Lunedì 27 Settembre 2021
Interviste

Lorenzo BITW, Roma-Londra e ancora Roma, con scalo in Africa

Il nuovo album del producer romano esce sulla label di Jamz Supernova, trendsetter di BBC Radio 1 Xtra, e parte dalla bizzarra idea di rappresentare le divinità dell'antica Roma in un modo lontano dagli stereotipi

Foto: Tommaso Cassinis

Quando parliamo di nuova musica italiana, in un periodo molto felice per il mondo pop, che attraverso le coordinate di quelli che erano l’indie, il rap, la trap, ha rinnovato e rinfrescato il proprio linguaggio, talvolta restano in ombra artisti che invece stanno davvero trasformando la musica prodotta nel nostro Paese, rompendo argini e barriere e ottenendo ampi riconoscimenti e credibilità a partire dall’estero. È il caso di Lorenzo BITW, romano, da sempre attratto dalle ritmiche africane e che è riuscito a costruirsi un’identità sonora forte, riconoscibile, e soprattutto una notevole fama negli ambienti underground londinesi così come in ambienti di riferimento per il proprio sound, uscendo su etichette come l’ugandese Nyege Nyege.
Il 14 maggio è uscito il nuovo album di Lorenzo, il titolo è ‘Pantea’ e a pubblicarlo è un’altra label decisamente importante in tempi recenti: la Future Bounce di Jamz Supernova, trendsetter in fortissimo hype di BBC Radio 1 Xtra. Ci siamo fatti raccontare da Lorenzo la genesi del disco, la sua visione della musica, e molto altro.

 

Il tuo nuovo album ‘Pantea’ sembra ritrarre Roma attraverso degli schizzi capaci di immortalare delle scene e soprattutto uno scenario ben precisi: una Roma diversa, una Roma inaspettata. Come hanno avuto origine l’idea e il concept dietro ‘Pantea’?
Durante l’estate 2020 una mia amica ha avuto l’idea di girare un video musicale sulle divinità dell’antica Roma, ma pensandole in chiave contemporanea: quindi utilizzando tipologie etniche e fisiche lontane dalla tradizione romana e da ciò che fino a pochi anni fa siamo stati abituati a vedere in giro. Ci siamo divertiti molto e mi sono confrontato con le mie origini, perché io sono romano ma “quanto so’ de Roma”? Oltretutto la mia amica è straniera e ho trovato questo suo punto di vista estremamente interessante, era un modo per farmi riflettere su me stesso, sulla mia musica, sul tipo di percorso che ho intrapreso fino ad oggi. Ho pensato che tutto questo mio guardare all’estero è stato il pretesto per un’autocritica e da lì ho cominciato a pensare all’album. Anche perché non potendo viaggiare dovevo per forza guardare fuori dalla finestra, cercare featuring e contesti più italiani. Mi sono messo ad ascoltare il pop, l’indie, la musica italiana. Ed è necessario per prendere contatto con la mia realtà, perché ho sempre ascoltato musica da fuori però ho pure pensato a chi sta facendo cose interessanti in Italia, era giusto interfacciarmi con realtà a me vicine, anche se poi magari non ci condividerò un palco o non ci troverò particolare affinità. Ovviamente, concludo discorso precisandolo, mi era a che chiaro che la mi ricerca non voleva e non doveva andare in quella direzione da cartolina, tipo ripresa degli stornelli.

E che cosa è uscito da tutto questo processo?
Secondo me è uscito un disco che non mi aspettavo, meno dance del previsto, più maturo, ed è uscito un modo di vedere le cose un po’ diverso, perché dopo un’esperienza del genere la visione della musica per me è cambiata. In Italia ci sono ancora tanti passi da compiere, questo però può essere un bel disco da ascoltare pensando che ci sono tanti musicisti italiani che suonano e lo fanno in modo certamente differente da ciò che si sente in giro. E poi qui dentro c’è un me più adulto e meno festaiolo, anche perché di feste non ce ne sono, e allo stesso tempo i miei riferimenti sono diversi.

