Martedì 23 Aprile 2019
Costume e Società

L’emergenza della musica italiana nelle radio non esiste

Esiste davvero un'emergenza? Un tema complesso che va affrontato con cautela e conoscenza di un argomento ampio e spinoso. Vediamo di fare chiarezza

Foto: Charlie Charles
Di: Federico Piccinini, Albi Scotti e Ale Lippi

In Italia sta facendo discutere la proposta di legge di Alessandro Morelli, Presidente della Commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera nonchè ex direttore di Radio Padania. Il disegno di legge proposto da Morelli vorrebbe una quota obbligatoria di musica italiana nelle radio nazionali pari al 33% del repertorio (una canzone italiana ogni tre passate alla radio), al fine di “tutelare la produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia”. In questa quota del 33%, dovrebbe essere inclusa un’obbligatoria percentuale di artisti indipendenti (da chi? da cosa?). Una proposta che si ispira nettamente ad una legge francese del 1994 – tra l’altro oggetto di dibattito da anni in Francia – che impone alla nazione una quota obbligatoria di brani in lingua francese pari al 35%. Quanto è sensata questa proposta di legge? Neanche un po’. 

Prima osservazione: dov’è l’emergenza?
EarOne (la società che ogni anno cura gli airplay radiofonici) ha già pubblicato la classifica dei brani maggiormente passati dalle radio italiane nel 2018 e da una prima occhiata si evince subito quanto non sussista l’emergenza di imporre quote obbligatorie: la musica italiana rappresenta quasi il 50% del palinsesto nazionale. Il brano più ascoltato in radio nel 2018 è stato ‘Non Ti Dico No’ di Loredana Bertè, seguito da ‘Who You Are’ di Mihail e ‘Una Grande Festa’ di Luca Carboni; se si consulta la top 100 dei passaggi in radio, troviamo esattamente 50 brani italiani. La metà esatta del palinsesto. Questo dato si aggiunge ad un altro, ovvero quello dei singoli più venduti nel 2018 (Fonte: Federazione Industria Musicale Italiana), che attesta ben nove singoli italiani nella top 20 annuale. Al primo posto troviamo di nuovo Loredana Bertè con la sua ‘Non Ti Dico No’, seguita però da nomi differenti: Ed Sheeran con ‘Perfect’, Sfera Ebbasta con ‘Cupido’ e Capo Plaza con ‘Tesla’ (insieme a Sfera Ebbasta e Drefgold). In particolare, ‘Rockstar’ di Sfera Ebbasta detiene il primato di album più venduto in Italia nel 2018. Indubbiamente la sua trap (o meglio, quella di Charlie Charles) ha dominato le classifiche di Spotify, YouTube e FIMI: eppure negli airplay nazionali del 2018 non è c’è nemmeno un suo singolo nella top 100. Significa una sola cosa: le radio non sono più il media d’influenza principale per gli acquisti dei brani, e questo stato delle cose apre lo scenario a ulteriori riflessioni, che vedremo più avanti. Ma di sicuro fa pensare a una boutade sparata in un momento strategico dal punto di vista della comunicazione politica, perlomeno. Anche alla luce delle sterilissime polemiche sanremesi.


  
Seconda osservazione: quale musica italiana? 
Un altro elemento non chiaro della proposta di legge di Morelli è la specifica produzione italiana che vorrebbe andare a tutelare. Si riferisce ad un brano interamente realizzato da un team italiano? Sono incluse co-produzioni o featuring con artisti stranieri? E in che modo ne possono giovare, per esempio, produttori dance italiani che non eseguono brani in lingua italiana? Vedi, ad esempio, Merk & Kremont (forse unici veri player italiani nello schema dance pop attuale) con la loro ‘Hands Up’, che in Italia ha raggiunto il disco di platino. Qui entra in gioco una serie di considerazioni molto delicate sul tema. In questi giorni, diversi artisti e addetti ai lavori si sono espressi sui propri profili in maniera favorevole alla tutela della musica italiana nelle radio, citando la solita legge francese e pensando a come le produzioni di artisti ed etichette indipendenti dal circuito major possano in questo modo trovare più facilmente un posto al sole nella programmazione dei grandi network. Ma chi garantisce che le cose andranno in questa direzione? E poi, come la mettiamo appunto con i numerosissimi artisti di musica elettronica prodotta in Italia ma non cantata in italiano? La “musica italiana” è quella da definizione etimologica, prodotta e pubblicata nel nostro Paese? O è la musica in italiano? E se un artista canta in italiano ma è straniero, come Erlend Øye? O è italiano e pubblica su un’etichetta estera? Le casistiche sono innumerevoli, non è semplice sancire con certezza cosa sia la musica italiana, vi pare?

