Lunedì 09 Dicembre 2019
Interviste

LTJ Experience vs. Don Carlos: il DNA della club culture italiana

Due personaggi iconici della scena club italiana messi a confronto in una doppia intervista

Due storie parallele, quelle di Luca Trevisi aka LTJ Experience e Don Carlos. Storie che raccontano da prospettive diverse l’evoluzione della club culture in Italia passando attraverso alcune tappe fondamentali. L’influenza della black music, la nascita dei rave party in UK, l’esplosione della Chicago house e della acid. Ogni passo ha contribuito a creare questo fenomeno culturale e sociale di portata enorme, ed oggi questi due maestri ripercorrono la loro storia che, in buona misura, è anche la nostra. Un’intervista doppia, profonda, carica di storia e di prospettive da cui faremmo bene a guardare con maggiore frequenza.

 

Qual è stata la vostra folgorazione con il mondo del clubbing? Il momento che vi ha avvicinato come appassionati e quello in cui avete capito che ne avreste fatto il vostro mestiere, e in buona misura, il vostro mondo?
LTJ: Per prima cosa c’è stato un interesse morboso verso il vinile che mi ha avvicinato da subito al genere black, incominciando a collezionare dischi in modo seriale e arrivando a riconoscere gli artisti che più mi interessavano musicalmente. Reperivo facilmente questi vinili grazie ai negozi di musica della mia città, che in quel periodo offrivano a basso prezzo tutto ciò che arrivava dall’America. L’attesa non è stata lunga e i primi due locali che mi hanno permesso di esprimermi al 100% e che mi hanno dato la possibilità di condividere il mio groove sono stati il Kinki a Bologna e il Cap Creus a Imola. Nel primo club ho iniziato la mia avventura proponendo un sound black al 100% per lo più inedito, o meglio non suonavo quello che negli anni precedenti molti miei colleghi avevano proposto nelle serate afro funk, creando vere e proprie hit di questo genere. La mia era una ricerca di un sound black poco sfruttato e suonato nei vari club dell’epoca. Avevo la possibilità di trovare molto materiale rovistando in un famoso magazzino di dischi di Bologna, dove non tutti avevano accesso. Dopo qualche anno, nella stagione ’86/’87 mi sono avvicinato alla Chicago house, che ha dominato i party di quel periodo. Nel secondo club ho suonato come dj resident per 5 anni nei primi anni ’90, proponendo un sound all’insegna del rare groove, acid jazz, funk, latin, hip hop. Il feeling che si creava tra me e la gente in quel locale era qualcosa di unico ed irripetibile. Questo è successo per tutti i venerdi di cinque stagioni, arricchite da concerti memorabili tra cui Roy Ayers, Airto & Flora Purim, Gil Scott Heron, Eddie Harris, Galliano e molti altri ancora. Non esagero dicendo che sembrava di essere nella Londra di quel periodo.

DON: Ero poco più che quattordicenne, cantavo in un gruppo rock e ascoltavo Genesis, Yes, Banco del Mutuo Soccorso e così via. Un giorno entrai nel negozio di dischi dove compravo i miei vinili e mi capitò tra le mani un disco dei Crusaders intitolato ‘Keep That Same Old Feeling’. Per la prima volta ascoltai quel ritmo, quel sound che assomigliava tanto a quella che era la mia idea di musica fatta di percussioni, piano fender e quel groove che mancava nella musica che avevo ascoltato fino a quel momento. Quindi decisi di lasciare il gruppo e di usare la mia voce per una radio privata a Varese. Il proprietario di un locale della zona ascoltò un mio programma radiofonico pomeridiano e mi contattò subito perché voleva che mettessi quel sound nel suo locale come dj. Da lì cominciai questa mia carriera fatta di successi e di momenti meno brillanti, poi verso il finire degli anni ’80 comincia questa nuova avventura in un locale molto popolare allora a Lugano: il Morandi. Cominciai a proporre la musica che arrivava da Chicago e da Londra. Questo locale che era praticamente vuoto all’inizio del 1988 dopo qualche mese cominciò a riempirsi di gente. Nel 1990 arrivò il mio primo singolo ‘Alone’ che uscì però nel 1991 e che ancora oggi viene considerato da molti un classico della musica house; così decisi che era giunto il momento di lasciare quella bella esperienza e di andare a proporre la mia musica cercando di misurarmi con dj internazionali nei club di tutto il mondo.

