Mercoledì 26 Giugno 2019
Costume e Società

L’EDM è morta e risorta a Miami

Le emozioni di Miami lasciano spazio alle riflessioni e agli interrogativi sul futuro della musica dance. C'è spazio per novità rilevanti o siamo prigionieri della nostalgia?

Abbiamo vissuto il tempo degli entusiasmi. Abbiamo lasciato spazio al racconto. Ora è tempo di qualche riflessione più approfondita. Con una premessa doverosa: lo spettacolo visto a Miami è stato eccezionale, un momento altissimo di musica e soprattutto un documento che attesta l’importanza assunta dalla musica dance negli ultimi sei, sette anni. Grazie soprattutto ad artisti come Axwell, Angello e Ingrosso, o come David Guetta che con grande atto di umiltà ed enorme signorilità ha lasciato la consolle prima del tempo annunciando la sua grande emozione per ciò che stava per accadere. Con buona pace dei puristi, di quelli che hanno sempre remato contro, degli scettici sempre e comunque, anche di fronte all’evidenza, l’EDM è stata la musica di questo decennio, è stata soprattutto il peso che ha spostato gli equilibri della bilancia della cultura giovanile del nostro tempo. Un contenitore, più che un genere, che ha disegnato l’immaginario collettivo della generazione nata a cavallo del millennio: con i video, con i drop, con gli effetti speciali, con i selfie, con le condivisioni e le dirette social. Ma soprattutto con la musica, potentissima, epica, adrenalinica. Con delle vere canzoni dance, cosa che non si sentiva dagli anni ’90, e che infatti hanno dato i loro frutti. Ma il tempo è in fortissima accelerazione, e se il 2011 era il preambolo a un grande decennio, il 2015 ha sancito una svolta, e oggi, 2018, tutto sembra sul viale del tramonto: chi faceva EDM si è evoluto e ha sfondato il muro del pop, i drop sono diventati canzoni da radio, i bpm sono scesi clamorosamente incontrando latitudini caraibiche. Ma la frase “l’EDM è morta” l’abbiamo sentita troppe volte. Una profezia che non si è avverata mai del tutto.


Cosa resterà di questi anni ’10?

Bella domanda. Resterà quanto ho elencato sopra: un immaginario collettivo che ha travolto tutti con una forza che la musica non aveva da almeno 25 anni. Resterà la frenesia e la follia collettiva che ha coinvolto artisti di altissimo livello e altrettanti fenomeni da baraccone che sono saliti sul carro, spaziosissimo, dei vincitori, in un’epoca in cui tutto si può taroccare: le produzioni, affidate ai ghost; i dj set, preparati in anticipo con il pilota automatico; i numeri di gradimento, comprati o creati ad arte. Resterà un momento storico incredibile in cui adrenalina, arte e business hanno corso sullo stesso binario segnando un’accelerazione spropositata. Resteranno i festival, quelli giganti e di successo e le brutte copie destinate a schiantarsi, gli originali e le imitazioni, le collaborazioni con un milione di featuring. Resterà il bagliore accecante di un mondo che è diventato adulto, pop, consapevole. Che ha perso inevitabilmente la forza propulsiva della propria ingenuità ma ha acquisito maturità e si è strutturato. Resteranno gli artisti forti, quelli che hanno saputo forgiare il suono di questi anni: David Guetta, Diplo, Skrillex, Benny Benassi, e naturalmente Steve Angello, Axwell, Sebastian Ingrosso.


