Sabato 16 Novembre 2019
Costume e Società

Le liste, i tavoli, gli omaggi. Un problema da risolvere

La maleducazione, i privilegi, la gestione degli ingressi: un sistema complicato

“Ho il tavolo! Sono in lista! Noi siamo in omaggio!”. Sono frasi talmente ricorrenti da essere diventate dei luoghi comuni. Espressione delle peggiori abitudini e del malcostume di un ambiente che cerca e si vanta dei propri piccoli o grandi privilegi. In realtà non c’è nulla di male nelle liste, nei tavoli e negli omaggi agli amici e a chi lavora nel settore. Sono modi come altri con cui si genera guadagno, si fedelizzano alcuni clienti, si tengono vicini gli amici e si crea una strategia di business. Il problema è che negli anni questa pratica e queste logiche sono diventate un cancro a causa di diversi fattori. In primis la maleducazione di alcuni clienti, degli amici, conoscenti, e di tutta quella serie di wannabe che non vede l’ora di vivere il proprio momento di gloria davanti alla porta di un locale. La maleducazione atavica con cui si cerca di prevaricare e di far valere la propria piccolissima, inutile goccia di importanza in quel preciso momento va ben oltre il privilegio concesso. Il famoso “Lei non sa chi sono io”. Il più antico vezzo degli arroganti. Le liste sono state inventate per saltare la fila. Dunque, privilegio e vantaggio di chi vuole spendere di più (come in aeroporto), di chi in un modo o nell’altro rientra nel cerchio di amicizie o conoscenze (ad assoluta e insindacabile discrezione di chi gestisce il club o la serata, ci mancherebbe), o degli invitati del locale stesso o del dj. Perciò da chi riceve un trattamento di riguardo ci si aspetta un atteggiamento degno, all’altezza. Maggiore educazione. Invece no. Spesso la peggior maleducazione o gli episodi più imbarazzanti li vediamo proprio da parte di chi dovrebbe essere più sereno e rilassato, perché è sicuro di entrare, passando oltretutto dalla fast track mentre c’è chi magari deve stare al freddo un’ora.

I soliti furbetti
La fila in discoteca così diventa lo stesso brodo di furbetti della fila alle poste, al supermercato, al semaforo. Bisogna sgattaiolare e superare chi è davanti a noi, anche se non ci cambia la vita. È il modo con cui si segna il territorio. Con cui si sottolinea che anche nella fila di quelli importanti, siamo più importanti. E non è solo questo. La fila non è mai ordinata, non è mai rispettata. Ogni maledetto weekend c’è chi pensa di arrivare e superare tutti perché “siamo in lista”. Con conseguente, classica litigata con la ragazza alla porta, e altrettanto classico cazziatone del buttafuori. Una scena che si ripropone identica da anni (personalmente vado a ballare da vent’anni, in città, in provincia, in Italia e fuori) un replay continuo, costante. E logorante. Nell’altra fila, intanto, c’è chi deve aspettare per un bel pezzo prima di entrare. Scrutato per l’abbigliamento, per le scarpe, per un “quanti siete?” che spesso diventa discriminante. E qui il problema rimbalza alla direzione del club e alla gestione della porta, uno dei compiti più complicati in una serata. Esagero? No. La coda all’ingresso va gestita con molta delicatezza. Se tutti entrano subuto si crea il classico “imbuto” alla cassa, al guardaroba; se la coda procede ai singhiozzo, si crea nervosismo fuori. Se l’ordine è quella di lasciare fuori tutti per far sembrare che il club è troppo pieno e poi dentro non c’è nessuno, si diventa ridicoli. Viceversa, si crea l’effetto ristorante: se è vuoto ci sarà un motivo, si mangerà male.

 
Di chi è la colpa?
In tutto questo, il pubblico ha sicuramente le sue colpe, probabilmente la maggior parte: la maleducazione, la mancanza di rispetto anche delle regole di convivenza più basilari,  è lo specchio di una società che fa del malcostume e delle scorciatoie il suo modus vivendi, in qualsiasi contesto e situazione. E questa è una constatazione amara. Ma d’altra parte, anche la direzione e la gestione di un club ha le sue responsabilità. È compito di un buon locale fare in modo che le regole vengano rispettate, che chi alza la voce e o fa il furbo venga messo al suo posto, che un “no” è tale e non sono ammesse le lamentele e le preghiere alla porta per mezz’ora bloccando chi c’è dietro. In tutti i migliori club dove sono stato, in Italia e all’estero, tutto questo non è minimamente in discussione. L’esempio più celebre è la mitologica fila per entrare al Berghain (ma potrei citarne molte altre): due ore di coda, persone di ogni parte del mondo, eppure nessun casino, nessuno che osa controbattere la scelta del door selector che dice solo “sì” o “no”. Liste gestite con precisione e anche qui senza casini o furbetti. Tutto è collegato: il club ha il tipo di publico che riesce a crearsi e il pubblico è attratto da un posto o da un altro a seconda delle proprire abitudini e costumi. Nei migliori posti dove sono stato, la direzione è stata capace di costruire un’identità alla serata, magari è un lavoro che ha richiesto diverso tempo ma poi il pubblico si è in qualche modo selezionato da sè. In questo articolo non sto lanciando accuse e e non voglio insegnare il mestiere a nessuno. Ci mancherebbe altro. Ma da utente, da frequentatore di club, da cliente – spesso privilegiato, lo ammetto e ci tengo a sottolinearlo perché questo fattore potrebbe essere sufficiente a scansare il problema – credo sia una delle questioni che maggiormente incidono nel divertimento, nella riuscita di una serata che può nascere storta già prima dell’ingresso. Se è facile fare la paternale contro i gestori, e dire “dovreste lavorare meglio”, penso invece che tutti quanti dobbiamo fare un esame di coscienza e comportarci in modo responsabile e ragionevole. So che può sembrare una conclusione paracula e democristiana, ma è la verità. Essere responsabili costa un po’ di fatica in più (ma nemmeno tanto) però alla lunga rende tutto migliore. 
 
 
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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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