Nel frullatore continuo e implacabile della viralità social, questo agosto che sta finendo ha portato alla ribalta un rifugio in Trentino Alto Adige specializzato in gustosi – pare – krapfen. La viralità ha creato code di chilometri perché tutti volevano assaggiare i dolci, e testimoniarlo con un video, una foto, e poi a loro volta condividere la notizia di quanto fossero buoni. Mentre bevevo una birra con uno dei miei più vecchi e cari amici, in zona ferragosto, sotto un bel temporale estivo che dava sollievo dall’afa da boccheggio degli ultimi, torridi mesi, lo sentivo raccontare di come tante volte fosse stato, lui appassionato vero di montagna, in quel rifugio a mangiare quei buoni krapfen, in totale tranquillità, ben prima della frenesia del web che ha finito per rendere tutto parossistico, ingestibile e grottesco.
Perché vi racconto questo episodio, apparentemente lontanissimo da un festival techno in Sicilia? Perché in qualche maniera la sensazione, analoga, di sporcare un’esperienza davvero magica, mi tormenta mentre mi accingo a mettere nero su bianco il racconto dei giorni passati a Modica, nel weekend di A трип to Sicilia, il festival ideato da Nina Kraviz. E ho la tentazione di far finta di nulla, trovare una scusa e non consegnare niente, non parlarne. Molto egoisticamente, una parte di me, quella che emerge dal pedigree rave e da un’idea molto protettiva della salvaguardia della propria comunità di riferimento, tende al segreto, al far trapelare un evento così peculiare non attraverso il megafono di un grande medium, ma attraverso il passaparola di chi c’era e ne parla e parlerà di persona. Un best kept secret che non vuoi sventolare in giro perché è stato tutto così delicatamente giusto da temere di guastarne l’equilibrio anche solo parlandone troppo. D’altro canto, è giusto – ed è il mio lavoro – raccontare uno dei momenti più intensi di questa estate, che pure non è stata esattamente avara di eventi e festival significativi.
Foto: Artem Khotulev
Nina Kraviz organizza, per il secondo anno consecutivo, A трип to Sicilia, letteralmente “Un viaggio in Sicilia”, dove la resa grafica in cirillico della parola “trip”, “viaggio”, rende il gioco di parole ulteriormente furbo e accattivante. L’idea è quella di mettere in piedi un mini festival che sia una vetrina per i talenti della sua label трип Recordings, e allo stesso tempo una sorta di “vacanza in famiglia” per i dj e i producer del suo giro, in una località fuori dalle solite rotte del clubbing. Nella fattispecie, Modica, in provincia di Ragusa, splendida e caratteristica cittadina nell’entroterra meridionale della Trinacria.
La line up e le modalità di A трип to Sicilia sono già una dichirazione di intenti: live set in una chiesa sconsacrata, dj set sulla terrazza di un castello, un club open air e un lido a mare. Come dire: un poco respingente per i turisti del clubbing – e sì, dai, mi sto divertendo anch’io con mezze citazioni e rimandi sparsi – ma molto invitante per chi invece questo mondo lo vive in modo curioso e profondo. Scelte che si rivelano perlopiù azzeccatissime, e qui un primo plauso va a Kraviz, al suo team – davvero prodigioso in questi giorni di festival, da ogni punto di vista – e a ValliNote, organizzazione locale che ha curato la produzione sul territorio, dimostrandosi profesisonale, attenta, capace di tradurre al meglio le esigenze dell’artista russa e della sua squadra.
Foto: Giacomo De Caro
Si comincia col botto sabato 22 agosto, la mattina, alla chiesa sconsacrata di San Nicolò e Sant’Erasmo, con Actress che precede Nina Kraviz, ed è l’anteprima mondiale del suo nuovo live show, in tour dall’autunno. Nina on fire: in un costume bianco e rosso che flirta decisa con colori ecclesiastici e con un mood monacale, parte molto astratta, eterea, una concettualità intrigante, anche se nella prima parte rischia di girare su se stessa (complice una ballerina/performer non proprio centrata rispetto alla musica e all’atmosfera rarefatta della chiesa). Poi invece entra quel tanto di ritmica da equilibrare il tutto, e tra voce, parte elettronica e beat, il suo live prende quel giusto mood che ne rivela tutti i lati migliori. L’amalgama dei suoi talenti trova qui un’espressione matura, con l’artista in pieno controllo dei propri mezzi espressivi. Nel pomeriggio Solar X e Terrence Dixon impreziosiscono la venue con i loro set. La chiesa si rivela subito una location azzeccata, perfetta per lo spazio, per tutto ciò che si porta appresso in termini di – passatemi il termine – “concentrazione energetica” e per un sound system che suona davvero divinamente (ok, basta giochi di parole): gonfio, carnoso, avvolgente e soprattutto cristallino in ogni range di frequenze. Chi condivide il viaggio con me mi fa notare che vivere tutto questo svegli da poco e non in after dalla notte prima è strano, e in effetti è qualcosa che si pone a metà tra un morning club e un appuntamento da Biennale di Venezia, con le colazioni e le persone fresche e riposate, ma sarà che ci stiamo abituando, sarà che comunque era davvero bello anche così, da un lato credo che forse la scelta è stata quella giusta.
