Martedì 16 Luglio 2019
Costume e Società

Il lato oscuro della console

La chiamano “post-performance depression” ed è un male subdolo che sta minacciando la vita dei dj.

Uno studio del dipartimento di demografia dell’Università di Berkeley ha stilato una graduatoria dei generi musicali che sono maggiormente causa di morte per i suoi artisti. Se per il punk, il blues, il rock e l’hip hop il tasso di mortalità è sempre stato – per diversi motivi – considerato alto, per la musica elettronica, entrata improvvisamente a far parte di questa classifica, è un argomento nuovo da affrontare. Con un articolo del 26 luglio 2016, il sito del quotidiano britannico The Guardian analizza il tema attraverso testimonianze e dichiarazioni di alcuni dei più importanti dj che hanno provato sulla loro pelle gli effetti di questo nuovo malessere. Non solo dipendenza da droga e alcool, ma anche insonnia, ansia, depressione, solitudine, problemi mentali e affettivi, incapacità di rapportarsi alla vita “normale”. Sono questi i nuovi, inquietanti, demoni che alcuni dj e produttori combattono ogni giorno, a causa di uno stile di vita a volte al limite delle possibilità fisiche. Alcuni di questi hanno deciso di uscire allo scoperto e affrontare il problema.

“Afterparty, fama, vita da rockstar. Sarei disposto a trattare tutto questo in cambio di una notte di sonno intenso. Il jet lag e l’impossibilità di dormire quando ce n’è bisogno sono i più grandi pericoli del nostro mestiere. Il sonno è una cosa incredibilmente preziosa dalla quale cominci ad essere ossessionato”. Queste le parole rilasciate al The Guardian da Tony McGuinness del gruppo trance inglese Above & Beyond. Quello del sonno è uno dei problemi più urgenti nella comunità elettronica. Il deejay e produttore americano Steve Aoki è stato candidato ai Grammy Awards 2017 con il documentario “I’ll Sleep When I’m Dead” (“Dormirò quando sarò morto”, Netflix, 2016), nel quale esaspera il suo stile di vita forsennato che lo ha portato all’incredibile numero di quasi 300 date in un anno. Una follia che cerca di bilanciare attraverso una vita off-stage estremamente salutare, tra alimentazione biologica ed esercizi per l’anima e il corpo. Aoki ha cercato di schivare il problema abituandosi a dormire ovunque gli capiti, anche con dei micro-sonni di pochi minuti che riescono, dice, a fargli sentire meno la fatica. Anche se vivere tra aerei e stanze d’albergo – ammette – è veramente difficile. Dormire poco e male può causare seri problemi alla salute. Questo è un dato di fatto. La maggior parte dei deejay internazionali sfida leggi biologiche per rimanere a galla. Ma non c’è solo l’insonnia. Ansia e depressione sono due fattori che possono mandare all’aria un’intera carriera. Nella sua autobiografia, il musicista newyorkese Moby affronta in vari capitoli gli effetti collaterali della sua fama. Non c’è un tour nel quale non abbia provato su stesso ansia, depressione e insonnia, ammette. Non nasconde neppure la paura verso uno stile di vita che avrebbe potuto causargli una morte prematura, come successo ad alcuni suoi colleghi. Questo è uno dei motivi, forse quello decisivo, per cui Moby negli ultimi anni sta dedicando anima e corpo ad attività diametralmente opposte: yoga e cibo vegano di cui è ambasciatore internazionale.

Insonnia, ansia, depressione ma anche una profonda solitudine. Nonostante un’osservazione superficiale del mestiere del dj faccia pensare a tutto il contrario, l’esplosione della figura del deejay superstar ha cambiato radicalmente le sue dinamiche vitali. Se in una band gioie e dolori sono condivise, il dj è sempre e comunque solo sul palco, con se stesso, contro tutti. Come un tennista, come un maratoneta, può fare affidamento solo su stesso. Nell’estate 2014, un impietoso fotogramma immortalava David Guetta sul main stage di Tomorrowland assorto come in uno stato d’ipnosi. Mentre la rete si scagliava contro l’artista, indicando chissà quali possibile causa, gli addetti ai lavori si interrogavano su come uno stile di vita del genere potesse incidere sulla sanità degli artisti stessi. Per quasi due anni David Guetta ha portato avanti tre residenze fondamentali per il suo status di superstar. Il giovedì al Pacha di Ibiza, il venerdì all’XS di Las Vegas, il lunedì di nuovo a Ibiza, questa volta all’Ushuaïa Beach Hotel. Per oltre quattro mesi all’anno l’artista francese ha fatto il pendolare tra la California e Ibiza, sfidando le leggi dello spazio-tempo. Un’esperienza che, per sua stessa ammissione, è stata devastante e che non gli ha permesso di approfondire il lavoro in studio, causandogli notevoli ritardi sulla consegna dei nuovi lavori. Situazione che potete capire bene quanto sia grave per un bestseller come lui. I ritmi sono forsennati e Guetta non è più un ragazzino anche se la sua forma fisica è invidiabile. La scorsa estate, subito dopo il leggendario dj set sotto la torre Eiffel di Parigi per la cerimonia di apertura degli Europei di calcio, è volato immediatamente a Ibiza con un jet privato per essere in consolle alle 3 del mattino al Pacha. Indimenticabile la foto del francese in moto scortato dalla polizia verso l’aeroporto. Il tutto senza potersi permettere un accenno di stanchezza o spossatezza per non finire bombardato dai media come successo al Tomorrowland.