 

“Alcuni classici sono talmente belli che non smettono mai di piacerti, magari ti ricordano qualche momento della vita o magari il primo bacio o una vecchia fiamma”

 

Cosa ha segnato in senso positivo la transizione da quelli anni ad oggi, e cosa invece si è perso e deteriorato nel tempo?
LTJ: C’è molta differenza tra quegli anni ed oggi, la gente veniva nel club veramente per ascoltare e ballare la musica e viveva il dancefloor con gioia lasciandosi trasportare dalla selezione musicale. Ma soprattutto c’è tanta differenza nel ruolo del dj. Nei primi anni ’80 fino alla fine dei ’90 contava solamente la propria conoscenza e tecnica, oggi conta di più il tuo aspetto, come ti atteggi e quanto sei disposto a perdere dignità pur di riuscire ad essere dietro ad una consolle. Conoscenza e meritocrazia sono alla base di qualsiasi forma d’arte e non si può barattare con un semplice scambio di favori. Potrebbe sembrare che il pubblico non percepisca la differenza tra un dj che ha dedicato la sua vita a questa professione ed un dj che tale si improvvisa per le sue attitudini da PR, ma a lungo andare si manifesta chiaramente. Solitamente non lasciano traccia del loro passaggio anche dopo aver avuto momenti di gloria dove contano esclusivamente il guadagno e la fama. Le emozioni che provavo come resident in un club me le portavo dentro per tutta la settimana aspettando e preparandomi per il nuovo weekend. Si lavorava anche quattro volte alla settimana e questo basta per far capire cosa è cambiato tra ieri e oggi. Tutto questo si trasformava in un vero e proprio lavoro quotidiano che ha creato la professione del dj. Nonostante ciò ci sono molti giovani che sono riusciti a comprendere il motivo per cui è nato il clubbing capendo che la conoscenza e l’esperienza non si comprano, dedicandosi e appassionandosi seriamente alla ricerca musicale e in tal senso credo che sia l’aspetto più positivo che si collega con quelli anni.

DON: Come succede sempre nella musica, ed anche nella moda, c’è un ritorno al vintage, alcuni classici sono talmente belli che non smettono mai di piacerti, magari ti ricordano qualche momento della vita o magari il primo bacio o una vecchia fiamma. Le nuove generazioni ascoltano i dischi o i CD dei loro genitori, questo sound che non smette mai di stupirti, che ha sempre qualcosa di innovativo. Molte delle nuove generazioni di dj e produttori guardano a questo modello musicale affascinati da esso, cercando di imitarlo, alle volte solo copiandolo, perché quelle melodie ti entrano nella mente e non ti abbandonano mai. Pensando al lato negativo trovo che tutto questo mondo da qualche tempo si stia spostando in una direzione che guarda poco alla ricerca musicale. Compaiono qua e là personaggi dello star system che vogliono entrare in questo mondo solo per denaro ma che non hanno nulla a che fare con il nostro mondo. Noi reggiamo oramai da decenni, lo abbiamo creato perché avevamo dentro qualcosa da raccontare in questi anni, il resto era solo colore, faceva solo da contorno a tutto questo. Oggi sembra che tu venga valutato per quanti follower hai e non per quello che esprimi.

Entrambi avete avuto esperienze internazionali importanti, dalla produzione di dischi all’estero, ai party e al riconoscimenti della scena. Quale di queste ricordate con maggior entusiasmo?
LTJ: Ho avuto la fortuna di girare parecchio fuori dall’Italia dove si trovano sempre modi differenti di vivere la musica e il club. Sicuramente tra i tanti viaggi quelli che mi sono rimasti più impressi sono quello Tel Aviv, dove suonai in una galleria sotterranea e quello sull’isola brasiliana di Boipeba a Bahia in un contesto tropicale mozzafiato nell’esclusivo club Ku De Ta di Bali, oltre ovviamente a numerosissimi party in Europa.