Morte e resurrezione

E proprio attraverso questi ultimi tre nomi passa davanti ai nostri occhi la parabola della dance più popolare di questo decennio. La Swedish House Mafia si è formata in sordina verso il 2007-2008, quando tre producer svedesi, amici da tempo e collaboratori salturari gli uni nei progetti degli altri, hanno capito che il cielo stava cambiando, e che da stelle di discreta grandezza dello scenario electro-house potevano ambire a fare un botto un po’ più grande unendo le forze in modo costante. Gli astri si allineano nel 2010, e ‘One’ è la bomba che esplodere quel cielo. Il resto è storia. Una storia che finisce proprio all’apice del successo della SHM, in quel 2013 che è l’apice dell’EDM e in quella Miami dell’Ultra Music Festival che è l’apice della scena. E in effetti, quasi che i tre avessero avuto un istinto particolare, da lì in poi le cose sono cambiate: Axwell e Ingrosso si sono messi a fare dischi pop; ‘Lean On’ ha cambiato le carte in tavola sdoganando del tutto i ritmi latini; i producer EDM hanno iniziato a produrre altri tipi di musica.


La nostalgia è un premio di consolazione

E oggi, 2018, il passato recente torna a riproporsi sulla scena, in modo ingombrante. Sarà perché serve ancora qualcuno in grado di far sognare i ragazzi che vanno ai festival? Sarà per mere ragioni di opportunità commerciali? Sarà per dare ascolto al cuore? Probabilmente tutte queste cose insieme. Un amico mi spiegava tempo fa che a un certo punto della carriera di Michael Jordan, a metà anni ’90, il suo nome e i marchi a lui legati erano troppo popolari. Più della stessa NBA. Non c’erano antagonisti, non c’era verso di arginare il successo di His Airness. Così si organizzò la strategia del ritiro, e poi del ritorno. Che ovviamente fece un botto incredibile. La stessa strategia, più o meno, è quella applicata al rientro sulle scene di Ax, Seb e Steve a Miami (e con i singoli e il tour che seguiranno a cascata). Con una differenza: che qui stiamo parlando di un revival. Dopo soli 5 anni. La nostalgia, la passione per il passato, è sempre un esercizio pericoloso. Perchè strozza il futuro, perché ci fa vivere in un limbo perfetto, un golden age che viviamo filtrata dalla memoria. Proprio ieri titolavamo il nostro report dall’Ultra “Il fascino discreto della nopstalgia”, frase perfetta che racchiude il senso di tutta l’operazione. Ma se il passato è rassicurante, la nostalgia è un dramma, per quanto affascinante, specialmente se vissuta da chi ha 20, 25 anni, e dovrebbe essere lì a mangiarsi il futuro, a immaginarlo e progettarlo. A me le reunion non piacciono quasi mai, se non sono motivo di qualosa di nuovo insieme alla glorificazione del passato. E una reunion che arriva dopo appena 5 anni mi puzza. Ha il cattivo odore delle idee stantie, della mancanza di novità, della fine del carburante. Con tutto il rispetto per Axwell, Angello, Ingrosso, che sono e restano dei giganti, sia chiaro. Però la resurrezione di un genere che ha già dato (e tanto) la vedo come l’asso nella manica di chi sta finendo le carte da giocare. D’altronde, nel giro di meno di dieci anni, la dance ha ingigantito se stessa, facendosi i muscoli e gonfiando parecchio il suo giro d’affari: dj superstar, cachet da paura, aerei privati, stage da rockstar. Tornare a dimensioni un po’ più piccole sembra difficile, sembra una sconftita (non è detto che lo sia, anzi forse ora come ora sarebbe un bene). Di sicuro, la nostalgia non va bene, applicata a un genere che per definizione deve essere il futuro. Chi vuole restare grandissimo può giocare una partita intelligente, come ha fatto David Guetta con il suo meraviglioso tour nelle arene, come Eric Prydz con i suoi show incredibili, o andare di memorabilia. Speriamo che la Swedish non cada in questa tentazione.

L’EDM, se mai è morta, lo ha fatto quel giorno del 2013 a Miami, anche se nessuno se n’è accorto. La resurrezione, di questi tempi, non è tanto un miracolo, quanto un paradosso della logica. Siamo emotivi, e preferiamo i miracoli. Una parola che si pronuncia “novità”.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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