Venerdì 22 Novembre 2019
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Laurent Garnier: cosa significa essere una leggenda

Le date italiane del dj francese ci spingono ad alcune considerazioni sulla lunga e incredibile carriera di un dj che è diventato ormai un mito vivente della musica elettronica (e non solo)

Venerdì sera Laurent Garnier era a Milano. Poi ha suonato sabato a Roma e domenica è stato a Napoli. Pur avendo molta scelta venerdì sera in città, ho optato per andare a sentire il suo set ai Magazzini Generali, nonostante ci fossero alternative di grande qualità, come Omar S e come John Talabot. E insieme a me, anche altri colleghi di DJ Mag, e molti amici che vivono da anni la notte a Milano. Eravamo tutti lì. Allora mi sono chiesto che cosa ci spinge ad andare a sentire per l’ennesima volta un dj che è sulla scena da trent’anni, addirittura preferendolo a qualcosa di inedito o comunque più recente, più fresco. La risposta non è così immediata. O meglio, la risposta va affrontata degnamente, perché implica qualche riflessione sulla figura del dj e su cosa significhi essere una leggenda in un mondo che vede un ricambio costante e velocissimo dei suoi riferimenti.

Laurent Garnier ha mosso i suoi primi passi in consolle ormai circa 30 anni fa, a Manchester, in quell’Hacienda che rappresenta uno dei club più leggendari di tutti i tempi e di tutte le latitudini. Madchester. Gli anni in cui la new wave britannica flirtava con la prima elettronica espressamente prodotta per il dancefloor. Cliccate play su ‘Blue Monday’ dei New Order per avere tutti questi riferimenti messi insieme in modo sublime (ed estremamente moderno, ancora oggi). Laurent è francese ma la vita lo porta in Inghilterra, dall’altra parte della Manica. Già così la sua è una storia che merita di essere raccontata. Ma è solo l’inizio. Tornato in Francia, Garnier diventa uno dei dj protagonisti dell’ascesa della techno in Europa, e fonda una label che diventa culto assoluto, la F-Communications. La techno nella visione di Garnier non è quella meccanica e industriale di Detroit, né quella ossessiva e marziale di Berlino e dintorni. In realtà ci sono sì dei riferimenti a queste scuole ma c’è una visione del tutto personale. Percussioni africane, suoni organici, strumenti e musicisti, un amore nemmeno troppo celato per il jazz. La techno di Laurent Garnier è elegante, delicata, ha il groove giusto per tenere incollata la gente alla pista ma cerca un’elevazione superiore. E senza le menate intellettuali di tanti altri colleghi che ricamano una filosofia eccessiva su un suono di cassa, hat e bassline.

Se gli anni ’90 sono quelli di Garnier protagonisti dei rave, degli after, dei suggestivi mix di techno e trance (quella della prima ora, eterea e spirituale, tutt’altro che caciarona), e se in questo periodo sgancia due album mitologici come ’30’ e ‘Unreasonable Behaviour’, il decennio post-2000 lo vede alle prese con il jazz (spesso insieme a Bugge Wesseltoft, negli anni suo preferito partner in crime), con escursioni in territori differenti dalle sue radici (non a caso un suo pezzo molto techno e molto old school di questo periodo si chiama proprio ‘Back To My Roots’) e con la ricerca del nuovo. Mentre negli ultimi anni sembra essere tornato sui suoi passi: meno fronzoli, meno ricerca. Più dj set che live con il jazz trio, più maratone in consolle che spettacoli in teatro. E qui Laurent Garnier consolida il mito. Perché in sostanza è un dj che sa fare divinamente il dj, che non ha mai perso smalto, gusto, passione. Che sa fare ricerca ma sa quando deve dare al pubblico la botta. Sa ingolosirti e ammaliarti e poi bombardarti con i pestoni. E sa suonare per ore, tante ore, costruendo una narrazione tutta sua, si fa profeta, ti dice di segfuirlo e ha gli argomenti giusti per farlo. Ecco perché ogni volta che arriva in città è tacito il ritrovo sotto cassa. Laurent Garnier è un grande classico, ma non di quelli bolliti che vivono di revival; è uno di quelli che incarnano l’essenza stessa dell’essere dj, la incarnava negli anni ’80 e la incarna oggi. Non passerà mai di moda, non sarà mai superato, non sarà mai il nostalgico che si attacca al vinile (e badate che usa anche i vinili) o ai bei tempi andati per pretendere una statura morale. Semplicemente, ce l’ha. Era forte un tempo, lo è oggi. È uno dei pochi dj che possiamo chiamare a buon titolo “maestro”, perché non ha perso curiosità e voglia di stare in consolle. Tanta cultura, tante lezioni di musica, ma senza ostentazione di chi la sa lunga. L’obiettivo del dj non è quello di fare il figo, è quello di divertire il pubblico, e, nei casi migliori, di trascinarlo verso un viaggio fisico, emotivo e mentale. Proprio ciò che fa Garnier. Ecco perché è una leggenda. E lo sarà per sempre.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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