Sabato 07 Dicembre 2019
Interviste

Le leggende non muoiono mai: John Digweed

Titolone ad effetto, lo so. Ma spero mi perdonerete, il titolo è ampiamente giustificato visto che state per leggere un’intervista a John Digweed, uno di quei dj che hanno preso questo mestiere e l’hanno nobilitato, da artigianato ad arte, da marginale a protagonista, dal sottoscala al mainstage. Digweed è uno di quelli su cui è stato coniato il termine “superstar dj”, oggi divenuto prassi. Ma a fine anni ’90, solo una ristrettissima cerchia di artisti poteva appuntarsi questa medaglia sul petto: Paul Oakenfold, Paul van Dyk, David Morales, i Masters At Work, Claudio Coccoluto, Mauro Picotto, Sasha. E John Digweed. Oltretutto, nessuno di questi è mai stato un produttore di hit pop come succede oggi: si diventava così grandi perlopiù attraverso la bravura ai piatti (c’erano i vinili, sì) e la proposta di un sound così unico da diventare identificativo. John era l’alfiere della cosiddetta “progressive”, da non confondere con la “mediterranean progressive” del primo Gigi D’Agostino, del già citato Picotto, di Mario Più e la gang BXR/Media Records tutta (genere su cui comunque prima o poi vorrei aprire una gustosa parentesi). La progressive di Digweed era una sorta di trance più lenta nel BPM, meno uplifting, più eterea nelle atmosfere, dilatata nelle strutture. E JD la interpretava in modo sublime, divenendo una specie di profeta di questo suono, insieme alla sua Bedrock, etichetta a lungo considerata riferimento del genere (che oltre alla qualità della proposta, poteva vantare delle copertine fighissime per i suoi 12″).
Salto spaziotemporale. 2015. John Digweed non è sicuramente il top player di inizio millennio, ma è un dj che ha saputo mantenere uno status importante e che non ha sicuramente perso credibilità inseguendo chimere EDM e pop come molti altri colleghi.
Questa sera si esibirà al Numa di Bologna, grazie a Guendalinadventure. Ci è stata offerta l’occasione di intervistarlo e l’abbiamo colta con grande piacere.

Sei una delle figure leggendarie della “golden age” dei dj e del clubbing UK, quello di fine anni ’90 e inizio 2000 per capirci, che esportava le mode (sonore e non) e dettava legge nelle programmazioni dei locali di tutto il mondo. Sei anche tra i pochi ad essere sopravvissuti ancora oggi, artisticamente parlando, di quel periodo. Cosa significa attraversare un arco di tempo così lungo e tutte le trasformazioni che ci sono state, da ogni punto di vista?
Il fatto che io sia ancora in giro credo dipenda dalla mia dedizione al lavoro, alla passione e alla dedizione che ci metto. La gente può vedere, e credo capisca, che mi impegno ancora al 100% in ogni serata, che resto sempre attento a spingere più in là la mia ricerca musicale e ho sempre il dito puntato su cosa c’è di nuovo.

Sei un dj “globale” da parecchi anni, come hai visto trasformarsi la mappa mondiale del clubbing durante questo lungo periodo?
Nei primi anni ’90 non erano molti i dj che viaggiavano in tutto il pianeta. Se mi avessi detto, allora, che avrei suonato in Cina, Russia, Sudamerica, Giappone, in Asia, ti avrei detto che non sarebbe stato possibile. E’ sorprendente vedere come si è evoluta tutta questa scena globale nel corso del tempo, e sono felice di essere stato parte di questo sviluppo.

Nella mia testa, non sei mai stato uno di quei dj che andavano di moda perchè avevano azzeccato un sound, del tipo “questo è il momento d’oro di Digweed perchè lui “è” questa cosa”; ti vedo più come uno che è riuscito a cambiare diversi stili rimanendo però sempre se stesso, con una sua personalità precisa, musicalmente parlando.
Non penso di essere uno che cambia diversi stili, credo piuttosto di cambiare differenti stili di tracce per creare un amalgama, un “Digweed sound” che mi renda riconoscibile in qualunque momento. C’è chi suona lo stesso tipo di sound per due ore, a me non piace, non mi riesce. Preferisco costruire la serata attraverso diversi umori in modo da creare un movimento, un’energia.

Qual è il tuo sound preferito oggi? C’è qualcosa che fa sopravvivere lo “spirito progressive” con cui si era soliti identificare artisti come te o Sasha ai tempi?
Mi piace la musica di qualità, si tratti di deep house, tech house, techno o tutto quello che c’è in mezzo. Non amo essere etichettato come un dj che suona soltanto un tipo di musica, oggi escono moltissime release di ottima fattura ed è un momento molto eccitante ed entusiasmante per essere un dj. Se guardi alla classifica “progressive” di Beatport, non c’è nulla che possa richiamare la definizione di progressive dei nostri tempi, sono solo pezzi commerciali.

L’avvento della EDM ha cambiato le regole del gioco, facendo nascere il fenomeno diffuso dei dj superstar, artisti che producono le proprie hit e diventano poi performer da palco, come dei frontman di rockband. Tu lo eri prima di tutto questo, in un’accezione completamente diversa. Quali sono le principali differenze che percepisci tra un ragazzo che suona una sequenza di dischi con l’idea di creare una narrazione, e uno che mette in fila i propri grandi successi mentre il pubblico li canta in coro?
Penso di possedere l’abilità di suonare la musica che amo, e di divertirmi ogni notte che passo attaccato a una consolle, mentre i cosiddetti “rockstar dj” devono suonare una scaletta che deve passare per forza dalle hit che il pubblico vuole sentire e cantare, altrimenti si sente deluso. Io non scelgo i brani da una playlist preparata, e adoro il fatto di scegliere nuova musica, scalette dettate dal feeling del momento; so – e lo vedo – che il mio pubblico si diverte e apprezza tutto questo, e lo preferisce al fatto di sentire sempre i soliti successi o tutte le mie produzioni.

Qual è il tuo atteggiamento nei confronti delle nuove tencologie, che permettono ad esempio di mixare direttamente i brani dai servizi di streaming o dal web? Sei un appassioanto delle novità, ti ci trovi a tuo agio o sei invece un fan dei set up alla vecchia, con un po’ di nostalgia e rimpianto?
Mi ritengo fortunato ad aver iniziato quando esistevano solo i vinili, e ho ricordi di notti memorabili di quando usavo solo questo supporto. Penso anche che quando c’era solamente il vinile, dovevi imparare a mixare le tracce per bene, o tutto sarebbe suonato in modo terribile. Oggi il mercato offre strumenti che permettono di sincronizzare automaticamente i pezzi, e questo è un peccato, è un po’ vergognoso, perchè ha portato via alcune abilità che la nostra professione richiedeva. Devo anche dirti che però ci sono molte nuove invenzioni interessanti, che permettono a chi sa essere davvero creativo di muoversi con maggiore libertà espressiva nelle possibilità che questo mestiere permette.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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