DON: Difficile ricordare un evento in particolare, è stata una carriera lunghissima, i ricordi sono quasi tutti belli. Ricordo la mia prima volta a Londra ad un rave party nel ’91 con Chris Coco, allora direttore di Dj Mag. Il mio primo London Calling al Turmills con Danny Rampling ed i primi rave a Zurigo in quei vecchi capannoni. Ricordo anche un grandissimo party negli anni ’90 che si chiamava ‘Le Bal’ a Losanna con Frankie Knuckles, David Morales, Terry Hunter, Dj Pierre ed il sottoscritto. La cosa che mi rende orgoglioso è che oggi ci sono ragazzi poco più che ventenni che mi chiedono come ho fatto tracce come ‘Alone’ o ‘Mediterraneo’. Le colgono come un modello da seguire.

Che opinione vi siete fatti dei dj di nuova generazione? Si può ancora parlare di scena come si faceva in passato?
LTJ: Sinceramente credo che per la maggior parte dei casi oggi il dj cerchi per prima cosa di appropriarsi di ciò che non gli appartiene con la convinzione di poter imitare, pur non avendo la conoscenza e lo studio musicale necessari. Quindi si impegna quasi esclusivamente nella sua immagine commerciale con la propria capacità di convincere i promoter. Questa penso sia la tendenza odierna, poi ovviamente esistono casi in cui c’è veramente passione, conoscenza e genio artistico. Credo che la scena club si sia completamente modificata negli ultimi dieci anni ed i suoi valori fondativi non esistano praticamente più.

DON: Seguo questo mondo con passione da sempre ma oggi, evidentemente, non ho lo stesso spirito di venti anni fa. Quando suono con altri dj mi faccio un’opinione della serata e di coloro che hanno lavorato con me. Sono più portato a mettere la mia musica, non mi piace restare al di là della consolle a guardare gli altri che lavorano. Dopo quarant’anni non mi vedo ancora tra il pubblico, rimango sempre dietro la mia consolle, cerco di portare con me la mia cultura e di suonare quello che mi ha contraddistinto nella mia carriera. Il mio scopo resta quello di creare un mix che possa dare un’idea di quello che è stato il mio percorso fino ad oggi. Le nuove generazioni faranno il loro senza che io possa o meno approvare quello che fanno. Dico solo che non trovo che sia cambiato molto, alcuni dj si sentono importanti solo grazie a cachet elevati, vogliono il lusso mentre io mi sento importante solo per quello che ho fatto e che continuerò a fare.

Quale può essere la chiave di lettura per sperare in un futuro più prospero per i club e per chi vuole vivere anche grazie alla musica?
LTJ: Credo che esista un ciclo naturale che sappia riportare le cose nel giusto equilibrio, quello che in questo momento si è perso. Basta vedere che per portare 2000 persone a ballare bisogna inventarsi giganteschi festival con line up costosissime dai quali gli organizzatori faticano a venirne fuori in attivo. In questo momento sembra l’unica soluzione per portare gente nel dancefloor. Questo dimostra che si stanno forzando le cose e urge il bisogno di ritornare al semplice, al naturale. C’è grande bisogno di riavere i club nelle nostre città, di ridare importanza al dj resident, il perno sul quale ruota il club, bisogna tornare a dire: “Dove andiamo a ballare stasera o in questo weekend?”

DON: Il clubbing se non cambierà direzione sarà destinato a morire nella sua accezione di punto di riferimento del sabato sera e a lasciare spazio ad altri eventi più grandi, più importanti, come i festival che stanno aumentando in maniera esponenziale. Si tende a portare masse di persone in un unica occasione che dura due o più giorni, il futuro è sempre più roseo per questo sistema ma non per il singolo club. Purtroppo chi gestisce i locali ha voluto dare spazio sempre di più ad eventi molto costosi senza tenere conto che lavorando nel tempo si sarebbero potuti ottenere risultati diversi. Avere un proprio dj resident bravo, che ha gusto e personalità per esempio. Dobbiamo tornare al passato se si vuole avere una opportunità nel prossimo futuro e abbandonare i guadagni facili per creare un scena più interessante. Bisogna smettere di pensare che i club sono il male della società moderna, luoghi in cui la gente si ubriaca o si droga e basta. Non si può colpevolizzare sempre tutto e tutti. Alla fine degli anni ’80 in UK venne proibito di suonare musica acid house nei club da Margaret Thatcher e nacquero i rave. In America venne proibito il consumo degli alcolici con il proibizionismo e le mafie si arricchirono. La musica libera la mente, non possiamo proibire ed invece dovremmo aiutare chi porta una ventata di buon umore e di felicità alle persone con la musica.

 

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