Anche il castello si rivela suggestivo, con la terrazza a ospitare un clubbing vero, profondo, protagonisti Dog On Acid, Deniro, Cerrot e il back to back finale, davvero one for the books, dei numi tutelari del dubstep Mala e Kode9, qui in un set che ne valorizza la storia (e i grandi classici del genere, quelli UK polverosi, notturni, umbratili e dai bassi straripanti) e anche la capacità di non esseresi mai fossilizzati ma di continuare a raccontare una storia che si evolve e suona come il futuro.
L’appuntamento al Selva Club Natura, per l’after party di sabato notte, è probabilmente il meno riuscito tra gli eventi del festival. Se la musica è garantita dal b2b2b2b2b tra gli artisti трип – e anche qui Nina Kraviz ha il ruolo della protagonista – e le luci e il light design ne sono un perfetto complemento, la sensazione è tutto sia giusto ma che il posto sia sbagliato. Intendiamoci, Selva è uno spazio davvero ben studiato, nuovissimo, curato, un club all’aperto in cui si vorrebbe passare tante serate estive. Però, inevitabilmente, in un posto del genere non si può prescindere da una mescolanza di pubblico preparato e attento, che era lì per трип e per il festival, e di uno più generalista e certamente meno preparato. Ce lo godiamo, ma rispetto al resto della giornata la vibe è molto più dispersiva, e forse complice il caldo che non molla, manca qualcosa per portare la serata davvero a regime.
Poco male, perché c’è ancora domenica 23 e il grande party di chiusura al Lido di Punta Regilione, dove tutto si compie: una festa, una celebrazione di трип, e la frequenza perfetta su cui vibra l’idea che Nina Kraviz ha di questo festival. La line up è perfetta così come la timetable: Noël Saavedra, João Lágrima de Ouro (apprezzatissimo), u.r.trax, Franzizca (altro nome amatissimo e con buona ragione), Vladimir Dubyshkin e naturalmente Nina Kraviz, ancora una volta perfetta padrona di casa, capace di essere protagonista ma mai troppo ingombrante da oscurare gli altri attori in scena. In particolare, l’alchimia con Franzizca è magica, mentre altri set tengono incollati tutti noi sotto cassa in una bolla perfetta: un impianto che spinge; una pista preparata, educata, consapevole; un prato che dà su una spiaggia. Tutto giusto, tutto perfetto, con qualche ciliegina sulla torta – per quanto mi riguarda, il set di chiusura firmato Dubyshkin è memorabile. Unica pecca: è finito troppo presto.
Foto: Giacomo De Caro
Ed eccoci qui, a pensare all’anno prossimo. Perchè questo ci lasciano addosso gli eventi ben riusciti: la voglia di riviverli, di esserci dentro, di rivedere le persone con cui abbiamo condiviso quei momenti, quelle che sono comunque nel nostro quotidiano e quelle che per un anno non vedremo più. E poi, soprattutto, di stare dentro quella bolla che vive per pochi giorni, fatta di equilibri di musica, orari, persone, sguardi, abitudini estemporanee e in generale quella vibe che implacabilmente risuona in noi e intorno a noi in quei momenti.
Nina Kraviz ha fatto qualcosa di grande, per tante ragioni. Per il coraggio di uscire dalla logica del grande nome e del gigantismo del clubbing in franchise; per la geografia fuori rotta che ha reso tutto più magico, intimo, per chi davvero voleva esserci; per una line up costruita intorno al proprio gusto, non soltanto sulle leve del mercato e non soltanto – fattore ancora più importante – sulla semplice spinta promozionale della sua etichetta. Ha fatto qualcosa di grande proprio perché l’ha fatto in piccolo: puntando su location da poche decine, o centinaia, di persone (1500 al club di sabato sera sono state la capienza più grande del festival) per poter essere libera, compresa, creare attorno a sé una comunità più che una community. Parliamo di un’artista che oggi è probabilmente a un punto della sua carriera in cui vuole spaziare tra le su gig più ampie e un live più sperimentale, tra il brand Nina e ciò che questo brand le permette di fare senza troppo badare al lato commerciale della faccenda. Se da sempre è stata coraggiosa, diretta, oggi abbiamo l’impressione di avere a che fare con un’artista in pieno controllo di ciò che ama e vuole fare, più che mai. E mi verrebbe da dire che bisogna tenerla stretta, una con questa attitudine. Ma non basta. Deve diventare un faro, una luce, perché il mondo del clubbing che viviamo oggi ha davvero tanto bisogno di più libertà, di più fuoripista, di uscire da logiche asfittiche che hanno inscatolato tutto e addomesticato tutto.
31.08.2026