Ma nel contesto che mi hai descritto, quindi da un lato esigenza ricerca e di approfondimento e dall’altro il mercato, soprattutto della musica elettronica, veloce e fatto di istanti, quale senso ha un lavoro lungo e laborioso come un album?
A livello pratico, economico, non ne ha molto: è più semplice e dà maggiore riscontro il singolo, i brani pubblicati volta per volta. A livello artistico e personale, invece, sicuramente ha molto senso, perché un album è anche un esercizio di ricerca, di approfondimento di e su se stessi, e anzi lo ha oggi, nel 2021, più che mai, perché siamo circondati da questa cultura dell’immediatezza che ci schiaccia e ci pressa continuamente. E prenderci il nostro tempo anche solo per compilare la tracklist con l’attenzione che merita, è un lavoro di stimolo mentale notevole. Quindi in definitiva la mia risposta è sì, ha senso farlo.

Foto: Tommaso Cassinis

La tua storia musicale è ricchissima di influenze di musica di tante parti del mondo, in questo album da quel parte ha soffiato il vento?
Domanda interessante… faccio un rewind: la scorsa estate in Sardegna ho conosciuto un dj locale che mettendo un disco dice “questo è il primo disco reggaeton della storia!” E mette questa traccia jamaicana anni ’80, electro-dancehall, e mi ha illuminato perché ho scoperto il dembow, uno stile proto-reggaeton. Questo per farti capire come funzionano di solito le mie fonti di ispirazione: si va a ritroso, si cerca di andare a fondo in ciò che amiamo per scoprirne le radici. Altre influenze sono per me un musicista contaminato come Alfa Mist, oppure Kamaal Williams, mi piace il jazz nella musica elettronica quando è piacevole e non borioso, non scolastico. Mi piace la house ritmica, tribale, percussiva. La mia galassia è questa, più o meno.

Perché hai voluto produrre un disco interamente dedicato a Roma?
Perché dopo aver vissuto diversi anni in Inghilterra, tornando qui ho riscoperto la mia città, e la amo. E poi c’è un discorso anche politico se vuoi, visto che Roma è mal amministrata, al centro degli scandali, delle polemiche, le cose che sappiamo e leggiamo ogni giorno, perciò mi piaceva l’idea di dare un’immagine bella, positiva di Roma, il video a villa Pamphili, Roma come luogo sacro, onirico, una nostalgia anche felliniana. Mi faceva piacere far apparire questo lato della città, le sue cose buone. Restituirne un senso non da cartolina, ma certamente positivo, con una vibe giusta.

 

A quale altra città dedicheresti un album?
Bella domanda! Leeds, probabilmente, perché ci ho vissuto e la conosco bene, ed è un posto davvero sui generis, una città non molto bella ma viva e divertente, le persone sono solari, accoglienti, sempre nei termini di quanto può essere accogliente un inglese, chiaro. E poi musicalmente ha molto da dire.

Sei abituato a un panorama internazionale: il tuo seguito è molto ampio fuori dall’Italia e anche a livello di label sei spesso uscito all’estero. Questa volta però esci su Future Bounce, l’etichetta di Jamz Supernova, la nuova star di BBC Radio 1 Xtra nonché dj che sta costruendo una credibilità solida grazie alla musica “nuova”. Niente male, no?
No, anzi! Sono felice. È successo perché durante la mia esperienza inglese ci eravamo scritti e sentiti, e poi lei ha iniziato a suonare dei miei pezzi, e da lì ci siamo conosciuti di persona, siamo andati d’accordo da subito, e quindi gliel’ho proposto. So che Jamz ama proporre suoni internazionali, scene locali che non siano il solito underground britannico, e quindi non solo ha sposato il disco ma è sempre stata molto propositiva e collaborativa, ha portato mille idee al progetto, è molto coinvolta e questo è molto apprezzabile, è un lavoro che molte label non fanno più. C’è una grande cura nella lavorazione di questo album e la cosa mi rende davvero felice.

 

Articolo PrecedenteArticolo Successivo
Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA MAILING LIST

Scoprirai in anteprima le promozioni riservate agli iscritti e potrai cancellarti in qualunque momento senza spese.




In mancanza del consenso, la richiesta di contatto non potrà essere erogata.