanno una precisione diversa, e che al tempo ci mancava.

T: Sì, è stata una reinterpretazione più matura. C’è chiaramente la consapevolezza che questi brani non possono suonare come all’epoca, però siamo andati alla ricerca di quel modo. Per quanto riguarda gli inediti, c’era la volontà di fare qualcosa di nuovo ma avendo le sonorità che ci hanno sempre contraddistinto. Quando è uscita ‘Cambi Colore Al Cielo’, che sembra un brano di ‘Sotto Effetto Stono’ ma 25 anni dopo, anche noi ci siamo stupiti. Di norma a noi piace guardare al futuro, però questo progetto è stato un tornare al cuore di quello che ci piace. Non è stato sicuramente facile liberarci di quel fardello, però è stato terapeutico.

Come mai avete deciso di avere un disco a metà tra inediti e vecchi brani riarrangiati?
T: Non volevamo fare un disco che sembrasse due cose separate, quindi abbiamo pensato ad una introduzione con inediti che portasse ai pezzi vecchi, poi i brani storici dove però le sonorità sono le stesse, e sul finale la sorpresa di canzoni nuove che però appartengono allo stesso mondo. È stata una scelta di team, una scelta condivisa.

F: Alla nostra età abbiamo bisogno di sfide, è come chiedere all’Atalanta “perché vuoi andare in Champions che poi trovi il Real Madrid? Perché gli voglio rompere il culo!”

 

Nell’album sono presenti diverse collaborazioni con nomi di spicco della scena musicale contemporanea, in particolare sui brani riarrangiati. Con quali criteri avete scelto chi coinvolgere?
T: sono nate in un secondo momento, cioè, fin da subito abbiamo pensato che ci sarebbe piaciuto coinvolgere questi grandi artisti che abbiamo visto crescere – e che nel tempo abbiamo scoperto essere nostro fan – però ci siamo presi un attimo per capire come si evolvevano i brani. Poi ci sono state delle coincidenze, per esempio su ‘Solo Lei Ha Quel Che Voglio’ avevamo Tiziano Ferro, Marracash e Gué Pequeno che volevano a tutti i costi essere su quel pezzo. Che da Tiziano te lo puoi aspettare, da Marra e Gué meno! Altre sono venute in modo molto naturale, come il pezzo con Coez, che ha delle tinte un po’ dark e che sono le stesse del timbro di Coez, che anche quando fa i brani più allegri ha sempre una tinta più scura.

A proposito di collaborazioni, credo che farà molto effetto agli ascoltatori sentire la voce di Primo Brown sul disco.
T: Io e Primo qualche anno fa avevamo fatto quasi per gioco il remake di ‘Cronici’, e quindi ho subito pensato, nel momento in cui abbiamo deciso di inserire una nuova versione del brano, di recuperare la strofa di Primo. So che per lui sarebbe stato un bel regalo essere su un disco dei Sottotono. È la celebrazione di un grande artista. Quando è uscita la tracklist ho visto che questa cosa è stata molto apprezzata, sto leggendo messaggi bellissimi in suo onore, e fa effetto questo, soprattutto considerando che è in un disco pieno di grandi artisti della musica italiana. Vedere che anche a lui viene riservato questo trattamento fa piacere. È un regalo al padre di Primo, a noi, e a tutti quelli che lo hanno sempre amato. 

In generale mi è sembrato un disco con una gran voglia di leggerezza. È una sensazione corretta?
BF: Non è un disco leggero, anzi, è più pesante di quanto possa sembrare. Penso sia anche un disco di svolta, e ti spiego subito il perché. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito all’ascesa dello street rap, sempre più street, sempre più contestualizzato nelle periferie, nelle periferie delle città: non nella periferia e stop, ma in quella periferia, in quella città. Poi c’è stato il pop rap, e poi questi stessi rapper hanno preso la strada dell’indie- rap. Invece questo disco è un lavoro con canzoni piacevoli ma con una forte matrice rap, e non sono contestualizzabili in nessuna delle categorie di cui ti dicevo prima. Questo è rap con una chiara matrice anni ’90, ma come lo sappiamo fare noi, cioè in maniera gradevole.