Quella che può sembrare una vita piena di privilegi – e senza dubbio lo è, per l’amor di Dio –  in realtà nasconde parecchi lati oscuri che i dj stessi hanno sempre avuto paura di affrontare per non apparire come ricchi viziati. Come se, lamentare del malessere, fosse motivo di vergogna. La realtà è differente. Capita che management senza scrupoli costringano i propri artisti ad imprese folli. Tanto basta una cuffia, una SD card e si può volare da una parte all’altra del mondo, pensano. A discapito della salute dei loro assistiti, spremuti all’inverosimile. Aerei, jet lag, mesi interi lontani dai propri affetti. L’adrenalina del palcoscenico si trasforma nell’incubo della solitudine di una stanza d’albergo, dove le ore passate prima e dopo l’esplosione di serotonina possono trasformarsi in un incubo. Sempre Moby al The Guardian ha dichiarato: “Un attimo prima sei da solo nella tua camera d’albergo. Poi ti ritrovi in ​​auto con il tuo tour manager che ti porta alla location dello show, fai alcune interviste, incontri qualcuno della casa discografica e sali sul palco di fronte a 50 mila persone. Poi torni da solo nella stanza vuota dell’albergo. Puoi trascorrere mesi senza avere un contatto umano confortante, senza avere alcun contatto con il mondo normale”. Una senso di solitudine inquietante, inconsueto e non conosciuto, oscurato dall’illusione opposta dei social network un supporto familiare che diventa sempre più necessario. Per non impazzire. I dj e produttori Armin Van Buuren e Ferry Corsten hanno affrontato il problema. Nel documentario del 2012 “A Year with Armin Van Buuren”, l’olandese organizza la sua schedule i base agli impegni familiari della moglie. La sua primogenita Fenna stava per nascere ed era necessario fare in modo di essere più vicino possibile a casa nei giorni in cui il parto per previsto. Il collega Ferry Corsten ha raccontato di come è stato sempre disposto a tornare a casa in qualsiasi momento, in qualsiasi parte del mondo si trovasse, solo per abbracciare qualche ora sua figlia Gabby. Secondo i medici e gli psicologi che affrontano il problema, la famiglia è un valore fondamentale che può salvare la vita.

La chiamano “post-performance depression” ed è un male subdolo causato dal contrasto tra la vita di artistica di successo e il suo esatto contrario nella sfera privata. Un’escursione termica a cui non tutti sono in grado di reggere. E quando non c’è una famiglia a supporto anche le amicizie possono diventare un incubo. Nel maggio 2016, il deejay e produttore colombiano Erick Morillo ha parlato per la prima volta apertamente della sua dipendenza da droghe e alcool che lo avevano fatto sprofondare in un abisso. Morillo ha raccontato senza mezzi termini di aver trovato nelle sostanze un conforto. Non essere considerato più il numero uno dell’industria dance, non essere più considerato come una superstar era troppo per la sua personalità. “Il mio ego non poteva accettare che non fossi più quello che comanda. Ad un certo punto non riuscivo neppure più a fare la pipì. Ogni volta che ci provavo mi bloccavo e il dolore era così forte che dovevo andare all’ospedale, dove mi facevano dormire. Quando mi svegliavo, scoprivo che mi avevano tagliato un pezzo di braccio perché era troppo infettato dalla ketamina”. Questa è l’allucinante verità confessata a Pete Tong durante un panel dell’Ibiza Music Summit del 2016, di un idolo della consolle che adesso sembra aver finalmente trovato la pace. C’era di mezzo anche l’alcool, un tunnel che lo aveva fatto rimanere da solo, senza amici, a fare dentro e fuori dalle cliniche di rehab. Un mix letale per fisico e mente che rischia di essere definitivamente compromessa da uno stile di vita borderline. Il deejay e produttore inglese dubstep Benga è stato tra i primi a confessare un disturbo bipolare e schizofrenico e le sue cause che, nel febbraio 2014, lo avevano costretto al ritiro. “Il mio bipolarismo – scrive su twitter – è stato causato dalla droga e la schizofrenia è il risultato di una vita in tour eccessiva. Non voglio attirare simpatia ma aumentare la consapevolezza. Perché se avessi chiesto aiuto prima i danni potrebbero essere stati controllati”.

Un altro dj inglese a parlare apertamente del suo problema mentale è Ben Pearce. Nel 2013 Pearce dominava le charts con la sua bellissima “What I Might Do”, scelta anche da MacDonald per una campagna pubblicitaria. Seguirono tour, serate da tutto esaurito in giro per il mondo. Poi, all’improvviso l’oscurità. È lo stesso dj che lo racconta a BBC Radio lo scorso febbraio parlando inequivocabilmente di ansia e depressione. Pearce sta ancora cercando di capire come possa essere sprofondato in uno stato che lo ha costretto a sei mesi di pausa. “E’ come un peso sulle spalle che ti spinge verso il basso – ha detto al programma Newsbeat – Non ho ancora capito i veri motivi. Le nottate di certo certamente non aiutano, l’isolamento non aiuta, i continui viaggi non aiutano. È difficile passare da un club pieno di gente in delirio ad una stanza d’albergo silenziosa”. Il caso, in un certo senso più clamoroso, è quello di Avicii. La superstar svedese nel marzo 2016 ha annunciato il ritiro dalle scene. A soli 26 anni. Troppa la pressione, troppo lo stress, troppa l’ansia da prestazione che ha messo a serio rischio la salute del giovane artista che per reggere lo sforzo si affidava a qualche bicchiere di troppo. Un annuncio che ha scioccato l’intera comunità e ha acceso i riflettori su un problema fin qui sconosciuto. “La decisione di Avicii mi ha ricordato davvero del lato oscuro della fama. È un qualcosa di cui devo tener conto per la mia salute”, sentenzia su The Guardian Tony Guinness degli Above & Beyond.

 

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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