Facendo un piccolo passo indietro, ripetiamo: chi garantisce che label e artisti indipendenti saranno considerati? Con quale criterio? Ma c’è di più: le radio, abbiamo visto da dati ufficiali, passano regolarmente moltissima musica italiana, e già di per sè l’emergenza della tutela non esiste davvero. Inoltre, fattore davvero importante, negli ultimi anni abbiamo visto un rapido e vero, profondo ricambio nei gusti del pubblico, e artisti che avrebbero fatto al massimo 500 persone a sera solo pochi anni fa si ritrovano a suonare nei palazzetti e ad essere i più ascoltati sulle piattaforme streaming: Salmo, Cosmo, Calcutta, Ghali, Thegiornalisti, l’elenco è lungo. Un ricambio che solo in minima parte è stato recepito e colto dalle radio, con poche virtuose eccezioni. Questo anche perché c’è una spaccatura tra il pubblico delle radio e quello di questi artisti, un pubblico anagraficamente più giovane e disinteressato a un medium – la radio – che avrebbe dovuto pensare di rinnovarsi nei palinsesti e nello stile già da qualche anno. I ragazzi vanno a cercarsi la musica sullo smartphone, non devono aspettare che qualche ufficio programmazione gli dia in pasto la novità. Anche perché spesso non lo fa. E questo fa crollare il castello di carte di una tutela della cultura nazionale, perché questa tutela (sacrosanta, nei limiti della sua accezione migliore, costruttiva, e non difensivista e provinciale) deve educare le nuove generazioni, e se queste non sono lì è un problema.


    
Terza osservazione: si riparta dai veri problemi
Se la tutela è sacrosanta, dicevamo, la musica straniera fa bene. Permette a chi ascolta di avere un quadro delle influenze culturali del mondo, degli stili che variano, della società che si evolve. Non esistono effetti negativi della musica straniera, a patto che non soffochi quella italiana. Ma i dati sovramenzionati dicono già che non è così. E poi, in tutto questo discorso non si fa menzione di un fattore fondamentale: il libero mercato. Perché se tutelare la produzioe inerna può avere senso, fissare una quota può essere altamente dannoso, si rishica di dover mettere in onda anche canzoni di scarsa qualità per arrivare al famoso 33%, togliendo spazio a musica che merita maggiormente uno spazio. La vera emergenza è la cultura musicale: spesso all’estero l’educazione musicale è fondamentale. E dire che di casi virtuosi da prendere a modello, ben più della discussa e discutbile legge francese del 1994, ce ne sono. Prendiamo quello svedese. La Svezia è il terzo Paese del mondo per musica esportata dopo Stati Uniti e Inghilterra. Ha da sempre un rapporto speciale con la musica. In Svezia i bambini imparano a suonare gli strumenti nelle tante scuole musicali comunali (integrate alla scuola elementare) e da grandi continuano a suonare oppure a cantare nei cori, che in Svezia sono oltre 500 e coinvolgono 600 mila cittadini. Per fare due esempi lampanti, la prima data dei Beatles al di fuori del Regno Unito è stata organizzata proprio in Svezia, il 25 ottobre del 1963. Nel 2006, Daniel Elk fonda a Stoccolma Spotify, la piattaforma di streaming musicale che ha cambiato per sempre la discografia. Una tradizione antica, che fonda le proprie basi nell’educazione scolastica. Potremmo andare avanti ancora, citare Axwell, Angello, Ingrosso, Avicii, gli ABBA, Max Martin. Ci piace pensare che la tutela della musica italiana possa passare da misure che vanno a migliorare l’educazione musicale fin dalle scuole, creando una radice culturale forte, piuttosto che da norme palliative.

La musica apre la mente, è sana. In giro c’è tantissima ignoranza. Gli eventi musicali in Italia vengono praticamente perseguitati. La burocrazia è folle, l’industria degli eventi è corrosa da figure scarsamente professionali, e nel peggiore dei casi da veri criminali. Si prenda il caso del secondary ticketing, l’inchiesta sul bagarinaggio dei biglietti dei concerti nei quali era clamorosamente finita in mezzo una società importante come Live Nation (celebre il caso del concerto dei Coldplay dove alcuni biglietti erano stati rivenduti fino a 2000€): i sei indagati sono stati tutti assolti. Il fatto non sussiste. Eppure l’ultima esibizione di Ed Sheeran a Torino (sold out in pochi minuti) aveva vistosi buchi di folla. Il bagarinaggio sta uccidendo i live, ultima e vera fonte di introito per gli artisti, e noi pensiamo a discutere dei loro passaggi in radio. Se la questione è artistica, ci sono moltissime sacche di dubbio, come abbiamo provato ad analizzare; se la questione è addiritura politica, e ci auguriamo di no, siamo messi ancora peggio. Perché si ha l’impressione che tutto sia utile soltanto a una continua proaganda del qualunquismo, della promozione della scarsa competenza, dell’approssimazione. E su un’industria come quella musicale, che vive su competenze di altissimo livello, questo modo di pensare ha ricadute devastanti.

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