T: Guarda, più che leggerezza, la chiamerei semplicità. Abbiamo voluto nascondere tutto quello che c’è dietro: il perfezionismo dei dettagli, il lavoro, dietro un velo di semplicità e originalità. Anche quando parliamo d’amore, come in ‘Mastroianni’, diciamo però due, tre cose che se le applichi nella vita, sono la formula per stare bene. Quando l’incontro con l’altro è un modo per vedersi dentro, vedere le cose che non ti piacciono e che poi ritrovi negli altri e litighi per quel motivo. La formula è semplice, però se vai a leggere c’è un significato dietro ciascun brano. Anche noi siamo così, non ci poniamo in maniera esasperata come fanno molti artisti. E fanno bene eh, David Bowie in gioventù è un Achille Lauro oggi, è un modo in cui sei. Per quello i trapper li apprezzo quando sono spudoratamente esagerati. Non vado in giro pieno di gioielli, però sono cresciuto in mezzo ai rapper, so che valore hanno quei gioielli. E quindi anche la semplicità dell’immaginario, è un modo per essere originali, quella semplicità che ad oggi si è un po’ persa dietro la corsa a voler essere l’influencer del momento. Sono piccole chicche, e mi rendo conto che non abbiano la stessa forza di qualcosa di rottura, ma oggi è tutto di rottura. E questa cosa la paghiamo io e Fish che sembriamo quasi troppo educati, ma poi è la semplicità che ti porta a star bene nella quotidianità.

Foto: Luca Scalia

Andrete in tour? Come intendete portare live questo progetto?
BF: faremo due date a marzo 2022, per poi fare un tour estivo ed eventualmente un invernale a seguire. La formazione è ancora da decidere ma sicuramente avremo dei musicisti, perché vogliamo far capire alle nuove generazioni che c’è la possibilità di suonarla, la musica, e non solo premere play su un controller. Non è per far polemica, ma spesso le nuove leve si accontentano di cantare su un pezzo. Invece è così bello suonare la musica, per cui avremo un gruppo di ragazzi pronti a farvi sognare.

Ultima domanda, e qui voglio una risposta a testa: a distanza di tempo, qual è il disco del vostro catalogo che credete abbia tenuto meglio? E perché?
T: È sempre un po’ diversa la percezione che tu hai come artista e quella che ha il pubblico. Mentre tu magari sei legato anche a progetti minori, gli ascoltatori pensano alle hit che hanno accompagnato i loro momenti. E quindi mentre tutti mi dicono ‘Sotto Effetto Stono’, io sono più legato ad altro, un pezzo come ‘Amor de mi vida’, per esempio, per me è fondamentale. Non riesco a dirtene uno preciso, ma tutto ciò che è venuto dopo ‘Sotto Effetto Stono’ lo apprezzo molto, perché eravamo convinti di trainare il pubblico verso un’evoluzione, mentre invece c’è spesso la tendenza a rifare il pezzo in mille salse quando un pezzo funziona. Quindi, riconosco che ‘Sotto Effetto Stono’ è la nostra punta di diamante, ma anche tutto quello che è venuto dopo ha un valore assoluto per me.

BF: io invece ti direi ‘Sotto Effetto Stono’ perché, nonostante alcuni suoni siano passati, è un classico. Più della musica in sé, la cosa bella di quel disco è quanto eravamo presi bene nel farlo. Quanto ci abbiamo messo tutti noi stessi. Non che negli altri ci abbiamo messo meno, anzi, forse anche di più. Però lì era tutto artigianale, tutto nuovo, è proprio due ragazzini che fanno un disco che vende 200mila copie, senza un produttore artistico che dica cosa fare o come. ‘Solo Lei Ha Quel Che Voglio’ è tutta farina del sacco di Tormento così come tutte le altre, quei testi li aveva scritti un ragazzo di 19 anni di Varese, non un songwriter multiplatino. Quel modo era genuino, frutto dei nostri ascolti e delle nostre esperienze. Ora si tende a fare dei mix mortali di compositori, produttori, topliner, scrittori di testi, supervisori, esperti di marketing per andare in testa alle chart, noi ci siamo arrivati con quel disco, solo con la voglia di fare musica assieme.

 

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